Fare l’amore Cap III

III

Pioveva a dirotto quella mattina. Appena uscito dal portone di casa guardò il cielo, ieri avrebbe borbottato qualcosa di non proprio gradevole a qualcuno lassù ma oggi un Taxi lo aspettava e così, un po’anche perché l’attesa con il Taxi la paghi, si diresse direttamente all’auto accostata al marciapiede. “All’aeroporto, grazie…” La sua frase senza punto il tassista la conosceva bene, nessun uomo che parte mette mai il punto alle proprie frasi, in principiò lo aveva trovato strano ma, alla fine, vi si abituò. Era arrivato in aeroporto con largo anticipo, non aveva neppure dormito quella notte, chi l’avrebbe mai detto che un vecchio ispettore in pensione sarebbe stato in ansia come uno scolaretto per il solo rivedere la sorella? Ma i vecchi si commuovono per tutto, e la vecchiaia insegna loro il valore della compagnia. “Si ricorda inoltre ai gentili passeggeri che all’interno dell’aereo è severamente vietato fumare.” Amava avere due vizi in quelle circostanze. Aveva sempre avuto un debole per la velocità, un senso di ebbrezza che scaturiva da quel sentirsi il cuore in gola, da quell’accelerare… La velocità lo inchiodava al sedile, o meglio era l’accelerazione ma il nostro ispettore non si curava di certi dettagli. Recuperò il bagaglio che fortunatamente la compagnia aerea era riuscita a non perdere. “Ciao Jospin!” Lei lo abbracciò forte. Era una bella donna, più sulla cinquantina che sulla sessantina. Aveva delle rughe in volto ma senza averne, il volto era disteso oramai. Era una donna che godeva della sua vita e della sua salute. “Cristo, sembri più giovane di prima… Cosa ti è successo?” “È così che si sentono le persone che vanno in vacanza di solito! – gli sorrise, dolce – sbrigati che ci stanno aspettando per la cena!” Gli ricordava la madre, e lui non le ricordava il padre. All’uscita dell’aeroporto l’autista di Jospin li attendeva affianco all’auto. “Mi permetta signore” E lui lasciò il suo pesante bagaglio, avrebbe voluto dire che ci pensava da se, ma un vecchio con la sciatica non può stare a fare troppi complimenti. “Carl sarà così contento di vederti, ed anche Margaret e Julius. Ci sei mancato tanto, sai?” “Mi spiace non esser venuto prima Jo…” “Non preoccuparti, l’importante è che finalmente quel vecchio orso che sei si sia convinto a cercare un po’ di affetto umano. Non stare in ansia! Vedrai, ti divertirai.” Ne sono certo Jo, ne sono certo. Eppure non lo disse. Guardava fuori dal finestrino, New York era davvero una bella città e sua sorella viveva in una bellissima parte di quella bella città. Viveva a meta di un grande grattacelo in vetro su Central Park, si vedeva il cielo da lassù ed il parco non era troppo distante. La virtù sta nel mezzo, dicevano i greci, e mia sorella incarna perfettamente questa massima.

I vicoli bui al mattino non incutono più la paura che emanavano la sera prima, così forse sono anche i mostri e gli assassini.

New York al mattino è bella, verrebbe quasi da dire che è tranquilla, anche se non è vero. Quel traffico altalenante, quelle persone che camminano sui marciapiedi avanti, indietro, avanti, ci fanno sentire cullati dal respiro della città. Si diresse verso una caffetteria, certo non sarebbe stata come quella del suo amico John, ma era convinto che sarebbe riuscito a sopravvivere. Ripensava alla serata di ieri, era vero, si era divertito alla fine. I ragazzi di Jospin erano dei ragazzi meravigliosi e faceva un gran piacere parlare con loro, odoravano di freschezza e di vita. Il marito è sempre stato una persona molto intelligente, era un filosofo, e non potevo permettermi di non esprimere la mia filosofia davanti a lui, una filosofia fatta di terra e sangue, e concretezza. Niente dolcificanti o smielate carinerie, la verità punto e basta. Spesso le persone troppo intelligenti si fregano da sole, per non annoiarsi si inventano realtà assurde quando si allontanano dalla vita. “Prima bisogna vivere, dopo si può filosofare…” L’aveva detto qualcuno di importante, tipo Aristotele o uno così. Ci credeva molto, e se la sorella incarnava “la virtù sta nel mezzo” lui non poteva essere che questa massima. La camerierina con il cappuccino ed il cornetto arrivo piuttosto celermente, forse troppo, infondo l’attesa del piacere è essa stessa il piacere. I sui baffoni si sporcavano leggermente con la schiuma del cappuccino. Fece un profondo respiro, molto profondo come non ne faceva da tempo e guardò fuori dalla finestra. Sembrava un naufrago che aveva nuotato per miglia e aveva raggiunto la costa, si era ricomposto e aveva cenato, solo ora si voltava a riguardare il suo percorso, a ricordarsi della sua fatica, e respirava, felice di far parte ancora di un mondo che aveva temuto di abbandonare.

“Il cappuccione” che strano nome per un locale, neanche fossimo a Little Italy, ma per buttar giù qualcosa andrà più che bene. Non può dirsi conclusa la notte sino all’attimo in cui io non beva la bevanda di Ippocrate! E questa notte deve finire.

Mentre fissava, vacuo, il vetro davanti a lui senti un ragazzo alle sue spalle ordinare un “caffe d’orzo”. La cosa lo colpì perché non sapeva cosa fosse un caffè d’orzo e ne rimase così affascinato che decise che la prossima volta lo avrebbe sicuramente provato. Era l’ora del TG, era curioso di vedere se la sua nuova città sarebbe riuscita a battere anche nei cataclismatici eventi Hebron, un poco come quando ad una festa si cerca di vedere se una nostra ex fidanzata, o moglie, sia imbellita od imbruttita, non per un qualche interesse ma semplicemente perché dove posiamo una parte di noi sentiamo automaticamente un diritto di possesso, come un latifondista che controlla le sue terre, per le quali non ha alcun attaccamento, o almeno non come lo ha il contadino. No, New York oggi aveva perso. Si parlava anche qui di quel ragazzo, di quel terribile omicidio. Perché terribile? Di certo non era stato il peggiore, di certo non il più cruento della sua carriera… Aveva visto tante cose, ma non solo perché era un detective, qualunque persona che legga un giornale o guardi la televisione oggigiorno ne è pienamente consapevole. Eppure era terribile. Il ragazzo del caffe d’orzo scappo via e dietro a lui il proprietario gridava “Ehi! Non mi hai pagato il caffe, dannato ladro del cazzo!” Mentre agitava un vigoroso pugno. I ragazzi d’oggi, rubano più per piacere che per necessità. Era terribile perché non vi si trovava un movente! Ora lo capiva chiaramente. Le persone in un delitto cercano sempre di comprenderlo, di smascherare il male, di ridicolizzarlo: “Malattia, Egoismo, Pulsioni Emotive, Vendetta, o il bieco Danaro”. Aveva borbottato. Ma questa volta cosa? Non si trovava un motivo, uno o due persone, magari completamente normali, avevano ammazzato due persone e traumatizzato un ragazzo. Dove era la logica? Il senso? Lo avevo già detto, non c’è passione in questo delitto. Allora cosa? Che siano stati due rapinatori alle prime armi che dopo il colpo finito male se la siano fatta addosso e siano scappati? Ora come ora era la tesi più probabile, almeno per lui lo era. Ma qualcosa non quadrava, due ladri, per quanto incapaci, si sarebbero fatti più rimostranze ad uccidere per la prima volta due persone, inoltre il fatto che i coniugi fossero in casa era abbastanza palese: l’auto parcheggiata fuori, le luci di casa tutte accese, ed altri dettagli che uno che vuol rubare, per quanto sia sprovveduto, non può non notare. Che fosse un imbecille completo? Un idiota? Se fosse stato così idiota le autorità lo avrebbero trovato subito, no, non è un idiota. E allora cosa? Cosa cazzo voleva? Questo si domandava, questo si domandavano tutti e, poiché nessuno aveva una risposta, si stava male perché questa volta il Male aveva vinto. Nessuna catarsi, nessuna comprensione, solo un atto malvagio senza un briciolo di parvenza logica. Questo faceva star male, l’ignoto. Lascia cinque dollari sul tavolino ed esce dal locale, si dirige verso casa, o meglio casa della sorella, ma non troppo in fretta. Continuava a riflettere su quel povero ragazzo, chissà quali terribili tormenti stava affrontando adesso. Forse le autorità lo avevano trovato ma lo nascondevano ad i mass media, come era possibile altrimenti spiegarsi quella sparizione? D’accordo che le forze dell’ordine erano peggiorate, ma si erano lasciate scappare uno o forse due assassini ed un ragazzo? Pareva davvero eccessivo anche per gli odierni standard di mediocrità! Attraversava Central Park, da lì si vedeva l’appartamento. Che ridere, un tempo la natura circondava i piccoli insediamenti umani, adesso invece è lei ad essere circondata da grandissime città, già, che ironia. Si diresse verso la sua casa temporanea. Nel camminare vide dei ragazzi stesi in uno spiazzo del parco, due ragazze ed un ragazzo; era curioso il nostro detective, come ogni bravo detective, e così mentre passò non poté far altro che origliare la loro conversazione: “Pensi che i pubblicitari fanno qualcosa oltre che copiare quello che fa la gente? Guardano Nicole che parla al blackberry e pensano: facciamo una cretina che parla al blackberry!” La cosa lo fece sorridere, soprattutto perché pensò che sua figlia, in questo momento, sarebbe potuta essere una Nicole, da qualche parte, a parlare al suo BlackBerry. Infondo, adesso, doveva avere la stessa età di quei ragazzi. Però cretina no! Sua figlia, cretina, non poteva esserlo di certo. Entra nel grattacelo. Gli ascensori oggigiorno sono realmente il sunto della tecnologia, tutta racchiusa in una scatola di metallo! Era incredibile, tutti quei piani, quei metri, in una qualche manciata di secondi. Entra in casa e si dirige verso la camera degli ospiti. La sorella gli ricordò che tra poco sarebbe stata pronta la cena, cosa che si intuiva benissimo solamente dal buon odore che invadeva la casa… “D’accordo Jo, dammi qualche minuto che mi preparo.” Ci voleva una doccia fresca, e poi calda. Lascia i vestiti addossati ad una seggiola ed entra nella porticina che dà sul bagno privato, come vi ho già detto la casa era davvero grande. Adesso si sentiva veramente parte di un film poliziesco, lui, il vecchio detective in pensione, che si docciava nel cupo sottofondo di una Summertime di Miles Davis. Si scorse a guardarsi in terza persona, attraverso i cristalli annebbiati della doccia, e si trovò a ridere di se stesso. Chissà, forse sarebbe stato un bravo regista, almeno così gli omicidi li avrebbe visti solo per gioco. La cena era servita; dio che servizio, che elegante quotidianità. La cameriera aveva imbastito davvero una bella tavola per accogliere il nuovo venuto. Tutti erano lì seduti che aspettavano lui, con trepidazione ed allegria. Il vecchio si commosse, ma senza darlo troppo a vedere. L’antipasto lo sbalordì, del salmone norvegese servito su un letto di insalata e guarnito con del vero aceto balsamico, di quello denso denso che fa fatica ad uscire dalla boccetta, era interessante. “Com’era la colazione al Cappuccione?” “Ti dirò, era buona. E non me lo aspettavo!” “Sei il solito vecchio prevenuto brontolone!” E sorrise amabilmente. La conversazione prosegui, si parlò del lavoro di Carl, che attualmente si occupava della lingua americana e del suo sviluppo, e ci tenne a far sapere all’ispettore la sua preferenza per l’ermeneutica rispetto alla semiotica. L’ispettore sarebbe stato d’accordo con lui se avesse saputo, anche solo in parte, di cosa si stesse parlando. Riuscì comunque a fare una battuta allegra sulla sua piccola Hebron, di quelle battute un po’ provinciali che però riescono a mettere tutti di buon umore. Nacque poi tra Jospin e Carl un’accesa discussione sulla campagna di Russia intrapresa da Hitler. Io e Margareth ci limitavamo a scambiarci complici sguardi d’intesa, in quella che sembrava essere una ben più aspra guerra. Pensavo al caffe d’orzo, e a quel bizzarro antipasto. Avevo visto tante cose nella mia vita, eppure continuavo a stupirmi per tali inezie. La conversazione infine si spostò sulla politica moderna e sulle ultime elezioni che avevano censito il crollo della fiducia del popolo americano nella figura di Obama ma, a questo punto, era arrivato il momento del dolce, una macedonia guarnita con del vero gelato Italiano. La bellezza si nasconde dietro la semplicità pensò, e mangiò soddisfatto il suo gelato. Si alzarono tutti allegri da tavola, perché non importano mai tanto gli incidenti di percorso, un bel finale ridà allegria a tutti. Durante la cena il nostro detective aveva avuto costantemente una domanda sulla punta della lingua che non vedeva l’ora di porre a Carl, sperando che questa volta avrebbe parlato in termini comprensibili. Rosmarie aveva finito di sparecchiare la tavola e Carl era seduto a leggere il giornale vicino alla vetrata che dava sul parco. “Buonanotte Carl, a domani.” “Ciao Rosmarie, fai buon rientro! E stai attenta che per strada se ne sentono di tutti i colori ultimamente… le persone sono affamate.” “Grazie, lo farò!” E chiuse la porta. La stanza adesso era silenziosa, si volle soffermare un attimo ad ammirare quell’armonia di famiglia e quel silenzio, poi fece il suo ingresso anche lui in quella stanza. “Carl, scusami se ti disturbo” “Figurati, affatto! Anzi mi annoiavo decisamente…” “Guarda ti dico subito che è una sciocchezza, però continuo a pensarci da questa mattina e non riesco a venirne a capo.” “Se posso aiutarti ne sarò ben felice!” “Perché si commettono omicidi di solito? Cioè, perché ammazziamo?” “Credevo che a questo, mio caro amico, saresti stato tu a darmi una risposta.” E sorrise “In verità ci stavo pensando anche io, guarda qua…” E gli porse l’oggetto “stavo leggendo sul tablet una notizia di poche ore fa. Una persona è stata trovata morta in casa sua. Non aveva una famiglia, era un benestante che viveva al di poco fuori dalla città. I ladri o il ladro hanno rubato solo qualche sciocchezza: una vita spezzata per qualche centinaio di dollari.” Quando fini di leggere l’articolo si fermò un secondo, assente, e poi ridiede il tablet al proprietario. Carl si aspettava un commento, aveva portato quello spunto per iniziare una piacevole conversazione (per quanto possa esserlo una conversazione su questo genere) su cosa spinge l’uomo all’omicidio ma il cognato, questa volta, lo stupì. Il vento nel parco quasi non soffiava, lo vedeva dalle lontane chiome degl’alberi quasi immobili, e la luna, a New York, non sembrava mai un oggetto celeste, magari un dirigibile, però sembrava anche lei far parte della città, come se New York inghiottisse ogni cosa in se, le persone, le lune, il passato e gli omicidi. Il detective era rimasto turbato da quella lettura e, guardando attraverso la grande vetrata, gli disse, “Grazie Carl, credo che andrò dieci minuti a prendere un po’ d’aria fresca qua sotto” e poi andò a prendere il giubbotto e la pipa. Carl ci rimase di stucco, soprattutto perché non gli aveva ancora risposto nulla. Un poco preoccupato, quando lo vide ricomparire vicino alla soglia si sentì in dovere di aggiungere: “Vuoi che ti accompagni? Non ho neanche finito di risponderti…” “Figurati, sta tranquillo. Ho bisogno di riflettere un po’ da solo adesso, tutto qua.” “Allora goditi la fresca serata.” E restò a fissare quella porta che si apriva e si chiudeva, con in mezzo quel cognato dall’atteggiamento davvero strano. Uscì in strada. Il vecchio detective aveva sentito improvvisamente il bisogno di riflettere, come un tempo, con la sua vecchia pipa in mano. Non sapeva ancora bene perché, ma Carl gli aveva dato da pensare.

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