L’ultima Scuola – Capitolo 1

Il sogno che è una vita.

“I sogni non sempre si realizzano, ma non perché siano troppo grandi o impossibili. Perché noi smettiamo di crederci.”

Martin Luther King

Le nuvole correvano a branchi e greggi sul limpido cielo delle dorate spiagge di Itaca, le morbide pergamene di sabbia venivano continuamente rischiarate dalle melodiche onde del greco mare. Jonathan pensava, e quando Jonathan pensava usava sedersi a terra, non importava bene dove o come – domande troppo razionali per uno della sua tempra – e così, seduto in un connubio di sabbia ed acqua, analizzava con meticolosa cura la propria situazione. Ah, perdonate, dimenticavo quasi di specificare un dato (estremamente!) importante per comprendere la precaria, ma quanto mai straordinariamente normale, situazione in cui Jonathan si trovava: il ragazzo in questione era, infatti, appena entrato nella sua maggiore età. Jonathan, quella notte di aprile, compiva diciotto anni.

Questa età, pur non comportando di per sé alcun cambiamento dal punto di vista biologico, può essere identificata come una meta estremamente importante. Questo perché, forse per la prima volta, i giovani trovano il tempo ed il coraggio di fermarsi, girare il capo, e riguardare la strada percorsa, esaminare le proprie scelte, e ragionare sul da farsi; proprio come un viaggiatore che, dopo una tappa estremamente lunga, riesce finalmente a sostare per un qualche tempo in un luogo e ad ammirare il cammino intrapreso. Immaginate ora però di non essere un viaggiatore qualsiasi, anzi di non essere per niente un viaggiatore, bensì un eremita, un disperato, un vagabondo; e non per scelta ma per privilegio di nascita. Immaginate ora che la via da voi intrapresa non sia una strada, né un percorso stabilito, ma pensate piuttosto di essere sul dorso di un’immensa montagna alla quale siete disperatamente aggrappati per non sprofondare nell’oscuro abisso delle tenebre. Tenebre, che non osate neanche guardare. Ebbene, in un certo senso, questa era la situazione in cui si trovava Jonathan.

Il ragazzo dunque, cosi seduto, aveva tolto le briglie al suo pensiero che ora correva liberò sul nero mare che era la sua vita. Analizzo con minuzia tutti gli istanti significativi che avevano accompagnato la sua infanzia e poi la sua adolescenza. Questo pensare lo tenne impegnato a lungo finché poi, quasi spontaneamente, incominciò ad estendere questo suo senso di consapevolezza ed analisi ad un quadro più generale. Con il ricordo delle sue avventure in mente, estese la sua area focale su tutto il genere umano o, almeno, su quella piccola frazione che egli riteneva tale. Si perse così tanto in quei suoi pensieri, quei suoi stessi labirinti, che fini per perdersi e chiedersi realmente cosa significhi essere un Essere Umano.

Nella razza umana non tutti sono Esseri Umani, l’Essere Umano rispetto al semplice animale uomo sottintende l’idea di essenza intesa come presenza di spirito, o di anima, e questa presenza non è da cercarsi in altri animali che altro non fanno che obbedire alle leggi naturali imposte loro dall’istinto primordiale bensì in una consapevolezza e comprensione della propria esistenza e quella del mondo che la circonda. Ritengo dunque di poter affermare che l’essere umano divenga essere non alla nascita ma solamente attraverso un percorso di vita che lo trasformi in questa essenza superiore.

 Io non sto compiendo questa esperienza di vita, non rimanendo chiuso qui. Ma il fuori mi terrorizza, quelle oscure tenebre che si estendono nel mondo mi terrorizzano. Come fanno a vivere a quel modo? Terrore, Rabbia, Vendetta, emozioni che accompagnano il mio cuore fin dall’età senziente. Ehi aspetta, aspetta! Cosa diavolo sono quelle figure? Cosa, cosa sono?

Disorientamento.

Soldati? Qui? Impossibile, impossibile qui non possono arrivare, possono tutto ma qui non possono arrivare!

Terrore.

Mio Dio, mio Dio ci hanno scoperto, lo dicevo, lo dicevo era questione di tempo, era scientificamente impossibile che non ci trovassero. Maestro! Maestro! Che fare? Dio mio che fare?

Jonathan si alzo di scatto e si sentì piuttosto sollevato nel risvegliarsi nel suo letto e assai lontano dal terrore di quel sogno. Si meravigliava sempre di come spesso i suoi sogni mutassero in incubi, e di quanto il loro confine fosse labile. Il suo maestro, Socrate, gli aveva spiegato come questa trasformazione dipendesse dalle sue paure represse che si impadronivano di lui nel momento in cui venivano risvegliate. Così, ancora mezzo sbigottito, si alzò ed avanzo barcollando verso il rubinetto per sciacquarsi il viso. Ogni volta che si avvicinava all’acqua non poteva fare a meno di rammentare le storie che aveva udito su di essa, di come in tempi remoti si trovasse naturalmente in grandi vallate, vallate immense che gli antichi chiamavano oceani. Rifletteva anche sulla bellezza del potersi immergere in quel puro liquido vitale, che gli sembrava un vero e proprio bagno nell’etere. Nel mezzo di questo suo farneticare senti suonare la campana 2 volte, il che voleva dire solamente una cosa: colazione! Nel giro di cinque secondi si vestì, nei successivi cinque aveva già lasciato alle sue spalle la porta della propria camera trovandosi già a meta della ripida scala a chiocciola che collegava le camere con l’atrio. In quindici secondi totali si trovava già seduto al tavolo dinnanzi alla sua ciotola quotidiana di vitamine con al fianco Joker e Pluto. Jonathan, Joker e Pluto. Una scuola, tre studenti. La camera da pranzo, che poi si trovava essere anche quella da colazione, cena, merenda, sala da the, ricreazione, cinema, auditorium, teatro, palestra, campo da basket, calcio, sala giochi, biliardo, biliardino, ping pong (bleah!) e chi piú ne ha piú ne metta, era in pratica un nudo container di laminato. Vi erano peró state incastrate due enormi finestrone che davano la possibilità agli alunni di graziarsi con la bellezza del paesaggio e della finta luce, che irraggiava tutti i commensali con la sua soffice ed ovattata luminosità. La conversazione fra i tre fu come al solito riguardante i loro rispettivi “trip” notturni, ovviamente con l’aggiunta di inutili dettagli e i dovuti effetti scenografici. Questa era in pratica la classica rutine mattutina, cosi gli studenti della scuola incominciavano le giornate proprio seguendo la filosofia che il loro maestro aveva tramandato loro, parlando dei sogni. La colazione non durava a lungo ed i ragazzi poi si recavano immediatamente alla sala delle lezioni (la sala delle lezioni altri non era che il giardino). L’ultima Scuola infatti adottava il metodo educativo esposto da Rousseau nell’Emile, e Socrate, preside, nutrice ma anche unico mentore ed insegnante dei ragazzi, credeva fermamente nella necessità di tenere le lezioni all’aperto. Aveva riscontrato più volte come gli studenti esprimessero il meglio delle proprie potenzialità nel verde, e come il luogo chiuso limitasse oltre che l’intelligenza anche la fantasia. Socrate era un uomo tutto d’un pezzo, era un uomo, per farvi capire, che se si convinceva di una cosa faceva qualunque cosa pur di piegare il fato al suo volere ed era così convinto dell’importanza della natura per l’educazione da creare un giardino di circa 150 metri quadrati a quasi 200 metri sotto la crosta terrestre. Così i ragazzi si radunarono tutti in cerchio come da prassi e cominciarono ad attendere la discesa del mentore. Nonostante la sua rinomata puntualità, quella mattina Socrate si presento con 17 minuti e 33 secondi di ritardo, un evento che i suoi allievi potevano confermare essere più unico che raro, tanto unico da provocare nei giovani un leggero brivido dietro la schiena. Fu però solamente quando lo videro più mal vestito del solito e con un aspetto decisamente fuori dall’ordinario che questo brivido si trasformo in puro tremore. Il maestro di per se aveva un aspetto piuttosto eccentrico. Si vestiva sempre con una tunica marrone stile francescano, ovviamente provvista della pratica cintura ossia una cordaccia artigianale legata alla vita dove usava attaccare degli strani “acchiappasogni”, il quadro veniva chiuso poi da due sandali di cuoio marrone che gli davano effettivamente l’aria da frate. Fisicamente era molto magro, ma non un magro debole ma uno di quelli arzilli a mo’ di grillo, scattante, tonico, tutto nervi, quei fisici classici che appartengono ai bambini scimmia, quei pestiferi pargoli che, per intenderci, da piccoli adorano arrampicarsi sugl’alberi. Il viso era praticamente un ovale tendente al rettangolo adornato da lineamenti duri e chiari, due occhi neri corvino abbastanza incavati nelle cavità orbitali risplendevano nel mezzo del pallido viso come due diamanti neri. Quest’ultimi poi venivano separati da un raro naso alla francese che conferiva un aspetto quasi nobile al viso. I capelli erano rossi, ma davvero molto rossi, un colore che sembrava essere quasi innaturale.  Come ho già detto, un tipo eccentrico, sensazione che non poteva poi che aumentare appena questo strano soggetto proferiva parola. Quel mattino però il regale aspetto del maestro veniva a mancare. Possedeva un solo sandalo e varie macchie adornavano la sua tunica, ma la cosa più preoccupante stava nei suoi occhi, rosso fuoco e con due occhiaie che erano chiaro sintomo di chi di notte ha fatto tutto fuorché dormire.  “S-scusate il ritardo” esordi il maestro balbettando “necessitavo di pensare”. Detto questo andò a sedersi sul suo solito tronco che si trovava proprio nel vuoto lasciato dal semicerchio che i ragazzi avevano formato, che in realtà più che ad un semicerchio assomigliava ad un triangolo. Così si ritrovarono nella loro classica posa che ormai durava da immemore tempo: Jonathan seduto a gambe incrociate tra il melo ed il Ciliegio, Joker appoggiata al tronco della grande quercia, Pluto seduto sotto l’ombra del Salice e Socrate seduto sul tronco che si trovava tra Joker e Pluto ma leggermente fuori dal quadrato. “Oggi è una giornata speciale ragazzi, oggi voi siete diventati uomini.” Nel mezzo di questa pausa, presa per aumentare la suspense del discorso, incominciò a scrutare con aria fredda, diretta e quasi severa i ragazzi che già dalla prima sillaba pendevano dalle sue labbra. Li scrutava con quello sguardo incantato che sembrava avere la capacità non solo di vedere ogni minimo dettaglio del tuo corpo, ma anche di percepire ogni piccola vibrazione della tua anima, uno sguardo che disarmava ogni barriera fisica e mentale, uno sguardo che faceva ruggire i mostri all’interno di ognuno di noi. Il vento nel mentre del tutto soffiava dolce e caldo sulla piana e accarezzava i fanciulli ed il loro mentore. I quattro alberi, un melo, una quercia, un ciliegio ed un salice piangente, ondeggiavano qua e là a ritmo di una strana musica, sembravano quasi comprendere l’energia o le intenzioni del maestro e per risonanza vibravano insieme a lui, questo non faceva altro che attribuire al tutto un non so che di poetico. Jonathan si era sempre domandato se la disposizione di quegli alberi fosse casuale, cosa che non credeva affatto conoscendo il suo mentore. I quattro immensi alberi erano infatti posti ai vertici di un quadrato immaginario che si trovava nel centro del piccolo cortile, cortile che veniva dai ragazzi chiamato “la piana”. Questo quadrato, non molto grande, dava però l’idea di creare una sorta di tempietto greco, cosa che conferiva una maggiore solennità ed intimità alle lezioni. Dopo questa leggera brezza Socrate riattacco a parlare, proprio come se fosse stato quel vento a suggerirgli il resto del suo preparato discorso: “Chi di voi sa cosa vuol dire diventare uomini?”. Silenzio e terrore si manifestarono sul volto di tutti, questi era possibile vederli anche senza l’infido sguardo del maestro. Dopo qualche istante di silenzio Pluto tento la sorte e sparò dalla bocca il suo pensiero. “Beh, diciamo che mi sento abbastanza convinto di poter affermare quasi con certezza che lei non asserisca al puro fattore numerico…” disse con tono pomposo ed altisonante.  “E perché Pluto?” lo inchiodo il mentore con una frase secca e diretta che sembrava molto essere una trappola preparata e studiata che il povero ragazzo aveva fatto ingenuamente scattare. “Io, Io” continuo lui, che era rimasto un poco intimorito dalla rapida risposta ma non aveva perso fede nelle sue idee. Pluto era cosi, un poco testardo, un pregio ed un difetto allo stesso tempo. “credo che un numero non possa fare la differenza, sono convinto che in tutti noi non sia avvenuto chissà quale cambiamento solamente a causa dell’avanzare dell’età, a meno che quest’avanzare non sia accompagnato da una qualche evoluzione dell’animo indotta dall’esterno.”. Ancora silenzio.  Joker però, che aveva intuito la debolezza dell’amico ma non aveva ancora compreso bene a quale gioco stesse giocando il loro bizzarro maestro tento un approccio dolce tanto per temporeggiare:” Le nostre caratteristiche sono simili, questo può derivare o da una condizione di nascita o magari dal nostro vissuto, perciò è probabile che avendo noi 3 avuto simili condizioni di vita, simile se non uguale educazione, stesso padre e stesso insegnante, probabilmente abbiamo anche avuto una crescita simile, crescita che però, come precisava Pluto c’è stata indotta dall’esterno: o da te, o dalle cose intorno a noi.” D’un tratto però, scattando senza preavviso Jonathan, che era rimasto immobile ad analizzare la situazione durante tutta la finta disputa, si alzo lentamente come se fosse appena uscito da chissà quale tipo di trance e dopo aver preso un lungo e profondo respiro disse: “Sei tu, sei tu che oggi ci farai diventare uomini non è vero?” Joker non si stupì affatto di essere stata interrotta, per loro era rutine. Erano praticamente nati e vissuti insieme ed ormai agivano e pensavano di conseguenza, si fidavano l’uno dell’altro come si fidavano di loro stessi. Anche nelle discussioni perciò avevano una specie di tattica che, pur variando a seconda delle situazioni, consisteva nel far andare avanti Pluto, il più istintivo ed impulsivo, lo scudo, poi partiva Joker per distogliere l’attenzione dell’assalitore, appunto il Jolly, e per dare tempo a Jonathan di elaborare la dovuta risposta, la spada. Nonostante tutto questo facesse quindi parte della prassi la non convenzionale situazione porto comunque a Jonathan un certo stress, tanto che per lanciare quei macigni dalle sue labbra dovette sforzarsi enormemente, tanto che più che aver detto 4 parole sembrava aver fatto uno scatto da centometrista. “Cosa devi dirci?” Domandò quindi impaziente e con tono sprezzante, domanda che accolse l’immediato segno d’approvazione dagl’altri due.  Il maestro che guardava con ben nascosta ammirazione i suoi cuccioli, avendo scaldato le loro giovani menti a modo e sentendoli finalmente fremere nelle sue mani, si decise finalmente ad attuare il duro svezzamento che aveva preparato per loro.

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