Sistema

Viviamo sotto molteplici forme, e questa molteplicità ci spezza.

Continuamente odo, attorno a me, arcaici personaggi citare in tal proposito un certo “sistema”. Questo mi ha sempre molto stupito dell’uomo moderno: ci si vanta dell’ateismo, come fosse una qualità, e si professa la fede nella scienza, anche da parte di chi, in fondo, di scienza non ci capisce nulla.  Mi ritrovo persone citare Einstein, utilizzare il concetto di relatività per giustificare personali illazioni; vedo esseri in balia del proprio destino credere ciecamente nell’esattezza newtoniana delle forme e della misura; e vedo gente citare, in continuazione e per qualunque piccola propria perplessità, o fallimento, il grande e possente concetto di “sistema”. Si, questo sistema, che sembra più che una parola l’incarnazione di tutte le chimere dell’uomo comune, dell’uomo spaventato ed abbandonato. Se le metro arrivano tardi, sarà il “sistema” ad aver commesso qualche errore; se si viene bocciati ad un esame, sarà il “sistema” che non riconosce i nostri meriti; se si viene licenziati sarà anche qui il “sistema”. E via discorrendo. Ora tutto questo può essere corretto, come però può essere profondamente erroneo. La sottile differenza sta nella consapevolezza che ogni volta l’individuo pone dietro la parola “sistema”. I principali problemi sono di fondo 2: l’individuo deve rendersi conto che il sistema da lui citato non è una para-struttura organizzata, quanto il classico “sistema” di convivenza umano che si forma in maniera autonoma. La modifica di questo sistema implica, come causa necessaria e sufficiente, la modifica della propria morale e del proprio comportamento che andrà a variare la morale collettiva. Ora questa volontà di non volersi sentire parte di questo enorme “sistema” è comprensibile e condivisibile, ma il non accorgersi di esserci dentro no. Il problema di fondo è dunque il medesimo che ritorna in tutte le questioni umane, il voler, ed il dover, personificare o visualizzare in maniera semplice tutto ciò che necessitiamo. Questo funziona anche con l’attribuzione delle colpe. Una colpa va attribuita e personificata, nella maniera più semplice possibile ma senza far arrabbiare nessuno: “il sistema”. Un insieme di persone così vasto, così articolato, nel quale è impossibile che qualcuno si risenta per un attacco da un singolo. Però bisogna valutare anche la controparte. Cosa succede quando invece si mette una persona in un “sistema” che effettivamente non le è congeniale? La persona, come detto in gergo, viene rodata, gli angoli smussati, ed i dentelli creati. Con il tempo si riesce quasi sempre ad adattare gli ingranaggi, mille modi vi sono per riuscirci. Qui per l’individuo è sacrosanto la consapevolezza della propria individualità, per salvarsi da questo “rodaggio”. Le persone, dunque, per timore di questo rodaggio diventano schive, fugaci. Non si parla più, si cerca di divenire fantasmi per non mostrare all’esterno la nostra realtà di modo che non si possa modificare, di modo che la nostra quotidianità diventi proprio lo scudo del nostro “fanciullino”. Questo enorme ed intricato “sistema umano” dunque, cos’è? È volontà di potenza? Non solo mi sento di dire. È amore? Non solo mi sento di dire. Forse Nietzsche accusava Gesù di non aver valutato l’umanità nella sua totale complessità, ma la stessa recriminazione si potrebbe forse muovere a lui. Ma anche qui è comprensibile, quando si necessita di essere ascoltati si tende sempre a far la voce grossa. È la più grande difficoltà il mutar un “sistema”, un rapporto, dall’interno, si rischia di perder l’orientamento. Jonathan forse aveva compreso cos’era un sistema, ma non aveva compreso la cosa più importante: cosa vuol dire viverci. Gaber diceva non insegnate ai bambini, forse aveva ragione. All’uomo moderno manca una percezione di unità, abbiamo così ricercato la globalità che invece, sembra ridicolo, è il modo in cui ci siamo sempre più rifugiati nell’individualità. Per proteggerci da questo troppo, per nasconderci da questo fuori.

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