Fare l’amore Cap I

I

Il peso degli anni prima o poi si fa sempre sentire, lo sapeva. Quel senso di inadeguatezza, di fallimento, di incompletezza ormai suonava la sua mente in maniera assai virtuosa. Era vecchio l’ispettore che sedeva sulla panchina all’ombra del cipresso, sulla collinetta al centro del parco. Uno strano tepore pungeva il suo stomaco quella mattina d’una primavera inoltrata. Il vento fresco e il suono caldo dei bambini che ridevano si contendevano quel clima mite. Si ricorda di quando anche lui aveva una figlia da far giocare, prima che sua moglie se le portasse via: sua figlia e la sua giovinezza. Era da diverso tempo che di mattina era solito andare su al parco a spiare i bambini giocare, ad aizzare la sua nostalgia. Un tempo anche il suo lavoro era un gioco, adesso è più che altro un vizio. Il suo era un lavoro che invecchia e che ti costringe all’indifferenza per non impazzire. Ma non lo si è mai veramente, indifferenti, e così si invecchia. Senza famiglia. In un parco. Prende dalla panchina il dossier sul caso che gli è stato assegnato e comincia a frugare nervosamente nelle tasche, ormai senza occhiali neanche ci vede più. Un altro caso, un altro omicidio. Pareva quasi impossibile che in un mondo capace di primavere così belle e bambini così felici potesse esservi ancora qualcuno che compisse omicidi. Accennava un sorriso mentre ci pensava: i fanciulli, loro correvano ignari. Lui era lì per questo. Il detective lo faceva perché ci potesse essere gente più felice di lui. Ma ormai i suoi dossier erano firmati Simenon, ed il detective aveva smesso di farlo da tempo.

È buia la notte, buia e fredda. A passo veloce un ragazzo l’affronta più duro e freddo di lei, a passo veloce un ragazzo si prepara a diventare uomo. Aveva una madre, aveva un padre, ma li ha persi entrambi. A volte la vita sceglie al posto nostro e non ci dona il diritto di replicare. Le gocce che gli tagliano il viso sembrano volerlo sfregiare per sempre, ma lui le ringraziava. Ringraziava che qualcuno le avesse mandate a piangere al posto suo. Arrivato a Central Park si siede su una panchina e si lascia andare. Adesso non sono solo nuvole ad innaffiare l’erba, e la pioggia lo trasforma in rugiada.

Ritorna a casa e si prepara un thè, il caffe ha smesso da tempo di prenderlo perchè il suo medico dice che “deve assolutamente evitare!” e lui non è in condizione di disobbedire o di obbiettare. Tutto in casa sua era un monumento ai caduti, una dolce e malinconica rimembranza del passato. Dalle pipe attaccate al muro intagliate a mano e di corno ai vecchi libri polverosi sulla libreria, che ormai erano incastonati tra le grandi tegole di massello, e poi le grandi tende spesse che incorniciavano il mondo con un pesante panno che un tempo doveva essere stato verde. Anche ammettendo quanto si possa scoprire di un uomo dalla tana in cui abita, nel nostro caso non potremmo farci un idea troppo precisa del nostro ispettore facente parte oramai anche lui del mobilio. Sale le scale verso il piano di sopra ed entra nella sua camera. Aveva un letto grande, ma in tutta sincerità non si sentiva di definirlo matrimoniale. Si toglie le scarpone nere e si lascia cadere morto sul letto. Pensare e pensare, l’unico passatempo che non lo annoiava mai. Era veramente bravo a pensare, al punto che talvolta entrava così tanto nel suo regno da perdere la concezione di ciò che aveva attorno. Sopra il cassettone davanti al letto, impolverata come la sua memoria, resisteva la foto di quella che un tempo fu la sua famiglia. Erano anni oramai che non vedeva sua figlia. Non sapeva bene dove fossero andate, dove si fossero trasferite. Nonostante tutti gli anni trascorsi, provava ancora molto dolore in quell’abbandono. Come se fuggire da là potesse aiutarle a sfuggire dalla bestialità del mondo. Sapeva però anche bene che se non le aveva mai trovate, lui, l’ispettore capo, era perché in fondo non le aveva mai cercate veramente.

Al suo risveglio il nero era passato dal cuore al cielo e le uniche luci rimaste in quel mare ebano erano solamente infantili e vecchie speranze, nude, coperte solo da qualche infima coltre di fumo che sembrava essere uscita dalla sua pipa d’un tempo. In tutta tranquillità si alza e prende la 166 nera che lo aspetta sotto casa; sempre lei da 13 anni. Lei, mai tradita.

–              Il caos della città è veramente stressante. Rumori, tanfi nauseanti, gente sgangherata e ridotta uno straccio, storpi ed ogni tipo di depravato; questo offre la città! Sesso, violenza e droghe di ogni tipo. Ci sono tutti gli ingredienti per distruggere la nostra morale ed il nostro pudore. Se uno non sta attento ci si mette davvero poco a perdersi in quel panico. Angeli di morte mi sembrano, neri incappucciati, tutti così diversi ma tutti con la stessa cantilena in bocca; solo angeli di morte mi sembrano. –

Dopo una faticosa giornata di lavoro, di sopravvivenza in questa palude di sogni stuprati, rattrappiti, mutilati, l’idea di ritornare a casa era la sola cosa che lo rendeva un po’ più allegro. Era felice di sapere che la sua tana, il suo nido, lo attendeva per proteggerlo da tutte quelle “arpie”. Così immenso fu il sentimento che nacque dal bordò nel suo sguardo e inumana la pece nella quale affogò.

 

Lo scotch era diventato da tempo il suo migliore amico. Non parlava ma era simpatico, il prototipo di compagno ideale per lui. Eppure ancora pensava, agitando il suo bicchiere di William Grant & Sons, al all’omicidio di una coppa di mezza età in una villetta a Jeremy way. Diavolo era in pensione, ne aveva di cose da fare! Ad esempio… il vuoto. Un mare di tristezza si appropinquò di lui mentre si accorgeva che al mondo era rimasto solo, mentre si ricordava di come aveva distrutto la sua vita. Pulito il bicchiere lo lascia sul tavolino del bar, la cameriera lo vede e lo porta via. Ne aveva sentito parlare poco prima, la TV di quella piccola bettola appena fuori città ne aveva accennato la vicenda nella titolatura iniziale ed ora erano passati all’approfondimento della questione. Era incasinata forte la questione. Si presume che uno, o forse due, aggressori abbiano messo piede nell’abitazione verso le 19.45. Il movente, stando alle ricostruzioni della polizia locale, è la rapina. Eppure il furto è stato esiguo. Infatti i rapitori sono fuggiti sentendo arrivare delle persone nei pressi dell’abitazione. Il figlio, che aveva passato il pomeriggio a studiare da un amico, stava venendo riaccompagnato a casa da parte dei genitori del suo compagno di classe. Probabilmente il rumore dell’auto ha allarmato i rapinatori che intimoriti si sono dati alla fuga a bordo di due motociclette per i campi. E pensare che quando si era sposato con Mary si era trasferito qui in cerca di tranquillità dalla frastornata New York. Hebron, sembrava un nome così tranquillo. Quella coppia sarebbero potuti essere loro, quel piccolo traumatizzato la loro bambina: la loro Sophie. Già, probabilmente aveva tutte le buone ragioni per andarsene da qui. Pago il conto e vado a casa, sono stanco.

Comprare una pistola non è difficile, basta sapere dove cercare. Basta avere le giuste pressioni.

Ha un aspetto quasi regale mentre sale le scale con la sua vestaglia rosso bordò che funge da donna di servizio. Stanco si getta sul letto. Stanco. Eppure quella storia proprio non gli quadrava, sarà che un Ispettore a fine carriera incomincia ad avere un certo fiuto per i casi, per le persone. Quello che in gergo chiamiamo “sesto senso”. Un bravo ispettore deve essere un grande conoscitore dell’essere umano, ti serve per forza per capire perché. Perché quel delitto? Il movente della rapina non lo soddisfaceva affatto. Due malviventi che uccidono una coppia a sangue freddo solo per rapinarli non si sarebbero posti scrupoli poi ad aspettare nascosti in casa il ragazzo e sbarazzarsi anche di lui. Che si siano posti il problema perché era un bambino? Improbabile, avranno lasciato l’appartamento ai primi rumori e di certo non si saranno messi a controllare chi era che rovinava la loro “visita”. Allora cosa? Un delitto passionale? Eppure negli omicidi a sfondo passionale i carnefici tendono ad avere un certo gusto teatrale, melodrammatico. Quello era un omicidio e basta, nessuno sfondo cavalleresco o erotico dietro. Non si scorgeva. Non c’era emozione in quel delitto! Il Tic-Toc dell’orologio non lo fa dormire, pensa al ragazzo. Non lo hanno trovato, è fuggito dopo aver scoperto l’accaduto. Si sarebbe diplomato entro pochi mesi, aveva appena diciott’anni. Hanno massacrato una vita, ed io non riesco neppure a comprenderne il perché. Che poi sembrava cinico all’ispettore chiedersi il perché di un qualcosa che non poteva avere comprensione: la fine di due vite, la morte di un ragazzo. Quella era una vita segnata, mutilata. Dei mostri gliela hanno rubata. Ma allora cosa? Non poteva essere un omicidio legato alla criminalità organizzata: i genitori sembravano persone perbene senza contatti di quel genere, inoltre l’omicidio era troppo da dilettanti. Non era stato un professionista, di questo ne era certo da quelle poche foto trasmesse alla televisione. Guardava fuori dalla finestra, forse un tempo avrebbe avuto paura, si sarebbe alzato a chiudere tutte le tapparelle e controllare tutti gli angoli di casa. Ora invece se ne fregava, buonanotte.

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