L’arte dell’invivere

Sopravvivere significa, letteralmente, supra vivere, ovverosia vivere al di sopra, sorvolare la vita, non addentrarvisi. Come si chiama dunque il suo opposto? Il vivere intensamente, con ardore e passione, la propria vita, il vivere dentro nel senso di permearla ed esserne al contempo trasportati: mi chiedo dunque, come si chiama? Ebbene lo chiamo Invivere. La capacità, spesso intrinseca e impossibile da insegnare – al limite è possibile risvegliarla -, di vivere la vita nel pieno della sua forma e di carpirne ogni singola manifestazione.

Partiamo da prima però. Cos’è l’arte del vivere? In cosa consiste? Solo chi potrà dare una risposta a questa prima elementare (non banale) questione potrà poi proseguire con l’analisi dell’invivere. Potremmo in primo luogo asserire che vivere significhi affermare il proprio Io, il proprio inconscio nella realtà generale, formata da altri io. In altre parole vivere significa affermare il proprio Io negl’altri. Da questo primo principio derivano poi tutte quelle altre teorie troppo selettive, materialistiche o esistenzialistiche, che tendono a mettere in risalto la “nobilitazione dell’uomo mediante il lavoro”, dunque un’affermazione plastica dell’io, materiale, con un’opposta affermazione morale. L’io è però affermazione. So già cosa vi starete chiedendo: “Si torna qui al classico concetto di “volontà di potenza”? L’io che si imprime nel mondo non è altro che affermazione?” Potremmo definire questa visione dell’io anche come volontà di potenza, ma occorre in questo caso esplicare la nostra interpretazione di questo concetto. L’io si afferma nel mondo per bisogno personale. Poniamo l’ipotesi che esista un occhio dell’anima per vedere l’io, e dunque come tutti gli occhi persone diverse ne possederanno di diversi, ebbene anche il meno presbite avrà comunque bisogno di vedere “al di fuori” poiché nessun occhio guarda all’interno. Dunque scaturisce dall’io naturalmente quel bisogno di plasmare il mondo a sua immagine in modo da contemplarsi e giudicarsi. Ritroviamo quindi in questa esplicazione entrambi i concetti di “Volontà di Potenza” e di “Coerenza Morale” ovverosia il vivere secondo i dettami della nostra anima, la nostra tavola di leggi morali. Dunque noi non possiamo vedere il nostro io, ma possiamo sentirlo, giacché abbiamo percezione di noi stessi. In maniera più romantica diciamo che: vivere è il dimostrare agl’altri quello che in cuor nostro abbiamo sempre saputo essere vero. Questo è vivere. Non vi è altro modo né vi sarà. Cambiano i mezzi come le esposizioni di questo concetto, ma l’uomo non vive nell’immobilità perché un profondo senso di imperfezione lo spinge a creare, dacché il dubbio stesso nasce dall’imperfezione.

Il sopravvivere è dunque il cercare di ignorare questa verità. Lo scendere a compromessi con la propria tavola e non voleri più plasmare il mondo a nostra immagine, ma plasmare noi ad immagine del mondo. Il sopravvivere è dunque la non arte di modellare l’io ai dettami di Io esterni. Questo è un concetto estendibile ad ogni campo del genere umano. Per esempio diremo – un esempio che sicuramente suonerà stupido ma che ci sentiamo in dovere di fare per dimostrare la veridicità generale di queste idee – che sopravvivere in musica rappresenta tutta quella schiera di musicisti che scrivono la loro musica seguendo la moda del pubblico e non creandone una. Sopravvivere è dunque inseguire la vita.

L’invivere è dunque il cercare di applicare fermamente questa verità. L’invivere porta necessariamente alla solitudine, alla tracotanza ma, soprattutto, all’intransigenza fisica e morale. L’essere intransigenti verso il mondo è essenziale per l’arte dell’invivere. Come si potrebbe infatti forgiare una spada con un martello di gomma? Per forgiare la nostra legge, il nostro Io, all’esterno bisogna rendere il nostro Io uno stampo, renderlo intransigente. Vi è da sottolineare però e da comprendere appieno il senso di questa “intransigenza” per sconfiggere eventuali fraintendimenti. L’Io qui non deve essere marmo, si deve lasciare suonare come magico strumento dai movimenti del mondo. L’io però non deve mai sottrarsi a se stesso, non deve mai cercare di mutarsi o di arrendersi. L’idea di malleabilità non può essere contemplata all’interno di quest’arte. Può esistere il “non voglio” od il “non devo” ma mai il “non posso”.  Non perché si sta parlando qui di un Io infallibile, né di un Io superomistico (inteso in senso D’annunziano, ovverosia completamente errato e frainteso) ma nell’arte dell’invivere ogni scelta deve essere presa senza considerare le proprie debolezze ma solamente considerando il valore di quell’azione. Si pensi ad esempio a Gesù di Nazareth oppure alla figura di Socrate. Le loro scelte, pur essendo loro consapevoli dei loro limiti fisici, dovevano prescindere dalla loro mortalità e fallacità. Seneca stesso cantava “Indico la retta via, non è detto che io la segua”. Dunque capiamo assai bene come nel concetto di vivere profondamente non si possa accettare il senso di fallimento attribuito dalla nostra mortalità, bisogna dunque conquistarsi il dono di una minima trascendenza spirituale.

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