La politica estera fascista e l’ingresso nel secondo conflitto mondiale

L’entrata in guerra di una nazione ne caratterizza e definisce profondamente la politica, sia estera che interna. Lo scoppio e la presa di posizione dell’Italia all’interno del secondo conflitto mondiale non fa eccezione e questo permette che possano scorgersi diversi aspetti fondamentali che caratterizzarono il regime fascista all’interno delle decisioni dell’epoca.

Innanzitutto, il fascismo era (ed è) caratterizzato essenzialmente da due fattori: un forte senso di identità (definire un perimetro netto, un NOI ed un LORO) accompagnato da una imponente e monumentale, se così può definirsi, immagine pubblica. Non a caso le grandi dittature del primo Novecento investirono ingenti risorse nella gestione dell’immagine del governo e, soprattutto, del partito (si pensi al partito Nazional Socialista in Germania o a quello Fascista in Italia). La motivazione dietro questa scelta obbligata è tanto semplice quanto essenziale, al fine di comprendere le motivazioni che portarono due grandi nazioni in balia di estremismi violenti e, inoltre, al fine che questi eventi catastrofici non si ripetano. Le politiche di stampo fascista incarnano, in qualche modo, la visione dell’uomo forte al comando e difesa del cittadino. Per esperienza diretta, posso raccontare le impressioni e sensazioni raccolte da diverse fonti che il fascismo lo hanno vissuto direttamente. Dai racconti di questi personaggi (molti dei quali sono stati presi da frequentanti del cimitero fascista nei pressi di Roma a Campo di Carne) si deduce come l’immagine del fascista che veniva a crearsi nei giovani (ma anche negli adulti), era simile a quella del supereroe. So che questo parallelismo potrà sembrare forzato all’inizio ma, se analizzato con più parsimonia, sperò si riescano a scorgere le similitudini di queste figure, almeno all’apparenza. Un Superman, un Batman, sono essenzialmente figure che rispondono al senso di impotenza e debolezza del cittadino medio (che i Nazisti infatti si innamorarono del termine Ubermensch non ci deve stupire). Entrambe le nazioni (Germania ed Italia), vivevano un momento storico di crisi e debolezza istituzionale e, quindi, economica. Questa debolezza fece si che si ricercassero degli “eroi”, degli uomini forti che potessero farsi carico e risollevare le sorti della loro nazione. Cosa che fecero, a loro modo. Queste gesta “eroiche” andavano però comunicate a tutta la nazione, affinché tutti si innamorassero dell’ardore fascista, da qui l’importanza vitale per queste dittature dei grandi mezzi di comunicazione (radio, cinema e televisione – anche se quest’ultima in forma minore dato che iniziò a svilupparsi nel ’39 – ). Mi sento di poter affermare con grande convinzione che senza queste tecnologie una presa così radicata non sarebbe stata possibile: i nuovi mezzi di telecomunicazione consentivano di mettere in contatto innumerevoli individui con il carisma del Leader di cui Mussolini era maestro (risulta infatti preoccupante come più di 100 anni dopo i suoi discorsi siano citati – per meglio dire plagiati – da esponenti politici moderni come Grillo o Trump – interi tratti dei loro discorsi risultano plagi dei discorsi dell’Italico dittatore – ). Un fattore però fondamentale è che l’informazione non era libera ma doveva essere pilotata, riadattata. Difatti, molti dei gesti eroici dei fascisti non furono altro che incredibili azioni di violenza, spesso anche gratuita, indirizzata verso un noto nemico (il LORO a cui mi riferivo prima). Questo perché non esiste mai, in nessuna sceneggiatura, un eroe senza un antagonista. Per creare questo senso di eroe salvatore è necessario creare dei “cattivi”. Questo ovviamente va ben oltre il fascismo, relegare questa componente di trasmutazione mediatica solo al fascismo sarebbe meschino e falso, molte forse politiche contemporanee populiste continuano a farlo (il Movimento 5 Stelle con “le banche”, la Lega con “Gli Immigrati”, e si potrebbe estendere questa lista all’infinito). La creazione del cattivo risponde all’esigenza di quasi tutti gli esseri umani di sentirsi buoni e dalla parte del giusto. Difatti, nessuno si sente mai in colpa se Superman o Batman picchiano il cattivo di turno. Il parallelismo con i supereroi deve essere visto in tutta la bellezza della sua superficialità, per comprendere come sia stato possibile che masse cosi eterogenee ed innumerevoli di persone sottoscrissero politiche cosi violente ed ingiuste (per questo parallelismo ho preso spunto dai concetti espressi da Hannah Arendt nel capolavoro La banalità del male).

Per concludere questa prefazione, questo è il motivo principale che spinse le grandi dittature a manovrare i mezzi di comunicazione: l’invenzione di un nemico da sconfiggere e l’autoproclamarsi salvatori della patria. Questo aspetto diviene fondamentale nella gestione della politica estera. Un popolo stanco e umiliato ha anche necessità di riguadagnarsi credibilità agli occhi del mondo (ma non solo, dopo prenderemo ad esempio gli Stati Uniti d’America). Nascono infatti le grandi imprese, come le imprese degli idrovolanti da Orbetello a Chicago capeggiate da Italo Balbo, senza menzionare le grandi opere oppure l’arte esplosiva dei futuristi. Grandi imprese, dunque, intese in senso molto ampio con l’unica richiesta di avere un “grande” come appellativo per attribuire un senso di importanza.

Dal punto di vista bellico, il genio di Mussolini si manifestò quando ricevette in Italia Hitler, dove bluffò platealmente sull’armamento italiano. Difatti, fece spostare gli armamenti Italiani di città in città man mano che i due leader si muovevano per la penisola. Questo avvenne tanto per la flotta marina come per l’artiglieria che fece spostare via terra (tramite treni), da un posto all’altro impressionando Hitler. Seppur senza alcuna prova, quello che posso immaginare è che quest’atto sia da attribuire non ad un impeto irrazionale bensì alla, stavolta, genuina intenzione di salvaguardare il nostro paese e non finire invasi dalla superpotenza tedesca (la Germania, nel 1938, aveva già invaso l’Austria e la Cecoslovacchia). L’Italia infatti non aveva neppure un decimo degli armamenti dei cugini francesi (che al tempo vantavano uno dei più numerosi eserciti del mondo) e non poteva permettersi in alcun modo una battaglia contro Hitler. Inoltre, a differenza della “Perfida Albione” non vi erano mari a dividere l’Italia dalla Germania nazista. Questa scelta si rivelò sull’immediato corretta, difatti Mussolini ottenne che nel maggio del 1939 venne stipulato a Berlino il “Patto d’Acciaio” tra il governo italiano e quello germanico. Oltre al reciproco supporto in caso di guerra o attacco, al tempo la parte fondamentale dell’accordo per Mussolini era il rispetto dell’inviolabilità della frontiera tra Reich e Regno d’Italia. In modo improvviso però, l’accordo costrinse, dopo il consiglio di guerra tenuto da Adolf Hitler il giorno seguente la stipula del medesimo trattato, l’Italia ad entrare in guerra. Hitler aveva intenzione di invadere la Polonia e il compito dell’Italia era quello di contenere la reazione di Francia e Inghilterra nel Mediterraneo, compito impossibile date le reali dimensioni della nostra flotta. Per tale ragione all’inizio Mussolini decise di restare neutrale, ed inoltre sia la Gran Bretagna che la Francia, nonostante la dichiarazione di guerra alla Germania, non ebbero sufficiente convinzione politica per intraprendere alcuna offensiva seria (l’unico baluardo politico, all’inizio screditato e sottostimato, fu Churchill). Lo stesso Mussolini ribadì più volte a Hitler che l’Italia non sarebbe stata pronta ad un eventuale guerra se non prima di due o tre anni ma, dopo aver visto l’arsenale a nostra disposizione presentato dal suo compagno italiano, è probabile che Hitler non tenne molto in considerazione le parole di Mussolini.

Nonostante tutto però, se avesse voluto Mussolini avrebbe potuto rifiutarsi di entrare in guerra dal momento che la Germania lo aveva consultato prima dell’invasione dunque la decisione di entrare in guerra, ponderata dopo nove mesi di “non belligeranza”, è da attribuirsi interamente al nostro “governo” di allora. Il dittatore italiano si schierò di fianco della Germania, probabilmente ingolosito dalle repentine vittorie ottenute e ritenendo di essere vicino alla vittoria decisiva. La speranza era di potersi sedere al tavolo delle trattative da vincitori e quindi poter ingrandire il territorio italiano ed ottenere vantaggi. Dopo solo quattro giorni dalla entrata in guerra il porto di Genova venne bombardato dai britannici e francesi senza che la marina italiana potesse intervenire inoltre, a causa del mancato preavviso da parte di Mussolini della dichiarazione di guerra, la flotta mercantile perse oltre il 35% del naviglio che si trovava nei porti di nazioni divenute ostili: perdita non piccola in vista di una guerra da combattere prevalentemente su scacchieri lontani con conseguente bisogno di mantenere lunghe vie di comunicazione e di rifornimento marittime.

Se richiamiamo la conclusione della guerra, l’Italia uscì dalla Seconda guerra mondiale distrutta. Seppur divenne co-belligerante da metà settembre del 1943 la situazione infrastrutturale ed economica era a minimi storici (90% del sistema ferroviario distrutto, industrie bombardate, flotta marina confiscata, etc.) ma, forse ancor peggio, l’Italia uscì da un periodo di dittatura con l’immagine dell’intero governo compromessa, la stessa nazione non aveva un vero ruolo internazionale visto il suo ambiguo comportamento durante il conflitto, tanto che non solo subì forti influenzi statunitensi nel dopoguerra, ma fu costretta a dichiararsi co-belligerante ma nazione sconfitta subendo pesanti ritorsioni internazionali. A posteriori, dunque, è facile comprendere l’enorme mole di errori commessa dal fascismo nelle modalità di entrata in guerra e, più avanti, di gestione della stessa che inflissero all’Italia ingenti danni di immagine nell’imaginario mondiale di cui ancora oggi siamo vittime (così come la Germania).

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