Un viaggio breve

Ogni tanto, ne vale la pena.

Socrate e Leonardo stavano tornando dall’università. Come sempre il loro rientro era tutt’altro che tranquillo e come al solito incominciarono a disquisire. Salendo sul treno che li avrebbe riaccompagnati a casa Socrate stava spiegando a Leonardo la sua visione su un problema che stava a cuore ad entrambi: “Vedi, le persone cominciano a confondere i valori, cominciano a perdere di vista l’importanza delle cose. L’altro giorno ero ad un Pub, qualche giorno prima delle elezioni, ed è incominciata una discussione. Ora, all’inizio parlavamo semplicemente di quale partito fosse meglio votare, su chi riporre la nostra fiducia, e via discorrendo. Si parlava spesso del menopeggio: ossia nessuno era convinto di niente, ma tutti si metteva bocca su tutto. Come al solito la nostra vivacità non mancò di farsi notare, e poco ci volle perché le persone dei tavoli vicini partecipassero, o ascoltassero tacitamente, la nostra conversazione. Ovviamente io tentavo di trattenermi. Come spesso tu mi rimproveri ho taciuto il mio tono saccente e con tutto me stesso ho cercato di convincermi delle opinioni degl’altri ma – perché c’è sempre un ma con Socrate – non appena il proprietario del locale ha fatto capolino nel discorso con frasi a ufo su Grillo ho dovuto – si spera Socrate fosse ironico – incominciare il mio comizio. Beh puoi immaginare da te il resto. Però non questo mi scandalizzava, non il fatto che potessero votare Grillo. Vedi io prima li vedevo come persone che non comprendevano la portata delle loro azioni, e perciò mi misi a spiegare loro cosa io vedevo in tutto quello. Ho parlato loro delle grandi alleanze asiatiche, della Cina che compra pian piano l’Africa ed il Sud-America. Ho parlato loro di come sia puerile credere ancora che “Zia America” possa uccidere tutti con il movimento di un dito, e come non valga la pena spendere sulla difesa tanto ci difendono loro sia un ragionamento assurto. Tutto questo quindi doveva portare ad una consapevolezza maggiore nel voto, e non affibbiarlo ad un fascista disfattista che punta a far fallire la mia nazione per i suoi perversi scopi. Non lascerò che distruggano il mio paese. Avevo pensato magari di far leva sul patriottismo. Roberto e Valerio continuavano ad adirarsi con me, dicendomi che la classe politica di adesso e becera e marcia e che “vanno mandati a casa”, con questo senso di generalità che a me non può non infastidire. Però ancora una volta mi sono calmato, ho tentato di ascoltarli. Roberto insisteva dicendo che tutto questo era frutto della politica Americana, del loro capitalismo. Dipingevano il mondo come un grande complotto, di cui loro non facevano parte ma tutti gli altri si. Raccontavano un mondo realmente paradossale, a cui un bambino, soltanto!, potrebbe credere. Eppure erano discorsi così sciocchi, così superficiali. Arrivarono anche altri ragazzi, e la conversazione si fece via via più accesa. Continuavano ad additarmi come il difensore del meccanismo Americano, della vecchia politica. Vedevo la cosa così assurda, io, visto come paladino difensore degli stati uniti! Ma figurati! Ma poi accadde quello che veramente mi fece perdere le staffe. Il discorso, che continuava su questa piega, era ovvio che sarebbe sfociato nel paradossale. Eccolo: mi hanno detto che dal loro punto di vista non vi era differenza tra democrazia e dittatura. Insomma mi hanno detto che essere conquistati dai Cinesi o stare sotto gli Americani non faceva alcuna differenza. Che la democrazia è solamente una forma di dittatura celata, di controllo subdolo ed indiretto delle menti. Ed io sono impazzito.” “Si Socrate, ma saranno le solite ragazzate, non lo credevano veramente…” “Dici? Ma il problema era che anche il cameriere fallito di trent’anni, che non riuscendo a fare l’attore finisce a servire in un bar, lo pensa. Anche il ciccione proprietario di centoquaranta chili lo pensa, quello pseudo anarchico da quattro soldi. Ed i nostri amici. Ora io volevo realmente piangere a quel punto. Vedi, avrei potuto continuare anche sulla linea di prima, ossia pensare che il loro limite mentale impedisse loro di vedere chiaro; che non fosse cattiveria ma stupidità e ignoranza a muovere le loro voci. Ma in quei momenti, caro Leonardo, io vedevo nella mia mente donne lapidate in piazza, ragazzi uccisi per un idea, persone rinchiuse e torturate per un orientamento sessuale “sbagliato”, persone a cui la religione ha rubato la vita. Io vedevo quelle morti, sentivo il loro dolore, e questi figli di papà con la pappa pronta non hanno la decenza di portare un minimo di rispetto per i loro avi, che per dare questa libertà a loro hanno dato il sangue. Perché credevano la meritassimo, credevano avremmo capito. Non è vero, non ne è valsa la pena, non hanno capito un cazzo. Ho detto loro quello che pensavo, ho detto loro quello che sto dicendo a te, ossia che erano dei figli di papà, persone che troppo poco avevano sofferto. E detto da me comprendevo benissimo quanto tutto questo facesse ridere. Ero il più abbiente tra loro. Ma proprio questo mi disgusta. Come quando vidi immigrati accanirsi contro l’immigrazione. Ridicoli, vergognatevi! Ho pensato non ne valesse la pena, di perder tempo con loro. Con il mondo. Mi sembrava tutto fosse segnato. Credevo che finché qualcuno non avesse tolto loro il piatto di minestra non avrebbero capito. E forse non sbagliavo. Ma poi abbiamo vinto le elezioni, con una maggioranza mai vista prima, e allora mi sono calmato. Forse c’è una speranza. Vedi, credo siamo in questo momento ad un bivio della storia, e credo che la nostra Italia sia il perno di quel bivio. È essenziale dare la piccola spinta nella direzione giusta, altrimenti tutto è perso. Io temo la Cina, e temo i populismi avventati e sprovveduti. E temo la cattiveria.” Come al solito, tutta questa euforia non poteva non suscitare l’attenzione delle altre persone presenti sul treno che, volenti o nolenti, si sentivano la baritonale voce si Socrate rimbombare nelle orecchie. Debbo ammettere che spesso, Leonardo e Socrate risultavano pesanti a delle povere persone che ritornavano dal lavoro, e che magari di tutto quel pensare i quei momenti non avevano voglia. Però accadeva anche, e fortunatamente non di rado, che persone si sentissero risvegliate da quelle giovani e vispe coscienze, e si aprissero e parlassero nel sentirli così veri e cosi accorati nei loro pensieri. Capitò una volta che si parlasse di Matrimonio e Separazione, con grande coinvolgimento delle donne presenti. Oppure un’altra volta quando si parlò di Grillo ed i Populismi, con esponenti di piccolo calibro da entrambe le parti. O quell’altra volta ancora che si parlò con il direttore dell’assicurazione Generali ed una simpatica vecchietta sulla gioventù ed i problemi sociologici della modernità. Potrei citarne molte altre, ma credo risulterebbe solamente fuorviante. Ora, se siete lettori un poco scaltri, avrete già capito da voi che questa è una di quelle volte. Un uomo, alto quasi due metri, mento largo e segnato, vestito da capitano dell’aviazione, da Pilota, grondava di sudore. Compostissimo, come solo un militare può stare. “Mio Dio che caldo, lei deve veramente patire molto il caldo! Questo dannato paese, è come tutto! A scuola non si possono accendere i termosifoni anche se fanno -20 gradi fuori, vi è un giorno stabilito! Le tenute estive per i militari magari le mettono a disposizione il 16 Giugno! Non importa che oggi sia il 6 giugno e fuori facciano 34 gradi, e a nessuno importa che su questo treno senza finestrini l’aria condizionata sia spenta e la gente svenga dal caldo! Ci vorrebbe un po’ di elasticità, un minimo di amore per la comunità!” Questo disse una molto distinta signora, con i capelli bianchi sulla sessantina, vestita di tutto punto e seduta proprio accanto al pilota.” “Forse signora il problema è proprio il contrario, qui di elasticità ve ne è fin troppa. Quando facciamo le leggi già si mette in conto che tanto la data è indicativa, giorno più giorno meno ognuno poi fa come crede.” Puntualizzo Socrate. “Effettivamente avremmo anche tenute estive, però vede signora dipende con chi si deve andare a parlare…” Disse il trentenne pilota. Un bell’uomo se posso dire. “In effetti il problema è che a nessuno proprio importa niente del prossimo, e che noi potremmo anche morire di caldo e a nessuno scalderebbe il cuore. Questo è triste.” Disse Leonardo. “Come tutto del resto qui ormai no?” Fece capolino una quinta personalità, da dietro la Signora, che poi si rivelò essere la sua figlia “Filosofa”. “Se ci fosse un poco di più di senso civico, tutto andrebbe in un altro modo.” Tristemente la Signora commentò. “Poi pensi se ci fosse una persona anziana, qui ce ne per far morire qualcuno!” “Ma poi lei come fa? Mio Dio con quella giacca io non riesco proprio a immaginare…” “è il mestiere Signora. Siamo abituati.” “Pensi che ieri ho visto due carabinieri in motocicletta tutti bardati dalla testa ai piedi fermi, a pattugliare. Io proprio non ho idea di come facciano. È disumano.” “Si, bisognerebbe mettere dei limiti a tutto questo, ma difatti questo rientra nel problema di prima.” Il Pilota sospirò, e poi prese le redini del discorso: “Il punto è che le regole sono fatte non tanto con cattiveria, non tanto con qualche struttura o piano alle spalle. Sono, ed è questa forse la vera tristezza, completamente casuali. Incuranti. Non ci si pone il problema perché sembra il problema non sussista. È questione di rispetto, di sensibilità.” “Tutto parte dall’educazione! Se le scuole sono popolate da insegnanti che non hanno alcuna voglia di insegnare, come si fa ad andare avanti?” “Ma il problema parte anche da prima Signora…” “Ma certo, le famiglie, spesso sono una vera tragedia. La totale indifferenza, assenza di compassione reciproca. Credo che oggi proprio tutti i ragazzi siano confusi, ad esempio prendiamo questi nuovi mezzi di comunicazione di massa: Facebook, telefonini e quant’altro. Le persone sono costantemente attaccate a questi nuovi apparecchi e si perdono l’un l’altra. Le persone sono sempre più sole.” “Il problema è anche più grave, dal momento che questi nuovi mezzi offrono l’illusione di socializzare, quando in realtà senza accorgersene ognuno parla solamente con se stesso.” Disse Socrate. “Esattamente!” Ci tenne a precisare la signora. “Fortunatamente io da tutto questo mi sono salvato. A diciannove anni sono entrato in accademia, e lì per 5 anni niente comunicazione con l’esterno. Niente cellulari, niente.” “Dev’essere stata una scelta ardua, a quell’età.” Disse Leonardo realmente commosso. “Si, si rischia di sprofondare. Ma è un poco quello che dicevamo prima no? Bisogna saper scegliere cosa prendere e cosa tenere, non si può accettare passivamente tutto; altrimenti da quel mondo ne esci solamente incattivito e privato della tua personalità.” Ci fu una pausa. “Oggi le persone si affidano alla strada più facile, si cerca la scappatoia, la via di fuga. Non si capisce più per cosa lottare, per cosa faticare. O cosa ignorare. Vi è veramente una profonda confusione morale. Infondo è quello che stavate dicendo prima, è per questo che i populisti qui da noi hanno un così grande supporto.” “Però mi sento anche di difendere la nostra gioventù. Spesso ho sentito parlar male della nostra generazione ma debbo dire che in realtà vedo moltissimi ragazzi mettersi in gioco. Miei coetanei che aprono locali, piccole paninoteche, sale da the. Ragazzi che si impegnano nella musica, non è tutto così negativo come ce lo figuriamo.” “Certamente! Miei tantissimi amici, ex compagni di liceo, adesso si sono realizzati. Ma molti altri, e forse la maggior parte, mi guardano strano. Non riescano a capire. Non riescono a capire come mai ho scelto di faticare per arrivare dove sono arrivato. Non riescono a comprendere il sacrificio per una passione. Vedete io quando ero più giovane, facevo sega a scuola e con la bicicletta mi facevo venti chilometri solamente per andare all’aeroporto militare a vedere gli aerei partire. Non avrei voluto fare altro. E ci sono riuscito, ho faticato e lasciato moltissimo ma mi sono realizzato. E questa è una cosa eccezionale. Certo il nostro paese ha tanti problemi, ma l’applicazione e la fatica pagano sempre. Nella mia carriera ne ho viste di belle e di brutte, anzi quasi solo belle, altrimenti non sarei qui. Sono stato 9 mesi in Afghanistan, 7 in Texas, ed ora sono appena tornato da altri 4 mesi in Afghanistan. Se vedete dei video di degli ATX che distruggono un autobomba ad Aprile, la voce che parla sono io. Ed è andata bene perché l’autobomba era vuota, ed il giorno dopo avrebbe fatto saltare una scuola. E la felicità che ho provato quando il giorno dopo ho visto persone portarmi una cassa di birra al campo e chiedere: “Chi era il pilota?” è inimmaginabile.” “Immagino” Rispose la signora. “Le persone poi ripudiano spesso quello che le ha portate dove sono. Noi militari ne siamo l’emblema. Tutti ora si lamentano degli armamenti e delle spese militari, senza rendersi conto che se sono dove sono è – non dico esclusivamente – in gran parte merito nostro. Si vogliono lavare le mani dai peccati.” Il treno rallentò all’entrata della stazione. Il pilota ora si rivolgeva direttamente ai due giovani. “Ragazzi voi siete giovani ed io sono praticamente vostro coetaneo, anno più anno meno. Voglio svelarvi un segreto, un qualcosa che nessuno dice mai.” Si fermo, visibilmente stava meditando sul modo migliore per esprimere quello che per lui era evidentemente un concetto molto importante. “Ne vale la pena.” Guardò intensamente i ragazzi. “Ne vale la pena, di quelle sere di dubbio. Di quel dolore. Di lasciare tutto per una squallida caserma a diciannove anni. Di lasciare i parenti, di rinunciare a mamma che ti prepara il pranzo e ti stira il bucato. Ne vale la pena, perché noi lo meritiamo. Fidatevi, credete nel vostro sogno, nella vostra idea, e niente di mortale potrà fermare la magnificenza che trascenderà da voi.” I ragazzi erano sbigottiti, non si sarebbero minimamente aspettati da un militare una saggezza del genere. Però riflettendoci, Socrate comprese che la vita di queste persone le costringeva a confrontarsi con problemi che spesso nella nostra quotidianità celiamo, o ci rifiutiamo di affrontare. “Fa proprio bene parlare, dialogare. Tiene viva l’anima. Arrivederci ragazzi.” Disse la Signora. “Arrivederci!” Risposero i ragazzi. “Buona fortuna per tutto.” Disse solennemente Socrate al Pilota, voleva mostrargli riconoscenza. Il Pilota, che comprese, rispose benignamente: “No, buona fortuna a voi.”. Per i ragazzi fu una conversazione molto piacevole. Ed anche per noi.

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