Il Destino e l’idea di sè

PREMESSA: Questo è un vecchio articolo che pubblico per completezza su come il concetto di Meraviglia sia cresciuto nella mia mente. Mentre la parte sulla definizione di destino la ritengo ben posta, le conclusioni finali non le condivido più. Comunque non ho modificato l'articolo di modo che si possa vedere l'eveluzione del pensiero sulla Meraviglia.

Si può vivere secondo il proprio destino e si può vivere di scelte. Così voglio iniziare questo breve trattato. Cominciamo, come ogni buon analitico pensatore farebbe, con il definire queste due entita: la sceltà ed il destino. Definiremo destino come l’idea che il mondo ha di noi mentre scelte saranno l’insieme delle nostre propensioni personali dell’essere. Quando nasciamo noi abbiamo un destino, questo ci viene automaticamente attribuito e non ci si può sottrarre da questa verità. In nostri genitori per primi, assieme a tutte le altre persone che dal momento della nostra nascita in avanti ci incontreranno si creeranno una idea di noi, una nostra ideologia, e partendo da questa un nostro ipotetico futuro. Ora questo è il destino, il fossato scavato per farci scorrere, le possibilità che ci vengono impacchettate come più allettanti e per noi più congenite. Inoltre più questa ideologia di noi è perfetta, più rigido ed intransigente è il nostro “destino”. SE un uomo non sceglie, ovvero si priva dell’unico modo dialettico che l’essere ha di imporsi sul mondo, se un uomo taglia queste sue comunicazoni con il mondo, l’uomo smette immediatamente di essere un essere e diviene solamente un destino. L’uomo come involucro vuoto viene guidato per mano attraverso la sua vita, attraverso il suo destino. Capiamo bene che quindi la nostra vita, ovverosia le vie dell’essenza, deve necessariamente prende una posizione riguardo a questo destino. Non vogliamo qui avere delle pretese ideologiche che necessariamente ci condurrebbero a fraintendere il problema, non vogliamo quindi ne negare la naturale propensione ideologica dell’uomo (schematizzare in categorie di conoscenza) ne d’altro canto sottrarre l’indviduo da questa lotta affermando, come i più semplicisti tra i filosofi, che l’indviduo non debba considerare questo destino e proseguire con la sua naturale inclinazione. Porterò ora una metafora che spero sia sufficentemente esplicativa a riguardo. Pretendere che un uomo sviluppi un suo naturale modo nel vestire è un conto, altro conto è arrivare a teorizzare che un uomo debba andare in giro nudo amando la sua nudità ed il suo esser nudo. Ovviamente il vestirsi è una ideologia, una abitudine innaturale, ma sarebbe altrettanto innaturale suggerire ad un uomo a cui siano stati propinati vestiti di andare in giro nudo. È una filosofia improduttiva che cercheremo ora di analizzare. È giusto quindi si, che i terzi cerchino di limitare l’influsso che la loro condizione di destino possa avere su di noi, ma essendo queste idee l’unico mezzo attraverso il quale l’uomo esiste e si afferma nel mondo eliminarlo sarebbe simile ad eliminare l’essere umano. Dunque come conciliare queste due necessità? Il creare ed il distruggere? L’individuo deve cotrapporre la priopria idea di se all’idea che gli altri hanno di lui, deve confrontare queste due idee e cercare sempre di imporre la propria. Qui arriviamo dunque da un’altra direzione ad un antico credo che recita “L’uomo artefice del suo destino”. Dunque l’uomo, e chiameremo questa fase dell’età proprio maturità, uomo, abbandono della fanciullezza, quando l’uomo contrappone all’idea del destino che il mondo ha di lui la propria coscienza di se. Dunque l’uomo non può ignorare il destino, ma non può neppure prenderlo in considerazione. Da queste considerazioni medesima cosa si può affermare sulla morale. È necessaria una re coniazione di questo concetto. Morale sarà l’esperienza che la coscienza sviluppa di se, una memoria che l’individuo ha di risposte alle eventualità. Morale è quindi un ricordare. Una corazza che ci si costruisce su misura per proteggere il nostro essere. Morale diverra duqnue anche lo stampo attraverso il quale giudicheremo gli altri in quanto bene e male, ovverosia simili a noi o diversi da noi. Dunque il destino e la morale sono collegati ed opposti. Il destino sarà naturalmente spinto dalle morali che lo hanno costruito. MI spiego, un savio mai ideerà una forma di destino peccaminosa per un proprio figlio, a patto che provi verso di lui affetto. Ideiamo il bene verso coloro cui proviamo affetto, il male viceversa. MA quindi questo destrino quando si incontra con il nostro essere è un poco come incontrare una seconda morale. Dunque nell’imposizione di un destino vi è automaticamente una iposizione di una morale. Qui vi è lo sbagiato, qui vi è l’indoramento, la trasfiguarazione di se stessi un nuovo io. SE difatti non si affronta il destino e la seconda morale si finisce con il creare un idea di se differente dal se, quindi, come una malattia autoimmune, si finisce per combattere invece che la seconda morale ed il mondo se stessi. L’individuo combatte se stesso per uniformare l’essere al destino e non la morale all’essere. Qui vi è il danno all’individuo, qui nasce la “perversione”, ovverosia un voler essere differente dall’essere. Su questo principio si è basato il cattolicesimo per millenni, ma molto prima su questo principio si basano le convenzioni sociali. Vi sono a livello artistico alcune lampanti rappresentazioni di questo fenomeno, si basti pensare a Clockwork orange. Instillare, impiantare, in un uomo una morale, vaccinarlo dal nostro male, equivale a mutilare il suo essere. Non si può pretendere l’uomo non tenti di farlo, è nella sua volontà impositrice ed inesorabile, nella sua volontà di potenza il voler mutare il mondo secondo la propria volontà. MA non si può lasciare che il più forte ci muti, che le idee plasmino la nostra essenza. MA se questo fosse vero, scometto che i più si staranno chiedendo a quale scopo esiste la convivenza, se non vi può essere scambio e non vi può essere convinzione a quale senso le relazioni umane? Possibile che l’uomo si unisca o si associ per necessità o bisogno, inegabile verità per quanto poco poeetica e romantica, ma anche accettando questa affermazione non si otrebbe neanche volendo soffermarsi per più di pochi attimi su questa relatà senza provare un senso di pianto e sgomento, questo è il nostro senso interiore che compiange la nostra miseria ma, nel compiangerla, anche la rinnega. Dunque si, l’uomo a volte si associa per necessità, ma ben altre sono le motivazioni che muovono le nostre relazioni, soprattutto quelle sentimentali. Bene introdurremo per spiegare questo comportamento un altro concetto: “La meraviglia”. L’uomo si associa per meraviglia. VI è una metafora che mi piace sempre portare a questo proposito. Le anime come diapason risuonano, e nel risuonare avviene quell’effetto che per risonanza fa risuonare altre anime. Dunque l’uomo ricerca se stesso nel mondo? Si, l’uomo si ricerca nelle altre anime e si aggiunge ad esse. Ma quindi tutta l’idea del completamento dell’uomo mediante l’amore? Ci porremo ora una domanda essenziale: può l’uomo amare ciò che è diverso da se stesso? Possiamo noi amare ciò che non siamo? LA triste risposta, la nostra conclusione, è no. Non si può.

4 pensieri su “Il Destino e l’idea di sè

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