Fare l’amore Cap II

II

Torno a casa e mi attacco alla bottiglia. Leggo. È interessante leggere Joyce, che modo curioso che aveva di scrivere. Anche se si nota che è fasullo, nel senso che si percepisce che i pensieri dei protagonisti sono perfetti. Belli o brutti ma perfetti, senza sbavature tutti lì belli precisi che cadono a pennello. Non ci sono punti morti. Scendo al bar di sotto. La televisione un po’ mi manca, a volte, e così mi guardo una partita mentre mi faccio portare un piatto con un bel sandwich vegetariano. Strano. Da giovane ero carnivoro, divoravo chili mi manzo senza tentennamenti. Ora non ci riesco più, quelle povere bestie mi fanno pena. Delegare. Le facciamo nascere con già attaccato all’orecchio il giorno del macello. Nascono bistecche e nulla più. Cosa cambia con la servitù della gleba? Mucche plebee. È il concetto filosofico alla base che è sbagliato. Nessuno caccia più, nessuno guarda più il dolore negl’occhi. Tutto è distaccato tutto è delegare. C’è chi uccide per noi, chi condanna per noi, chi ci dice cosa pensare, chi cosa comprare, chi come vestirci ed anche come scopare! Che palle! Delegare. Sono Stanco di tutto questo, tutta questa ipocrisia. Una famiglia, 5 persone, cinque cosce di pollo. Pazzi! Se lo avessero ucciso loro quel pollo non la penserebbero così, spero. Ma col lavoro che faccio so che non è propriamente così. Ho sprecato la vita per un branco di macellai a cinque cosce? Delegare. No! Non è così. Torna a casa. Solita rutine. Si cambia, si mezzo lava e va a letto. Dorme bene tutta la notte. Ora sa cosa fare.

Prima pagina: Ispettore arrestato.

Trafiletto: Ispettore di polizia della divisione omicidi uccide il marito della ex moglie.

Il resto dell’articolo neanche lo legge, lo conosceva meglio di chiunque altro. Delegare?

Si sveglia di soprassalto. In casa tutto è silenzio. Mestamente si dirige verso il piccolo lavandino del bagno. Si sciacqua il viso ed alza il capo. Lì, riflessa in quello specchio avvolto dalla penombra della notte, il suo volto: rassegnato, sconsolato. Quel tipo di sogni lo tormentavano ormai da tempo, e finiva per non prendersela più con se stesso, infondo sapeva che la sua coscienza faceva tutto questo in buona fede. Lo capiva. Non era sempre così il sogno, l’altra sera per esempio era andato a prendere sua figlia a scuola e lei non lo riconosceva più… scappava da quel vecchio gridando aiuto: “Tony salvami!” gridava. Fanculo, non era un santo e lo sapeva, ma tutto questo, questo pantame morale, questa vita sudicia e logora, erano troppo, una punizione esagerata persino per un tipo come lui. Fanculo Tony! Vaffanculo Tony del cazzo! E da un colpo al bordo del lavandino. Da sua sorella, doveva andarsene da sua sorella a New York, era da tanto che lo invitava. “Va a finire che ci vado sul serio” borbottò davanti allo specchio. La sorella era una ragazzina di cinquantacinque anni che aveva avuto successo come manager di una qualche supermegazienda del cavolo di cui lui adesso ignorava il nome. Voleva bene alla sorella ma la invidiava terribilmente per quella vita, che lei si godeva nel lusso, e lui non aveva potuto neanche immaginarla nella marea di omicidi che lo avvolgeva. Aveva avuto un compito più duro della sorella, una vocazione più alta, eppure adesso, alla fine della strada, sentiva di aver perso tutto e non avere niente. E quindi non era in collera con sua sorella, lo era con ciò che lei rappresentava: una vita priva di quel senso di morte che lo perseguitava. Insomma, come ho già detto, la invidiava terribilmente. Si coricò nuovamente e sta volta riuscì ad evitare gli incubi per il resto della nottata.

Le notti silenziose, fuggono con piedi alati sull’ombra di questa città. Un infinità di vite che appare così vuota, come un ricordo, un eco, che annega nell’immensità del tempo.

 

Prende la mira, e spara. Non c’è niente di più liberatorio che una bella pisciata mattutina. Come se ci liberasse da tutta la mala chimica che ci ha accompagnato durante la notte. Mentre orina si guarda intorno, la lampada che emanava quella luce fioca, forse anche lei restia a scacciare le rimanenze della notte, e quei quadri di una sua qualche prozia. C’era sempre stata una vena artistica in tutta la sua famiglia, e questo gli sembrava strano, infondo cosa c’è di più distante dall’arte del lavoro di detective? Magari qualcuno avrebbe potuto trovarlo poetico, ma quelli che la pensano così sono solo scrittori da quattro soldi che idealizzano le cose. Nella morte, in quella morte, per omicidio, non c’è poesia. Solo perversione e dolore, chi la pensa diversamente è un malato! Il nostro detective era fin troppo filosofo per non essere un artista ma, come già detto, guai a ricordarglielo! “Ehi John! Un cappuccino per favore, e dammi anche uno di quei cornetti al burro.” “Sai, non dovrei dirtelo, ma forse tutte le mattine un cornetto al burro non fa bene al tuo colesterolo…” Sorrideva benignamente. “Mah, fatti i cazzi tuoi John! Non mandarmi di traverso la colazione…” E John si mise a ridere. Spostò il cartellino RISERVATO da un tavolo e ci appoggiò la sua dannata colazione. Sì, lo sapeva che non gli giovava, ma quanto di meno avrebbe giovato al suo spirito privarsi di quella misera gioia? La vita è fatta di compromessi, infondo, non credete? Sul giornale del mattino ancora quella notizia, la moglie ed il marito sempre morti, il ragazzo sempre scomparso. Quel povero ragazzo, che fine avrà fatto? Com’è possibile che non riescano a trovarlo? La polizia ha davvero smesso di funzionare a dovere, ai suoi tempi le ricerche non sarebbero state così addormentate! Questo dannato posto sta morendo, forse è davvero il caso che vada da mia sorella. “Dovresti farlo, ti farebbe bene!” Non accorgendosene aveva pronunciato quelle parole ad alta voce, sufficiente per farsi cogliere in fallo dall’amico barista che teneva davvero a lui, tanto da esser pronto a perdere il suo miglior cliente. “Già, è tanto che me lo chiede.” “Dai, cosa ti costa? Qua tanto rimarrà tutto così. Ti prometto che al tuo ritorno troverai il tuo tavolino con sopra ancora il suo bel cartellino RISERVATO.” “Sei proprio un bravo ragazzo John, a sopportare un vecchio come me.” John sorrise ancora “Non è proprio questo il lavoro di un barista? Cercare di aggiustare con piccole sciocchezze le bruttezze della vita?” “Già, già… forse è così John. O forse sei solo un barista cazzone!” E gli fece un occhiolino. Gli lasciò i suoi quotidiani cinque dollari sul tavolo e se ne andò. Quella mattina il tempo era incerto e non vi era la solita movida di bambini al parco. Sentire quel luogo così silenzioso lo rendeva strano, come svuotato. L’assenza di quelle risa ed il grigio delle nubi che si rifletteva sulle collinette non faceva presagire nulla di buono. Si accese la sua pipa, e mentre guardava i rivoletti di fumo ascendere al cielo, rifletteva su quanto quel luogo, svuotato dalle risa dei bambini, si fosse riempito di qualcos’altro. Era lui, la sua malinconia si era legata a quell’ambientazione da ottobre inoltrato, quando l’autunno diviene più inverno ed i ricordi dell’estate si trasformano in lontani miraggi, la cui reminiscenza non basta più a scaldarci. Pensava ancora a quel ragazzo e pesava a che cazzo di vigliacco che era rispetto a lui. Non se la passava tanto bene, no di certo, ma come poteva anche solo pensare di star male paragonato a quel piccolo ragazzo perso, indifeso? Cazzo non aveva le palle neanche per vedere sua sorella, per affrontare il suo fallimento. “Adesso basta.” Torna al Bar, John stava preparando i tavoli per il brunch. “Ehi John, mi serve un favore. Tu sei giovane e sei bravo con il computer, potresti fare una commissione per me?” Alla fine uscì dal bar, John gli grido dietro: “E tranquillo, ci penso io ad i tuoi pesci!” “Ma io non ho nessun cazzo di pesce John!” “Beh, sbagli! Ti farebbe bene avere dei pesci!” E sorridendo si allontanò. A casa richiamò subito la sorella che, come tutte le sorelle minori, lo accolse con un affetto che al vecchio ispettore mancava da tempo, e nel quale non avrebbe neanche sperato.

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