Erasmus Generation

Siamo certamente connessi. Viaggiamo molto, conosciamo il prossimo. I tanti progetti di interscambio culturale danno i loro frutti e le persone realmente cominciano a sentirsi parte di un unico tutto. Forse, si comincia a percepire che, realmente, “tutto il mondo è paese” ed i problemi che crediamo essere i nostri, le idee che crediamo essere le nostre, i sentimenti e le emozioni che crediamo ci rendano speciali realmente si manifestano nella quasi totalità degli esseri umani. In forme diverse, in modi diversi, ma una stessa, similissima sostanza. Tendenzialmente, quello che mi sento di poter dire è che, molti dei ragazzi che ho incontrato, soffrano di una straziante solitudine. Una solitudine “esistenziale”. Già, perché di solitudine non si può più realmente parlare, conosciamo tanto, conosciamo fin troppe persone. Così nasce questo bisogno di feste, di svago, di superare le barriere e convenzioni sociali che normalmente richiederebbero tempo. Ma non c’è tempo, ci sono i bisogni, tocca imbrogliare: imbrogliare noi stessi.

Queste perplessità sono cominciate a nascermi fin dal mio primo viaggio negli Stati Uniti, ed ora, in Erasmus, non fanno che consolidarsi. Come mai questo impelagante bisogno di feste, soprattutto per le persone “in viaggio”? Forse perché, nelle feste, vi è un normale sottofondo di rumore che ci distoglie dalla nostra straziante solitudine, che ci fa dimenticare di essere, essenzialmente, soli. Si parla, ci si guarda, ma sempre in modo più o meno formale, con quasi nessun attaccamento reale verso il prossimo. Non può che non venirmi in mente ciò che mi raccontava un ragazzo questa sera. Quando si presenta, non ricorda mai i nomi dei tizi che si presentano di rimando perché lui è troppo concentrato a dire il suo, di nome, ed il loro neppure lo ascolta. Credo ci sia questo alla base delle supermegaultrafeste. Lo straziante desiderio di dimenticare quel senso di morte e solitudine che ci sovrasta.

Dunque finisco per chiedermi, questo viaggiare, questo conoscere, è realmente utile? Ossia ovviamente lo è, altrimenti io non starei qui e neppure scrivendo tutto questo, senza neppure accorgermi che tanti altri ragazzi condividono questo dolore. Detto ciò, però, mi chiedo: tutti questi partecipanti a feste incredibili e fantasmagoriche esibizioni sono consapevoli della loro profonda, devastante, incurabile infelicità? E non so se siano dei geni a nasconderla a loro stessi, o degli incredibili idioti.

6 pensieri su “Erasmus Generation

  1. Il viaggiare e spostarsi nei diversi luoghi della Terra, anticamente era indice di emancipazione e di ricchezza spirituale interiore, in quanto in ogni luogo in cui l’iniziato si trovava, traeva la conoscenza e l’alimento per il suo spirito. Oggi il viaggiare il più delle volte per alcuni è indice di noia, di solitudine, di vuoto interiore, ove l’Io umano non trova se stesso in quanto il pensiero è diventato molto più forte ma astratto, vuoto, in cui la vera realtà sfugge dando l’illusione di una falsa verità che non dà all’uomo la possibilità di autoriconoscersi quale Entità autonoma avente in sé un che di divino. E che possa a sua volta, conoscere in sé un “Ente “ a lui più superiore, dal quale egli è sempre stato diretto in ogni vita verso quel destino doloroso quali prove che nella vita ha dovuto superare, per il proprio perfezionamento umano. Tutta la nostra esistenza dolorosa, è nata fin dalla caduta biblica dei nostri antenati quale sviluppo della coscienza e della libertà umana, attraverso l’impulso dell’amore cosmico divino umano e, ciò possiamo realizzarlo, soltanto attraverso quelle correnti spirituali che sono ispirate da quegli uomini evoluti chiamati “Bodhisattva” che attraverso le loro facoltà veggenti, sono in grado di unire l’anima e lo spirito umano all’anima e allo spirito universale.

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    • Credo che esistano due tipi di “anime” o “entità”, quelle che conoscono il mondo guardando se stesse e quelle che conoscono il mondo viaggiando; esistono i “Kant” e gli “Hemingway”. Credo che il problema principale della mia generazione e di tutte quelle dopo di me sia proprio nel non accettare i valori positivi della noia e della tristezza. Non a caso Leopardi diceva che la noia è il più nobile dei sentimenti, in quanto è quel moto che ci spinge a creare.

      Ecco, io credo che oggi i ragazzi abbiano paura di annoiarsi (parlo per esperienza diretta) e cerchino di riempire la propria vita e le proprie giornate con diverse “toppe”. Credo fermamente che dovremmo annoiarci di più, ed essere in grado di fronteggiare la noia e la solitudine. D’altronde, “La solitudine non è mica una follia, è indispenzabile per star bene in compagnia”.

      Tutto questo credo di averlo più o meno raccontato nel mio piccolo brano “Astinenza da Caffè”, se si annoia ed ha tempo da perdere la invito a leggero 🙂

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  2. Il mio Erasmus è durato sei mesi (si è concluso questo Luglio) e, in parte, mi ha lasciato le stesse impressioni che descrivi in questo post. Ci ho riflettuto: magari le “supermegaultrafeste” sono solo istanze di divertissement, una scarica di adrenalina concentrata contro la monotonia del giorno. Io stessa ho scoperto con tristezza che, passate le prime settimane di meraviglia, l’Università richiede la sua routine in Inghilterra come in Italia, ci sono scadenze e tempi da rispettare e la sessione d’esami non si cura certo della tua provenienza geografica. Oppure le suddette feste fantasmagoriche sono solo il nostro personale antidoto alla noia, non servono a distrarci dal dolore o dalla solitudine esistenziale, ci indicano una via per superarle. O almeno questo è il modo in cui le ho vissute io. Quei momenti di abbandono non appartengono solo a te, ma anche a chi ti sta intorno, creano un ricordo, magari un legame. E questo ti tira (almeno) un po’ fuori dalla solitudine.

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    • Ciao Alessia! 🙂 Mi piacerebbe pensare, romanticamente, che la tua sia l’interpretazione più diffusa. Eppure, spesso, non vedo rompersi molte barriere durante quelle feste e, anzi, quelle bariere, quel “Wall”, sembra divenire più grande e solido.

      Paradossalmente, quella grande fiumara di persone ci lascia disperatamente ancora più soli. Ovviamente dipende, uno può andare ad una festa con degli amici ed averne una percezione totalmente diversa ma ogni volta che vi ho preso parte non ho potuto che constatare che in sottofondo fosse sempre presente questo velo di malinconia.

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