Fare L’amore Cap VI

VI

Erano le 18 ed il Detective e Carl stavano spalmando paté di fegatini su dei crostini, incuranti completamente della religiosa imposizione che prevede per la sera del ventiquattro il mangiare solamente pesce. “Sai Carl, mi chiedo dove siano le mie ragazze, adesso, come stiano festeggiando il natale. Non vorrei rientrare nelle loro vite, so che per loro io non sono mai stato una persona confortante, però vorrei solamente sapere se sono felici, come sta Sophie…” Carl rimaneva in silenzio, aspettava che il vecchio paguro uscisse dal suo guscio. “Sai Carl, ogni tanto ho paura. Comincio a scordarmi i loro volti, i ricordi cominciano a somigliare sempre più a sogni e meno a fotografie. Comincio a dimenticare i loro lineamenti. Che cosa triste eh? Basta qualche anno in un posto lontano per farci dimenticare la nostra famiglia, la nostra vecchia vita, i nostri affetti… -sospira- Eh… però un po’ no!” Carl lo guarda: “Però un po’ no; è proprio quel un po’ no che ci differenzia dagl’altri animali, che ci rende esseri umani.” E gli appoggia fraternamente una mano sulla spalla. Arriva Jospin con in mano il solito Cordless nero ed il grembo tutto impiastrato di farina, il suo sorriso rimise allegria ai suoi due uomini. “C’è una chiamata per te, è Jim! Credo voglia farti gli auguri.” “Grazie Jo.” Prende il telefono e si va a rintanare in camera, come un vero adolescente. “Allora Jim, cosa hai scoperto?” “È arrivato il 16 sera ed è ripartito il 17. È venuto con la moglie ed hanno soggiornato in un albergo al centro della città. Non ho avuto il tempo di controllare tutta la storia ma ho chiesto all’albergo se avessero prenotato qualcosa attraverso la reception e mi hanno dato un elenco di prenotazioni: una per il museo di storia antica, due biglietti per il cinema la sera ed una prenotazione in un ristorante qui a Hebron.” Rimase senza fiato: era stato lì, e proprio nel giorno dell’omicidio! Ma perché? Perché pensava quello che stava pensando? Gli indizi adesso facevano supporre proprio che fosse lui, David Pizzarotti, l’assassino dei genitori del ragazzo. Possibile era possibile. Ma la moglie? Che fosse complice anche lei? Poteva essere, non era inusuale che moglie e marito collaborassero in casi di omicidio premeditato. Inoltre tutto combaciava con il fatto che non avesse senso, infatti i due non avevano un movente, e quell’omicidio era strano proprio per l’assenza di un movente. La pistola dalla canna sporca. D’accordo, tutto poteva essere, ora realmente mancava solamente una cosa. Un ultima cosa. Raccontò tutto a Jim, i suoi sospetti, il ragazzo, tutto quanto. “Capo, è assurdo…” “Lo so Jim, è incredibile, ma per convincerci della colpevolezza di quel David ci manca una cosa. Ritaglia un cartoncino delle stesse dimensioni dei biglietti New York- Hebron e vai sulla scena del crimine, vediamo se combacia.” “Immediatamente capo.” È però vero che una sorella non sarebbe una sorella se non avesse la capacità di intuire certe piccole cose e, inoltre, era pur sempre la sorella di un ispettore capo, e la genetica non mente. Aveva origliato da un secondo apparecchio tutta la conversazione ed ora stava aspettando sulla porta l’ignaro fratello. “Figlio di puttana!” Furono le prime parole che udì prima di vedersi lanciare addosso il secondo Cordless, forse aveva sopravvalutato quegli aggeggi.

Parlarono, non saprei dire precisamente per quanto tempo, forse quaranta minuti o centoventi, chissà, però la cena di natale era sempre più incombente e quella conversazione doveva volgere ad un termine, che i partecipanti fossero in accordo o meno. Spesso nel parlare le persone si perdono in inutili fronzoli, e le donne soprattutto lo sanno bene, cosi che le perplessità della sorella si sarebbero potute riassumere nella semplice frase: Perché ti sei andato a ficcare in questa storia?, cosa che noi faremo. L’anziano detective, che non aveva più nessuno che lo ascoltasse da molto tempo, si sciolse e cominciò a raccontarle dei suoi trascorsi notturni, dei suoi incubi, delle sue paure. La fine della sua vita molto più vicina dell’inizio, oramai poteva vederlo chiaramente, e giunto quasi al culmine del suo percorso quell’inizio cominciava a sembrargli poco chiaro. Lo ascoltò, lo ascoltò a lungo senza interromperlo. Forse piangeva, poco importa. Era un tenero momento di riconciliazione fraterna, sincera. Il suo spirito di poliziotto non gli permetteva di abbandonare quel caso, forse anche perché si rivedeva in quel ragazzo, solo ed abbandonato in un mondo che oramai appariva ad entrambi arido; almeno fino a questo momento. “Che storia terribile, davvero… Quello che però non capisco è perché il tizio del ristorante sarebbe dovuto andare ad uccidere i genitori del ragazzo, da quel che sembra neanche sì conoscevano i due.” “Magari sarà stata una vecchia lite, oppure qualche affare nascosto, chi può dirlo?” “Ma allora come si spiega l’omicidio qui di New York? Se sei convinto che non sia stato il ragazzo chi può essere stato? La moglie del proprietario?” “Cosa c’è, ti diverti a giocare alla Detective?” “No, semplicemente cerco di salvare il natale. Se non risolvi questo caso sono convinta che passerai la serata con la testa tra le nuvole a pensare ai come e ai perché.” “Non lo farò, non lo farò, non oggi almeno.” Si appropinquarono tutti a tavola, la cena stava per iniziare. Era bello avere una famiglia, una famiglia per non essere soli, soprattutto a natale. Lui oramai erano diversi anni che lo trascorreva in solitudine, nel suo solito bar, con la sua solita birra di compagnia ed il notiziario sportivo. Quel povero ragazzo, invece, lo avrebbe trascorso da solo, senza un famiglia; così pensava mentre si rigirava tra le mani una posata d’argento, vecchio ricordo della nonna. Certo, quel povero ragazzo stava anche pianificando un omicidio, ma non si sentiva di biasimarlo. Chi non griderebbe vendetta nella sua posizione? L’ispettore si sentiva veramente molto vicino a quel ragazzo. Anche Jim probabilmente starà con la sua famiglia a quest’ora, alle ore ventuno della viglia di natale.

Il freddo metallo scorre nella notte

Quel povero ragazzo,

Il caricatore scivola senza peso nella guida, eppur lo sforzo è grande

tutto solo

Il peso della vendetta è immenso

la sera di natale,

Ed immenso è il dolore che procurerà

povero ragazzo…

Uscì dall’appartamento che aveva in affitto su Madison Square. È buia la notte, buia e fredda. A passo veloce un ragazzo l’affronta più duro e freddo di lei, a passo veloce un ragazzo si prepara a diventare uomo. Il freddo della notte, il freddo dell’anima, ed il freddo metallo che teneva in pugno nella sua tasca destra. Aveva una madre, aveva un padre, ma li ha persi entrambi. In questo mondo di caos l’unica giustizia, l’unica possibilità, è l’imposizione del nostro animo sul mondo crudele che cerca di sovrastarci. A volte la vita sceglie al posto nostro e non ci dona il diritto di replicare. Ma la nostra vendetta cadrà senza rimorso su colorò che della nostra vita avranno fatto un abominevole destino. Le gocce che gli tagliano il viso sembrano volerlo sfregiare per sempre, ma lui le ringraziava. Ringraziava che qualcuno le avesse mandate a piangere al posto suo. Perché lui non aveva tempo per piangere, non questa notte, non questo ventiquattro dicembre. Arrivato a Central Park si siede su una panchina e si lascia andare. Domani finirà tutto, domani la sua fine sarà il mio epilogo, l’appendice lasciato insoluto nel mio destino. Adesso non sono solo nuvole ad innaffiare l’erba, e la pioggia lo trasforma in rugiada.

Effettivamente il paté di fegatini non era niente male, e Jospin aveva anche preparato delle fantastiche fettuccine al sugo di mazzancolle. Mentre con le mani spulciava un grosso gambero dal suo guscio pensava, mio Dio! Erano anni che non mangiavo qualcosa di così buono, devo assolutamente ricordarmi quanto torno a casa di dirOh cazzo, ma certo!

Il Detective si alzo di scatto a meta del primo. “Cosa c’è?” Chiese Jospin preoccupata. Fissava il piatto ancora pieno di prelibatezze: “Devo andare, scusate!” Visibilmente perso si guardò intorno, cercava qualcosa, forse il suo soprabito. “…è sull’appendiabiti nell’ingresso.” Disse il perspicace Carl. Si precipitò fuori dalla sala da pranzo senza aggiungere altro. Infilò il cappotto e si diresse verso la porta, Carl a quel punto lo afferrò per un braccio: “Prendi questa.” Gli porse una Glock 42, un modello molto simile alla sua vecchia arma di servizio. Si guardarono negl’occhi, giusto un istante. “Grazie Carl, grazie.” “Vuoi che venga con te?” “No, pensa a prenderti cura di questi ragazzi e della mia Jo.” “Non preoccuparti, e sta attento.” Era oramai sulla soglia quando Jospin, in lacrime, si aggrappo al suo soprabito: “Ti prego non andare! Ti prego Albert non andare!” “Non posso Jo, se non vado due persone questa notte moriranno, ed io sono l’unico che può fermarlo. Sta tranquilla, va bene così… Fammi solo un favore, chiama Jim e digli che sono andato.” Le diede un bacio sulla fronte, ed uscì. Si diresse al primo Taxi che vide, gli diede l’indirizzo del signor Pizzarotti ed aggiunse “più in fretta che può!”, come in un vero film americano. Arrivo alla casa alle 23:00 e tutto era silenzio. Forse il ragazzo non era ancora arrivato, o magari il signor Pizzarotti non era in casa. Lui non sapeva neanche l’interno, quale fosse l’appartamento. Perse qualche minuto a cercare il nome sul citofono ma non suono, non voleva destare sospetti. Prese una leggera rincorsa e spalancò con un calcio il portone del palazzo. Interno 10, sarà stato il terzo piano. Con la Glock in mano comincia a salire le scale, non sbagliava, arrivato al terzo piano vide sul pianerottolo una porta spalancata. Cazzo, era tardi. Si diresse come un pazzo verso la porta, prima prese un respiro, ed entro a pistola spianata, senza parlare. Nell’ingresso non c’era nessuno, nella casa regnava un silenzio di tomba. Percorse il corridoio che collegava le camere, vide una porta con dietro tutto illuminato: doveva essere la sala da pranzo. Vide l’albero di natale con le lucine. Se erano, erano lì. Sbirciò leggermente dentro, il ragazzo stava puntando la pistola alla famiglia che stretta dietro al tavolo l’osservava con terrore mentre lui continuava a ripetere, freddo, glaciale “Voi lo sapete perché, Voi lo sapete! Schifosi figli di putt” I bambini piangevano, era il momento, avrebbe sparato. Si scagliò con l’arma sul ragazzo e lo colpì forte alla nuca con la sua arma mentre con l’altra mano aveva già afferrato la pistola e l’aveva puntata verso il soffitto, in caso un colpò accidentale partisse. Mi dispiace ragazzo, pensò. Lo ammanettò e si mise sulla soglia, si sedette per terra e puntò la pistola al signor Pizzarotti. “Siete tutti in arresto, che nessuno si muova.” Il signor Pizzarotti forse all’inizio provo anche a dire le solite frasi del genere non c’entriamo niente, oh mio dio ci ha salvato la vita, ma non ci mise molto a capire che l’ispettore forse non era venuto lì per salvare lui, né la moglie, così tacque. Ci era riuscito, aveva salvato i ragazzi, quegli stessi ragazzi che forse non si sarebbero dovuti trovare li ma in un parco, con la leggera brezza invernale, a fare pupazzi di neve e creare quel clima mite. Jim arrivò con i rinforzi due ore e mezza dopo, poveraccio, si era fatto tutta la strada da Herbon a New York in macchina guidando come un pazzo.

Il processo ci sarebbe stato, sia per l’omicidio dei genitori del ragazzo che per lo stesso ragazzo. La teoria dell’ispettore, oramai, era conosciuta da tutti e lo stesso ispettore capo di New York si complimentò e lo ringraziò a nome di tutta la città. Ne era molto fiero, anche un vecchiaccio come lui era servito a qualcosa e, forse, essendo finito su tutte le prime pagine dei giornali, magari anche loro lo avrebbero visto, anche loro si sarebbero state fiere di lui. Così, con questa nuova speranza, ritornò baldanzoso a casa.

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