La donna di Dio

 

V’è da immemore tempo nell’essere umano la strana necessità di delineare il labile confine tra il cosiddetto “bene” ed il cosiddetto “male”. Questi concetti-dilemmi, che al più semplice ed umile degl’uomini parrebbero scontati, divengono ironicamente più complessi a quelle auliche figure che sono gli intellettuali. Ove si esagera con le elucubrazioni si perde il contatto con la propria anima ed è così che viene a crearsi quella che si definisce una cultura artificiosa, non vera, non genuina. La nostra protagonista, è meglio chiarirlo fin subito salvo evitare discordie, non è una di loro. La definizione che su di lei parrebbe più appropriata sarebbe: “donna tutt’anima”. Una vera essenza vagante. Mai che nascondesse i suoi pensieri o che le capitasse di celare le sue emozioni. Quando era felice rideva, se si vergognava arrossiva. Un buffo comportamento davvero. Ora voi penserete che la nostra protagonista sia infantile, una bambinetta; e forse è così; ma, se riesco nel il mio intento, sarà tutta un’altra l’idea che vi capiterà d’associare a questi fanciulletti. Era presto inoltrato nel mattino, un presto vero, di quel presto cui uno s’alza solo se costretto, o per scrutar l’alba e per ammirare con nuovo stupore il miracolo della vita, e della creazione. L’aria fresca ma ovattata, pesante, rendeva assai arduo il sollevarsi dal sonno, che nel tentare era maestro. La nostra però è una eroina temeraria e con coraggio s’avventò sul nemico, ponendolo spalle al muro o, più appropriatamente nel nostro caso, al letto, disarmandolo con audacia e sagacia e vincendo l’immane impresa. La casa era fresca e dal blu della notte si incominciarono a scorgere i primi barlumi dell’alba, o forse era già l’alba. Faceva sempre così, amava osservare quell’orchestra di Dio cantare il buon giorno ai suoi cuccioli. Fece poi una buona colazione, rigorosamente con latte e cereali, di quelli buoni biologici con le cosine di frutta dentro e, se ci scappava, anche pane burro e marmellata, perché la colazione è importante! C’è d’aggiungere che, alzandosi di cosi buona mattina, mai che perdesse l’occasione di preparare la colazione ai suoi diletti, figlio e marito. Da ora, però, si va a scuola. Se ve lo state chiedendo, e se avete letto altri brani ivi contenuti lo starete certamente facendo, i miei eroi, gli esseri che popolano queste pagine, sono spesso gente di scuola. Il motivo è puramente pratico: è il mondo me più vicino, in quanto studente che mi garbi o non, ed è ben nota cosa che si suol discorrere, per quanto vi si sforzi onde evitare implicazioni, a descrivere e scusare la propria quotidianità. Qui termino le mie speculazioni mentali, anzi: il lettore mi perdoni se mi sono dilungato ma pareva importante precisarlo; perdoni anche se, di quando in quando, appaia tra queste lettere un tono saccente e superbo ma l’uomo tende automaticamente a spadroneggiare quando si sente a suo agio, e questo è il mio mondo. Arrivata a scuola nell’entrare saluta tutti con eguale affetto, solo alcuni tristi elementi tralascia dal suo amore, non che ci fosse un qualche motivo, no no no, lo faceva e basta. Semplicemente le avvertiva, in un certo qual senso, negative. Preso anche lei il libricino giallo, su cui suo malgrado era tenuta essere docente e non insegnate, s’introdusse nel mezzo di fisica ascesi che l’avrebbe condotta su per la grande prigione. Nel mentre che però le porte si chiudono scorge in lontananza una semisaltellante figura che con la mano destra alzata si agitava tanto implorando anche lui di potersi risparmiare la fatica dell’ascesi manuale. Poteva un’eroina farsi sfuggire una così palese richiesta di soccorso? Ovviamente, come avrete inteso, no. Pose frettolosamente la su mano sulla fotocellula ed interruppe la corsa e nella fretta si scordò anche di celare la sua goffaggine che sulla sua figura però non stonava ma la rendeva solo più amabile. L’allegro uomo, visibilmente riconoscente e sollevato, si accostò alla nostra protagonista. Noi d’ora in avanti chiameremo questo signorotto in gilè e camicia il “brizzolato”. In realtà Teresa sapeva che dietro quegli spessi occhiali dormivano, tristi, due occhi azzurri che da narrare tanto ne avevano e, questo Teresa lo intuiva bene, non tutte erano proprio allegre. Questi occhi sprigionavano quello che è stato definito come “il male di vivere”. Quel cancro che, da quando ti s’invischia dentro, non dipartirà giammai ma anzi si ricerca un dolce e caldo cantuccio presso il tuo cuore così d’aggiungere, con cupo sadismo, uno sprazzo di velata malinconia sull’intero susseguirsi della tua vita e che nel suo sintomo più evidente si manifesta con la completa perdita della facoltà di ridere. Ti dona di contrappasso l’assai più poetico riso amaro, il macabro cinismo che ti porta a ridere di te, e del tuo mondo. Per questi malcapitati è triste cosa assai che proprio quel ch’è l’unica medicina venga loro così malignamente negata. Tutto questo in Teresa creava immenso dolore, un vivo patimento per il destino d’un compagno. Non che lo facesse di proposito, no no no, il lettore questo non deve supporlo, neppure che capisse a pieno ciò che per forza di scritti qui ora abbiamo esplicato, ancora no, no, no. Teresa entrava nelle vite degl’altri con l’ingenuità dei bambini, apriva la porta senza chiedere il permesso e rimaneva tramortita di terrore dal buio della stanza. Priva del timore – e del peso – del giudizio scruta con gl’occhi del vero tutti i morti e le chimere che si celano in quel buio e che, come tutti i bambini, accetta per vere cosicché agisce di conseguenza, inutili i vani sforzi degl’adulti nel convincerli a desistere, loro credono, e procedono per la loro strada. Se vi è mai capitato d’incontrare una persona così capirete il fastidio nel sentirsi compresi da uno sconosciuto quando, spesso, non ci si riesce da noi. Lorenzo dal canto suo era incurante. Probabile che il morbo in lui fosse così sviluppato che non gli consentisse di accorgersi di quanto il suo mostro avesse conversato con la donna di Dio. Giunti fuori – il tempo è duro a trascorrere – s’apprestarono a muoversi verso i rispettivi bracci, con animi opposti ma stessi vizi. Il 5°D è una classe tutt’altro che tediosa, talvolta – usiamo qui talvolta in accezione puramente ironica – esuberante. La Donna di Dio sa però come porsi e passa anche lei in mezzo a quel vortice di ormoni e pregiudizi, di ragazzi stanchi e tristi. Con i suoi azzurri occhi guarda quel mondo, strano e brutto, che un po’ però gli vive dentro. In questi momenti, non così rari di questi tempi, i suoi occhi mutavano ed il celeste rimaneva un ricordo lontano, rischiarati da un grigio di colore profano. Insomma, non si sa come ma si stupiva ancora di tutto quel caos; doveva essersi abituata, l’uomo, infondo, si abitua a tutto. Si siede e richiama i suoi stupiti alunni – giacché nessuno si accorgeva della sua entrata tanto erano incuranti – all’ordine. La classe infondo è rispettosa, non tracotante, tralasciati i soliti guastafeste spregiudicati che voglion fare di testa loro. Vuole tanto incominciare la sua lezione, tanto che freme: apre il libro e comincia a leggere. Lorenzo balzellando un po’ a destra e un poco a sinistra si era soffermato poco prima della collega, nel 4°D che, paragonata alla sua naturale evoluzione, non era poi questa una classe particolarmente brillante, non lo era né in male né in bene. Lorenzo così fissa la porta, stanco e triste, depresso, sconsolato, intravede per caso in lontananza la sua collega: la Furlani. Spesso nella nostra vita ci capita di avere dubbi su ciò che si debba fare, sulle scelte e le pieghe che la nostra vita può prendere e per molte di queste scelte, soprattutto se etiche o morali, sentiamo molto su di noi il peso della responsabilità. Vi sono però dei momenti in cui il cuore se ne sbatte del cervello e decide d’impeto. Così il Romeo non si chiese se fosse giusto lasciare la sua classe per correre in braccio alla sua platonica amata, non se lo chiese non perché fosse un uomo amorale, giammai! Non se lo chiese semplicemente perché nel suo cuore neanche passò il dubbio che vi potesse essere qualcosa di sbagliato in quel gesto d’amore. Le conversazioni tra professori sono così strane, spesso si parla di concetti distanti dalla realtà dei fatti. Così tra libri e canzoni, edizioni ridotte e volumi ristampati si scambiavano il loro amore, un amore –strano a questa età- tra i banchi di scuola. “Kant ha così rivoluzionato, con la sua rivoluzione copernicana, l’intera visone del mondo. Si è svegliato dal suo sonno dogmatico! Che lui è infatti uno dei grandi filosofi di tutta la storia…” “Sia, si dice sia cristo!” “Si Dario lo so, però poraccia dai, lasciala spiegare…” Noi studenti non eravamo molto indulgenti con i professori. Oggi, forse per giustificarla o forse per comprenderla, oserei dire che il suo indicativo a casaccio fosse più che corretto, data l’affermazione indubbia composta, ma tralasciando… Le sue lezioni erano tediose, ma che dico, pallose, pallosissime. Ci si perdeva in argomenti semplici e si banalizzavano quelli complessi. Noia e rabbia. Il peggio veniva dai dibattiti organizzati in classe. Nella mia classe – ma come in tutte, e come anche fuori – vi erano diversi gruppi. Vi erano quelli che avevano un’opinione tanto per averla, poi c’erano quelli che l’avevano ma non ne avevano il diritto – intellettuale-, poi vi erano quelli intelligenti ma non come me, e poi c’erano quelli che parlavano a caso. Questo pensa un ragazzo. Quindi quando un ragazzo tediato a morte si ritrova in un discorso in cui opinioni avverse – ma avverse risulta essere un vezzeggiante diminutivo – si scontrano finisce per animarsi sino a tentare di uccidere chi difende il fascismo o Berlusconi, chi difende la chiesa o chi sostiene che tutti gli extracomunitari siano stupratori. Vedete, da “adulti” ci si dice di lasciar perdere, che ognuno è degno di avere la sua opinione, ma opinione un cazzo! Se uno sostiene ipotesi infondate gli infondo la testa! A bastonate! V’è però un’altra cosa che un ragazzo, già tormentato da tutto questo, non può sopportare. Ebbene questa fantomatica cosa è l’interruzione. Vedete se voi state discutendo con un vostro compagno, il fatto che la Busacca venga ad interrompere il dibattito non tanto per dirci la sua opinione, ma per dirci l’opinione che avremmo dovuto avere, o meglio per spiegare a tutti quello che cerchiamo di dire, ossia stravolgere il nostro discorso trasformandolo in un qualcosa di nuovo, di busacchico.

Allora, come ci si sente? Un coito interrotto, non è vero?
Il Romeo aveva terminato la sua accesa conversazione e, più depresso di “tant’anzi”, si preparava al suo sopravvivere quotidiano. Purtroppo doveva anche lavorare. Entra in classe e dovrebbe spiegare Dante. Ora vedete il Romeo è una persona colta, intelligente, ma senza animazione. In parole povere è come una grande biblioteca piena di libri senza nessuno a consultarli, neppure il bibliotecario. La passione che questo professore imprime alla lettura di Dante talvolta tocca valori negativi, per esplicarvi meglio il concetto immaginatevi una di quelle signorine che leggono i titoli al telegiornale, ecco ora immaginatevi che queste signorine invece dei titoli leggano le sublimi terzine di Dante: avrete il Romeo. Peggio di grattare le unghie sulla lavagna. La Busacca continuava a spiegare animatamente, presa dal suo profondo amore non tanto per la filosofia quanto per l’insegnamento. Suonata la campana i due professori ritornano in ascensore, si rincontrano. L’una un po’ scombussolata, con due alunni che si porta dietro a cui dovrà fare una bella ramanzina ma, contenta, ride; l’altro ancora più depresso come chi sconta i lavori forzati. L’ascensore giallo moccio cigola mentre le sue porte si chiudono, tagliando man mano la vista sul 4° piano. Prima di incominciare a scendere fa un leggero sbalzo verso l’alto e poi via, giù in picchiata. Allo stesso modo – perdonatemi la battuta ma potremmo dire che il Romeo e l’ascensore fossero affetti dalla stessa malattia: la ruggine! – si riapre sul piano terra. Antichi e Vardaro si guardano complici mentre marciano pochi passi dietro la Busacca, pronti a tutto pur di salvare, nuovamente, la pelle. Fa caldo a maggio, il sole batte sull’ala della scuola fin dalle prime luci dell’alba e verso mezzogiorno il calore diviene insopportabile. Antichi e Vardaro riconoscono in lontananza una loro compagnia, Martha. Doveva essere scesa parecchio di corsa per averli superati nonostante l’ascensore e con quel caldo… Martha soffre di svenimenti, repentini. Si appoggia al muro e, si accascia. Il solito panico generale incomincia: tutti si affollano sulla malcapitata, bidelli impiccioni, professori e alunni in transito, tutti a fissare l’inusuale e, da bravi spettatori quali sono, restano immobili. Anche la Busacca si precipita su Martha però non è immobile, comincia a schiaffeggiarla per evitare di farle perdere i sensi. Ordina immediatamente a me e Valerio di chiamare un ambulanza e la madre. Lui l’ambulanza ed io la madre. L’ambulanza arriva in 10 minuti, Martha cominciava già a riprendersi. Decidono di portarla in via precauzionale però la madre non c’è. “Vado Io!” Dice la Busacca. Il vecchio cattolico bigotto vicepreside le risponde, quasi terrorizzato: “No, la scuola non si può prendere la responsabilità…” La Busacca era già sull’ambulanza e quel vecchio bacucco oramai parlava da solo. La storia racconta che riceverà un richiamo scritto dalla preside per questo ma poco importa, come il Romeo poco prima aveva scelto di cuore, scavalcando la burocrazia del cervello. Il Romeo era rimasto lì, impalato, non si era mosso per tutti i 10 minuti del trambusto se non per camminare avanti e indietro e pronunciare qualche frase fuori posto. Questa è filosofia, questa è la sua filosofia. Lei è una grande insegnante di filosofia, la filosofia è nei fatti della vita e nelle scelte di cuore.
Ah, per inciso, questa non è stata l’unica avventura della Donna Di Dio.

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