Una giornata da Fabbri

 

“Gira, gira, gira amico mio.

Gira, gira, picciuol figlio di Dio.

Tempo al tempo e spazio sempre a lui,

Questa eterna danza è il moto degli Dei.

Corre, corre, corre senza meta,

Il picciul elettrone viaggia e non si queta.”

 

Con una schicchera gli da vita. Con una schicchera gli da moto e, quel grande orologio che è il tempo, comincia a girare. Corre dunque in su, per le stelle, fino arrivare al remoto centro ove dal grande astro prende la luce, che poi per la mano sulla terra conduce. Corrono assieme su sconfinate valli. Corrono assieme sul mondo e i suoi calli. Tempeste, uragani, maremoti e frontiere non sono per loro sufficienti barriere. Conquistano il mondo in così breve tempo e presto alla vita ridanno il suo tempo. Questa dolce melodia proveniva da una casuccia, una piccola, dolce e innocente casuccia che sorgeva senza indugi in su d’un colle nei pressi di Roma. Si va dicendo (e il lettore converrà con me che su quanto segue è preferibile tacere) che la precisa ubicazione di questa magica dimora non fosse conosciuta da creatura alcuna e, anzi, l’idea stessa che una simile casuccia potesse esistere lasciava ai più immense ed irrisolte questioni. Si narra sempre che all’interno di questa casuccia (e il lettore deve però badare bene che su questo punto non v’è dubbio alcuno in quanto a certezza) vivesse un’essenza alquanto singolare. Andando avanti nella storia scoprirete da voi per voi e perciò, dunque, continuiamo. Così allegra e felice, la nostra creatrice, corre là dai suoi figli, di certo nobil creature, e ridà loro vita dalla morte del sonno. S’afretta poi sempre nel mentre, badi noi bene che al tempo lei mente, a crear colazione. Un gesto pacato e tutto è preparato. I figli son pronti ed ormai son ben svegli. Scendono allegri nella loro cucina, che cose stupende darà loro la mammina. “Buongiorno Mammina” le gridano in coro, “Buongiorno figluoli” risponde lei con gran decoro. Così, tutti affamati, i cuccioli s’avventan sul cibo. Che gran soddisfazione è vederli mangiare, il piacere di viver le fan ritrovare. Pienotti e contenti si preparan a partire: lo zaino già in spalla e davanti l’avvenire! “Cocchiere siam pronti” Dice dunque la baronessa – che poi è anche grande immensa principessa e del sapere la contessa-, “Il mondo m’aspetta, andiam!” e volge uno sguardo benevolo ai fanciulli, “ma senza fretta.” Volano dunque sulle strade asfaltate che al loro passaggio, però, paion vellutate e volando a tal modo arrivano al molo, ove lasciano il carro, sempre in gran decoro. Passeggiando allegramente, l’allegra comitiva, giunse poi serenamente innanzi al luogo della diatriba. “Perdinci è tardi! Orsù andate! Correte innanzi e più non vi voltate! Mammina Iddio di qui v’aspetta, ci vediamo dopo. Figluoli, in fretta!” Corrono, corrono, i picciulini fin dentro la scuola con gl’altri bambini. Nubi che corrono tristi di pioggia fin sopra il tetto di quella cupa loggia. Gente che grida tutta d’introno, s’avverte in lontano l’odore d’un forno. Ma tristezza è arrivata, amarezza qui giunta! Ora son Fabbri. Sotto a chi tocca. La Fabbri con un ultimo pacato sguardo -quasi distaccato, tendente alla distrazione- si sofferma a guardare il dintorno. Ritorna così ad incontrare lo spettro della scuola. Questa volta è veramente pronta. Si ritrova in sala professori (il lettore deve sapere che nessuno, e ripeto nessuno, ebbe mai l’audacia di cogliere entrante od uscente la Fabbri dalla grande prigione, indi per cui non mi è possibile descriverlo) e si appresta velocemente a prendere il suo registro, Il Registro. Più comunemente denominato il libro del potere sembra, e da qui il nome, che la Fabbri attinga ai suoi poteri proprio da questo giallo e misterioso libro. Comprendo il vostro disappunto, il giallo pare un colore così vivace. Il libro le consente di leggere nelle persone, di scavare così a fondo nelle loro anime al punto di modificarne l’essenza; di distorcere le loro coscienze. Infondo, La Fabbri può tutto. E così, col registro del potere in mano, si dirige verso la porta pronta ad esercitare la sua divina missione quand’ecco che un ambiguo figuro si avvicina e pronuncia: “Buongiorno Fiamma!”. Il temerario è anche lui soggetto di strane leggende ma mi limiterò a descriverne i tratti fondamentali atti a comprendere le successive azioni della nostra principessa, ma di lei soltanto. L’uomo era sulla sessantina, anzi probabilmente era più attorno ai cinquanta ma è di quei classici visi che non hanno età. Quei visi che nascono ed hanno sessant’anni, crescono ed anno sessant’anni, invecchiano ed anno sessant’anni e muoiono anche avendo sessant’anni! Insomma tutto questo può suonarvi piuttosto strano ma, se provate a rimembrare, sono certo che nella vostra vita di ogni giorno esistera sicuramente un individuo di questo stampo. Quelle persone che nascono, come dire, vecchie. Queste persone però hanno tendenzialmente la qualità di apparire, quasi sempre, circondate da una strana aurea di saggezza e questo (il lettore presti attenzione soprattutto su questo punto) prescinde completamente dall’effettività della qualità stessa. Loro sembrano saggi, a tutti, perciò si da per assodato che lo siano. Tendenzialmente queste persone finiscono per divenire religiose. Non per una strana vocazione ma semplicemente perché anche loro alla fin fine vengono travolti dalla loro stessa qualità. Perfino loro, dunque, arrivano a ritenersi saggi e, dato che ad un fanciullo viene totalmente negata anche la più remota possibilità di esser saggio, nasce da qui scontato che l’unica possibilità e l’unica chiave possibile per comprendere l’intelligenza e la maturità di un giovine sia da cercarsi nella teologia e nella religione dato che, sicuramente e senza dubbio alcuno, quest’ultimo non possa averla ricavata da se stesso. Non deve parer strano quindi che la nostra eroina, per quanto in grado di leggere fin nei meandri più nascosti delle nostre viltà, si sia dovuta soffermare necessariamente a rispondere a questo mistico interlocutore. S’era formato tutto attorno uno strano cerchio di reverenza. Come se da un momento all’altro si dovesse scorticare una pecora per il  thysía, od un qualche altro arcaico rito. La Fabbri non poteva ignorare questa folla e mancare così palesemente di rispetto al rettore delle regole, sia morali che dittatoriali, dunque, sempre successivamente al suo sguardo indagatore che, avendo superato l’uomo barbuto, era andato a scrutare anche il malizioso pubblico, si limitò a rispondere: “Buongiorno anche a lei, collega. (o una fattispecie, pensò)”. Compiuto il faticoso supplizio che gl’esseri umani le richiedevano e, inoltre, notando che l’insoddisfatto interlocutore si accingeva ancora, non contento, ad attaccar bottone s’affretto a dire: “Scusate. FIAMMA!”. Un lampo di circa qualche nanosecondo e la Fabbri era scomparsa. Ciò che aveva lasciato da fissare ai suoi insistenti molestatori furono solo dei segni di bruciatura sul  pavimento di marmo. “Che donna…” pensò paciosamente l’uomo barbuto. La fabbri si rimaterializzò all’istante al quarto piano ma all’interno dell’ascensore (cosi da non destare sospetto alcuno e da non intimorire troppo i fanciulli, comunque già terrorizzati.) Fissò con sguardo severo, ma ovviamente sempre distaccato, il lungo corridoio che l’avrebbe portata inesorabilmente di fronte a quella porta. Quella porta ove tutto avrebbe avuto ancora nuovamente inizio. Ogni giorno, da trent’anni o forse di più. -Ma, infondo, chi può dirlo con certezza?- Ora sul suo viso, se qualcuno avesse avuto la forza ed il coraggio di guardarlo, si sarebbe potuto scorgere un’invisibile accenno ad un sarcastico sorriso. Infondo tutto questo le piaceva,e le piaceva da matti, ma, per farti piacere tutto questo, un poco matti lo si deve essere per forza. Mentre camminava verso la porta un assordante coro di “Buongiorno Professoressa!” si levava possente da ogni parte del corridoio, adornando quella maestosa figura d’un tocco di magia in più -di cui non avesse poi gran bisogno- .Un ragazzo stecchino prese la maniglia e la girò: “Prego Professoressa!” disse ammirando con estremo interesse i suoi piedi. La Fabbri entro nel frastuono della classe in subbuglio, si avvicino senza pecca alla cattedra ove appoggio IL REGISTRO. Ora regnava il silenzio. “Bene!” incipit “ora che finalmente regna il suono che merito, tirate fuori i fogli!”. Così soleva la nostra eroina solitamente presentarsi. Ogni ragazzo scriveva su un foglio protocollo svariati esercizi che poi doveva necessariamente svolgere sul momento. La Fabbri non lasciava scampo. Finita la lezione esce dalla classe e gli studenti le gridano dietro: “arrivederci professoressa!” Visibilmente sollevati nel sapere che finalmente il tempo del supplizio era momentaneamente terminato. Si era quasi sempre stanchi alla fine della lezione e così i giovani uscivano a prendere un poco d’aria nei corridoi, dato che le loro celle puzzavano ancora della paura precedente. Era in quel corridoio che si potevano scorgere i più inaspettati incontri.

Scoccano finalmente le 11 e 20, la santa ora della ricreazione, e i ragazzi bazzicavano qua e la per la scuola mostrando nelle facce, ma anche nelle più chiare e  marcate delucidazioni verbali, la gioia di quella frattura di libertà nell’oppressione quotidiana. La Fabbri, invece, era nella sua tana. L’ubicazione di questa era stata scoperta grazie ad attente e strazianti ricerche di cui la Fabbri era, ovviamente, a coscienza. Quante volte però Dio lascia i suoi sudditi sfidarlo? Il vero Dio non ha bisogno di ricordare la sua superiorità, è intrinseca nel suo concetto. Nascosta al centro della scuola vi era dunque una porticina, proprio dietro al laboratorio di fisica. Questa insignificante porticina  sarebbe stata classificata immediatamente da ogni passante come “ripostiglio”, sinonimo di “non interessante”, e di certo si sarebbe tirato avanti. La Fabbri la sapeva davvero lunga! Là, nel suo rifugio, non si può dire cosa pensasse esattamente tanto sono complesse e divine le sue riflessioni -O non riflessioni, o pensieri, o che ne so, ma certo era che se ne stava lì immobile. Ferma. Senza muovere un muscolo, non una ciglia, come dormisse d’un sonno greve. Pareva proprio morta e, forse, lo era. – . Suonata la campana che richiamava i giovani puledri alla loro schiavitù di fine mattinata la Fabbri spalanco gl’occhi. Si alzo dalla sedia, che si trovava al centro della piccola e scura stanza dietro la porta del ripostiglio, prese nella mano destra il suo libro del potere e disse: “Fiamma!”. Si teletrasporto d’innanzi ai bagni maschili dove appoggiato al termosifone scorse suo figlio, tutto solo. Il suo amato figlio. “Cosa ci fai qui?” Chiese stizzita e visibilmente irritata la madre, non era una donna paziente e il ragazzo lo sapeva. Cacciò perciò subito fuori le parole più necessarie: “Mamma! Ciao! Ora vado in classe. Stavo qui che pensavo, nel silenzio…” La Fabbri, anche senza attingere al grande potere del suo registro ma usando semplicemente quello di brava madre, poteva chiaramente scorgere l’animosità del ragazzo, tanto da chiedere: “Dai Figliuolo, bando alle ciance! Cosa non va?” “ Vedi mamma, proprio non riesco a capire quello che succede in questa scuola. I ragazzi, sono…” Il ragazzo prese una pausa per calibrare il giusto vocabolario da utilizzare. Era pur sempre un semidio lei, la madre. “ Sono strani. Guardali… Intendo che non fanno altro che girovagare qua e la per la scuola, con i visi palesemente insofferenti, tristi, tramortiti da tutta questa tristezza. È come se le loro anime risuonassero delle cattive vibrazioni che ci sono tutte attorno. Mamma, perché nessuno fa niente per aiutarli? Nessuno vede quanto soffrano? Possibile dunque che nessuno si accorga della nostra situazione?! Io…cioè” Il flusso di coscienza del ragazzo venne interrotto dalla voce di un compagno che echeggio d’improvviso nel corridoio: “ A Gio e sbrigate che la prof se’ncazza! Oh cazzo, ce sta a Fabbrri! Damose rega!” La Fabbri gettò la sua solita occhiata di morte. I suoi occhi da cigno nero avevano dietro di loro grandi leggende ma stavolta, forse perchè imbarazzata dalla presenza del figlio o forse perchè veramente toccata dal suo discorso, non intervenne. Molto strano. Quando furono nuovamente soli, finalmente, dato che il figlio era visibilmente scosso e bisognoso di una qualche confortevole risposta disse: “Vedi figlio mio, il mondo è tetro e oscuro e forse mai come in questo decennio s’è subita tanta scarsità di ideali e di nobili emozioni. Sono morti i cavalieri, e quelli rimasti sono impazziti. Ah, aveva ragione il vecchio Miguel! Dannato pazzo… – una brezza delicata usci dalle fauci della duchessa, che fosse forse innamorata? Oh Dio ci salvi, perdono! Come osiamo supporre queste cose sull’eccellentissima? Continuiamo col racconto che è miglior e più gradita cosa! – “Comunque! La sfida più grande per voi è mantenere la vostra integrità, il vostro archetipo in mezzo a tutte queste illusioni, a questa società, che è il più grande scherzo d’illusionismo che sia mai stato creato. Troppe distrazioni, troppo rumore… possibile che nessuno ascolti più il silenzio? –il figlio non sopportava più queste divagazioni della madre, aveva bisogno d’una risposta e subito!- “… L’essere umano è cambiato radicalmente in questi cent’anni, quest’assalto di tecnologia gli ha stravolto l’animo fin nelle corde più intime. Nelle notti insonni vegliate al lume del rancore tanti sono i dolori ed i castighi che l’anima impone loro per il triste “contratto sociale” che hanno dovuto stipulare per una falsa felicità. La tentazione dell’uovo oggi. Ricorda figlio mio, le anime sono come i sistemi fisici, i corpi sono i limiti entro i quali le nostre leggi valgono. Quando ci si trova quindi a dover interagire con un sistema più grande, più universale, si risente per forza degli influssi esterni e le nostre leggi debbono subire mutazioni e accorgimenti. Le reazioni, anche ad una medesima causa, sono diverse. È normale che i tuoi comportamenti cambino a seconda della circostanza e dell’ambiente ma le tue leggi generali, i tuoi postulati, le tue ideologie e, se vogliamo essere chiari, il tuo “IO” va difeso. DEVE (sussultò il palazzo) esistere in un qualunque sistema di riferimento. Il tuo Io dev’essere come la velocità della luce figlio mio. Trova la tua equazione e spendi la tua vita per dimostrarla! E l’unico modo in cui vale spenderla” Il giovane era sensibilmente commosso dal discorso della madre e lei si sentiva quasi un poco in colpa per aver dovuto tenere, durante tutto trascorso, una parte della sua mente aperta sulla sua classe. Doveva pur controllare non si uccidessero, quei drogati ormonali. Giorgio non aveva afferrato pienamente l’allegoria della regina con i sistemi fisici ma, da quello che ci è dato e gli è dato di intendere delle volontà divine, la madre doveva voler dire che le anime assomigliano in molto ai diapason: risentono cioè necessariamente dei rumori loro intorno e vibrano, in un certo qual senso, in maniera differente a seconda del suono che viene dal mondo e dal conduttore stesso di quel suono; al contempo però, e questa era la parte che aveva sottolineato la divina, non si doveva mai scordare il proprio suono. Dovevano essere i suoi armonici, le sue sfumature, che lo rendevano quello che era. “Non lascerò che il mondo mi travi! Trarrò dal mondo i suoni che amo e, amandoli, li farò miei!” pensò il ragazzo. E poi mi si viene a dire che i giovani non sono in grado di filosofare, non è forse questo il più reale e concreto esempio di un giovane filosofo? Cos’è la filosofia se non il ricercare il proprio suono? Ricercare chi può suonare con noi e unirsi al nostro concerto di vita? Giorgio aveva forse colto il senso più profondo delle parole fruite dalla divinità.

I ragazzi, dal canto loro, quando vedevano tardare un professore subito acclamavano a gran voce la sua assenza ed infatti stavano già correndo per tutta la classe in preda ad una febbrile follia. Gridavano: “MANCA LA FABBRI!” “MANCA LA FABBRI!” “ma non è possibile! Non manca mai!” “Ti dico che manca!!!” “ma che starà in ritardo…” “Ritardo?? MA che sei suonato?” “Io mi preoccupo seriamente! È decisamente strano!” “Sicuro che mo arriva e ce se incula rega!”. Brutto essere onniscienti, tante cose Dio preferirebbe non saperle. Un altro teletrasporto e si trovò fuori dalla sfortunata o fortunata, chissà, classe. Si dice che i martiri a Dio non hanno fatto mai mutar giudizio, questo però non vale per le persone buone. Dio le persone buone le ascolta sempre. Toccata realmente dal discorso del giglio che le aveva ricordato le sofferenze di quella tenera e vergine età, cominciò una grande predica: una grande lezione di vita a tutta la classe. Spiegò, in primis, come non sapessero scrivere e come il livello del loro italiano fosse allo stadio più primitivo del concepibile e della lingua stessa, di come il solo definire il loro linguaggio rude ed eclettico nelle variopinte e spesso originali espressioni di volgarità Italiano fosse uno scempio per quei grandi poeti che alla nostra lingua dedicarono la vita stessa (parlava realmente a questa velocità, non preoccupatevi se vi sentite senza fiato) e, poi, tutt’una serie di dottrine, di verità, che a molti di loro avrebbero segnato la vita per sempre. Consciamente o no. Talvolta era così buona. La campana dell’ultima ora suona. I ragazzi nel giro di mezzo minuto hanno già abbandonato la scuola. Strano il rapporto dei ragazzi con la scuola: la odiano, ma stranamente non possono farne a meno. Qui, almeno, possono stare insieme. Qui, tra genitori assenti che per carità di Dio lavorano, e relazioni di dubbio gusto che per carità di Dio dovrebbero evitare, qui, dicevo, qualcuno li ascolta, qui, qualcuno è testimone della loro esistenza.

La Fabbri va al supermercato, compra il pane e si scorda il prosciutto. Strana la vita di Dio. Strani gli dei in cui crediamo.

Un pensiero su “Una giornata da Fabbri

  1. Io non lo so cos’ha pensato la Fabbri quando ha letto questo poema epico, ma forse non è stata capace di apprezzarlo e capirlo come si deve. Sei dannatamente bravo. E’sempre la cosa più bella che tu abbia scritto. C’è tutta la tenera atmosfera della scuola, c’è lo spirito del fanciullo racchiuso in quei “damose rega”che non suonano mai volgari ma sempre stranamente affettuosi… forse sono io troppo sentimentale! E tu sei Giorgio, tu sei la Fabbri e tutti le voci.
    Se anche nssuno di noi dovesse mai far nulla nella vita, mai usare quello che ha insegnto lei di matematica o fisica, dovrebbe essere fiera comunque perchè le sue filippiche, non di insegnante, ma di essere umano, hanno portato a questo fantastico brano. Sei un bravo filosofo.

    Con tanto affetto 🙂

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