Fare L’amore Epilogo

Epilogo

Eppure molti punti non erano stati risolti. Qual era il movente degli assassini? E, soprattutto, cosa c’entrava l’altro omicidio, quello del cliente del signor Pizzarotti a New York? Cosa collegava quella ragnatela?

Decise così di andare a trovare il ragazzo ed i signori Pizzarotti. Premettiamo subito che non crediamo di poter trascrivere qui la totalità dei futuri avvenimenti del nostro eroe poiché, spesso, questo mestiere costringe a commettere azioni che mai vorremo dover fare e perciò, noi, ci arrechiamo il diritto di ometterle lasciando però intendere all’arguto lettore come si sarà svolta la negoziazione delle notizie. Non dico si sentisse in colpa per averlo arrestato, il ragazzo, eppure avvertiva una strana sensazione nel pensare a quel pargolo, solo, disperato, in una cella, e con tanto odio nel cuore. Lo tenevano in stato d’arresto in attesa del fantomatico processo. Aveva 16 anni e probabilmente con qualche anno di riformatorio se la sarebbe cavata. Lo trovò che era seduto in terra, a gambe incrociate e lo sguardo basso a fissare il pavimento. Appena mi sente chiedere al secondino di aprire la la cella alza la testa e mi fissa. Uno sguardo strano. La brandina è libera e decido di sedermi lì. Gli chiedo: “Come va?” Un silenzio è l’unica risposta che riesco ad ottenere. Magari provo un altro approccio, “Mi dispiace, per tutto quanto…” “Grazie” Risponde con voce sommessa. “So che si è preoccupato molto per me.” Ma come fa a saperlo? “Mi ha cercato per tutta New York” ed accenna ad un sorriso “Mi scuso anche di averla colpita, mi sono fatto prendere dall’agitazione.” “Non preoccuparti” Prendo un respiro, “Avrei bisogno che tu rispondessi ad alcune domande, te la senti?” “D’accordo…” E forse già comincia a tremare. “Puoi raccontarmi cosa è successo quella sera? Prenditi tutto il tempo che ti serve.” “Stavo… Anzi, ero tornato a casa. Avevo studiato da un amico. Mi accorgo che la porta è spalancata e sento subito gelarsi il sangue, senza motivo, ci sarebbero potuti essere tanti motivi per quello no? Però è aperta, ed a me si gela il sangue. Poi entro, e voi sapete benissimo quello che ho trovato, mi salvi dal raccontarglielo la prego. Quello che però non sapete è che si, li ho visti, di spalle, un uomo ed una donna, correre via. Quei, quei…” E gli cade una lacrima, una sola, mentre serra il pugno sinistro, che in quel momento sembra possa piegare anche il titanio. Forse mi basta, forse non mi serve altro da questo ragazzo, forse non può darmi altro. Ed allora perché non sono soddisfatto? Cosa voglio ancora? Cosa cerco di ottenere? Una risposta all’ormai unica domanda che mi tormenta: il perché. Perché nella nostra vita commettiamo scelte che ci condannano? “Perché non sei venuto subito da noi? Perché non ti sei lasciato aiutare?” Non risponde, niente. “Questo non ti avrebbe aiutato in alcun modo, anzi. Credi che l’ucciderlo ti avrebbe aiutato? Perché? Avresti ucciso anche lei, la moglie? Ed i ragazzi? Ti saresti condannato da solo, ti saresti trascinato per la vita il senso di colpa di aver spento una vita. Non perché non lo meritasse ma perché non lo meritavi tu!” Ci furono diversi istanti di silenzio ed il detective avrebbe tanto volto allungare una mano per poggiarla sulla spalla di quel povero ragazzo, perché temeva in un possibile cedimento emotivo, cosa che aveva previsto, eppure rimase impassibile, contro ogni possibile pronostico. Questo suo marmoreo silenzio non faceva altro che mettere sempre più in risalto l’agitazione dell’ispettore capo, quel ragazzo sapeva essere molto teatrale. “Vede ispettore, lei mi domanda insistentemente il perché. Ed è umano ed io lo capisco, il perché di ogni cosa. – Il ragazzo aveva alzato nuovamente il capo e lo guardava fisso. I suoi occhi non mostravano più tracce del dolore che aveva attraversato la sua anima fino a qualche istante prima, persino il solco lasciato dalla lacrima sul suo fanciullesco viso sembrava essersi diradato – Non lo avevo ancora detto perché ci si sente sempre in qualche modo giudicati ed esposti quando si dice ciò che si pensa.   Quelle bestie hanno ucciso la mia famiglia, tutta, -piange, ma silenziosamente, senza singhiozzi. – madre e padre! Delegare? Lasciare allo stato la bega di trovare il tizio, condannarlo, io lo guardo dietro le sbarre e sono contento? Questo dovrei fare? Questa dannata utopia dell’equità. Secondo lei se uno vuole andare a letto con una donna delega lo stato? Ci manda un funzionario che poi mi recensisce come è stato? Mi guardo le foto?!? Io ero stanco di lasciare agl’altri qualcosa che dovrebbe essere soltanto mia! La vendetta, è mia!, non dello stato né di nessun altro! Come la mia donna. È mia. Uccidere è una cosa molto umana, si può fare sesso o fare l’amore. Ci sono sentimenti veri dietro questa azione, non è il dare fuoco ad un barbone per strada, non è perversione la mia. Poi tutti quanti si mente, certo, tutta la società è a modo suo malata, nell’intimo, e ti fa credere che sia meglio così. Meglio girarsi e non guardare e lasciamo fare a chi di dovere. Mi chiede se mi sento meglio? Se sono contento che lei, come scioccamente pensa, mi abbia salvato? – Lo chiedo- No! Affatto! Avrei voluto ucciderli quei figli di puttana e invece lei, voi… I ragazzi non li avrei uccisi, non c’entravano niente. Come avrei potuto?!? Ora non mi dica più niente e se ne vada, voi sapete, ed io so.” E si chiude nel suo silenzio infernale, con le gambe incrociate ed il pugno serrato, lo sguardo basso. Lascio la cella e la porta si richiude dietro di me. Si sarebbe sentito meglio di cosa? Cosa lo avrebbe liberato? Il riuscire ad ucciderlo? Certo un po’ ha ragione, forse, che ipocrisia. Sarebbe stato meglio ucciderlo. Anche così, anche con questo suo salvataggio, il ragazzo che farà? Tra tre anni senza famiglia, senza affetti e senza un soldo. Chi sarà? E quell’altro tizio, un cazzo di malato che ha mutilato la vita di un ragazzo. Era vero, in quella stanza, con la sua Glock in mano, anche lui avrebbe voluto sparargli e probabilmente lo avrebbe fatto se quei ragazzi non lo avessero fermato. Perché nonostante tutto sapeva qualcosa che quel ragazzino non poteva capire, sapeva che se lo avesse lasciato fare, uccidere, avrebbe avuto almeno 20 anni di carcere e poi voleva salvarlo, voleva impedirgli di uccidere se stesso. Quando si uccide un uomo non si riesce a tornare indietro. Il tizio avrà l’ergastolo ed alla moglie forse andrà poco meglio, certo quasi quasi era meglio ucciderlo, tanto i figli non li vedranno comunque, chissà invece se cercherà di accollarsi tutta la colpa in modo da non mandare in galera anche quella psicopatica della moglie! Anche se con la testimonianza del ragazzo sarà difficile. Ma è vero, a certe cose è meglio non pensarci.

Dal signor Pizzarotti, invece, nonostante la loro agitata conversazione non cavò fuori quasi nulla. Gli disse solo di un tizio, un tizio di Hebron, che a sentir lui era il suo mandante. Aveva detto cose sconnesse riguardo alla fedeltà ed all’onore, ma non sembrava più molto padrone di se, neanche l’idea di una riduzione di pena lo aveva invogliato a parlare di più. Ed infondo non poteva mica torturarlo! Anche se avrebbe voluto. Mancava ancora qualcosa, qualcosa di fondamentale. Doveva assolutamente confermare un suo dubbio. Era convinto che in quel caso ci fosse della simmetria, era convinto che il Killer di New York si celasse dietro un tranquillo abitante di Hebron, eppure Jim aveva detto che nessuno aveva preso né aerei né treni per New York in quei giorni e questo lo aveva sconfortato. Sante donne, però! A differenza dei mariti, nella quasi totalità delle situazioni si può contare sul loro istinto materno e così, con l’idea di una pena più moderata, magari gli arresti domiciliari o qualche altra strana promessa, diedero alla seconda assassina la giusta spinta per parlare. E parlò, parlò di una strana storia. “Mio marito, santissimo ispettore (la donna, dopo le promesse del detective di farla stare il più vicino possibile ad i figli, aveva cominciato ad appellarlo con santissimo ispettore ed a nulla servirono le repliche da parte del santissimo atte a fermare quest’assurdità), vede ha fatto un accordo.” “Glielo ha detto lui?” “Certo! Certo! Chi se no, santissimo? Vede, mio marito ha fatto un accordo con una persona, un suo vecchio amico. Erano al College, alla Saint John.” “E dove si trova questo College signora?” “Ad Hebron santissimo, in una cittadina poco lontano da New York, la conosce?” Cazzo se la conosceva! “Si, si, signora. Vada avanti, prego.” “Ecco, avevano deciso che, se un giorno gli fosse servito, avrebbero ucciso qualcuno. Però l’amico di mio marito, quel disgraziato maledetto! (Credo fosse rivolto al marito), ebbe un idea: ognuno avrebbe ucciso il tizio dell’altro, così la polizia non sarebbe mai riuscita a trovare il movente, né il killer! Era un idea furba, lo ammetto a quei criminali! Così quando David ebbe quel problema con quel signore, lui, lui pensò di chiamarlo. E lo fece, ah se lo fece! Quel dannato! Le pistole le avevano comprate già a quel tempo, al college. Io ovviamente non sapevo niente, me lo ha raccontato dopo il dannato!, le mi crede vero santissimo?” “Le credo, signora, le credo…” “Ecco, vede, io non sapevo niente, dicevo, e così poi mi si presenta da me, con quei biglietti! Io credevo fosse un’allegra vacanzina, ah se lo credevo!” La signora era tutt’altro che stupida o pazza, ma sapeva recitare alla perfezione il proprio ruolo e lo capiva bene il nostro ispettore. Così era andata, allora. Due ragazzi si erano accordati che in caso di necessità si sarebbero eliminati i bersagli a vicenda. Nessuno sapeva di questo patto, erano stati al college insieme e poi avevano vissuto in città diverse, a nessuno sarebbe potuto venire in mente di un collegamento tra loro! Le armi già le avevano acquistate da tempo. Era davvero un bel piano, due psicotici con un bel piano. Ora aveva bisogno di quel nome. “Signora, mi dica come si chiama l’amico di suo marito.” “Non lo so, santissimo, non lo so lo giuro!” “Se vuole stare vicino ad i suoi figli, santissima signora, farà bene a ricordare.” La donna lo guardò di traverso, maliziosa, quella commedia li costringeva a restare nei loro strani personaggi ma oramai gli attori erano svelati. “Ma santissimo io davvero non lo so! Come potrei? Oh Dio se sapessi, se quel maledetto me lo avesse detto!” E scoppiò in un classico pianto isterico. I secondini furono costretti a riportare la donna in cella. D’accordo, non sapeva chi fosse il killer di Hebron, ma qualcosa sapeva. Saint John è il nome della scuola e scommetto il distintivo (falso) che questi due erano compagni di stanza! Lasciò la prigione, lasciò New York, lasciò la sorella e quella che oramai era divenuta la sua famiglia, e si diresse verso la sua vecchia 156 nera ed il bar di John, in due parole: casa. Arrivò che erano le 19 e quindi troppo tardi per recarsi alla scuola, avrebbe dovuto rimandare all’indomani. Decise però di non perdere troppo inutilmente il tempo e di recarsi subito da John a riprendersi i suoi pesci rossi, se solo ne avesse avuti. Passò a casa giusto il tempo di riappropriarsi della 156, poi si diresse dritto al Bar. Infondo un barista è un barista, pensava, e forse lui saprà chi aveva frequentato quella scuola, Hebron non è poi una grande città. Scese dalla macchina e con suo grande dispiacere trovò il bar chiuso. Certo era strano: infondo, erano solo le 20 di sera. Neanche un cartello sulla porta, tutto spento. Ritornò alla sua auto, mise in moto. Lo sapeva, il fumo uccide, c’è scritto anche sul pacchetto, ma quella sera l’ispettore capo aveva un dannato bisogno di una Winston Blue. Nel guidare gettava rapide occhiate allo specchietto retrovisore, a controllare con discrezione i sedili posteriori, come a temere che qualcuno potesse essere lì a tendergli un agguato. Mentre guidava e controllava, rifletteva. La stranezza del bar lo scosse così tanto da arrivare a formulare pensieri malsani, chissà che non fosse proprio John il famoso “amico” di Hebron, l’età infondo era quella. Ma lo conosceva da una vita, e certi pensieri sugli amici non andrebbero neanche immaginati! Parcheggiò la 156 nel grande parcheggio del Wallmart, mise la sicura, e portò le chiavi alla tasca. Non si allontanò subito dal veicolo, saggiò l’aria con lo sguardo, e la fiutò. Il distributore di sigarette era la dietro, proprio accanto all’ATM. Nell’inserire la banconota da dieci dollari nel macchinario una voce lo soprese alle spalle ma non era John, la voce era molto più baritonale. “Stai fermo dove sei” Tuonò la voce mentre gli teneva una pistola puntata alla nuca. Per quanto si sforzasse non riusciva a riconoscere quella voce. Non aveva una pistola, non aveva niente, ed era vecchio. Chi poteva essere quell’uomo? Sapeva che doveva essere il Killer, ora venuto per lui. Il vecchio ispettore si girò di scatto, il delinquente lo spinse con forza all’indietro ma era inverno, pieno, ed a Hebron c’era il ghiaccio per terra. L’ispettore all’energico spintone scivolò e batté la tempia sinistra sul macchinario delle sigarette. Un piccolo fiotto di sangue uscì dal suo cranio. Il ladruncolo gli prese quello che tanto bramava, il portafogli, e corse via. Nessuno passava a quell’ora per il desolato parcheggio del Wallmart ed i primi a trovarlo furono i dipendenti che la mattina dopo si recarono all’orario di apertura. Ci fu grande trambusto ed attività, arrivò in 10 minuti l’ambulanza, ma per il vecchio ispettore non v’era nulla da fare. Non fu tanto la ferità ad ucciderlo, quanto il freddo, quel freddo d’inverno. Certo non così cazzo, non per mano di un ladruncolo del cazzo penserete voi, eppure così è capitato al nostro ispettore e credeteci sulla parola quando diciamo che questo è dispiaciuto più a noi che a voi. Spesso, però, anche i più grandi eroi muoiono sotto le frecce dei più vili personaggi.

Non vi racconterò chi era l’assassino di Hebron, né qual è stato il vile individuo che ha ucciso il nostro eroe, dal momento che lui queste cose non le seppe mai e noi non vogliamo arrecargli torto però, mio caro lettore, un dono voglio fartelo, ti dirò che entrambi sono stati presi e consegnati alla giustizia e che ora Jim è il capo ispettore della polizia di Hebron.

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