L’ultima Scuola – Capitolo 2

 Squadra Pandora

 “Per vivere con onore bisogna struggersi, battersi, sbagliare e ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è la vigliaccheria dell’anima”.

L. N. Tolstoj

Erano circa le due di notte quando la squadra Pandora si accingeva ad iniziare la sua missione, il buio era pesto e una leggiera brezza umidiccia soffiava sull’area intorno al porto lasciando delle leggere goccioline di rugiada sul vetro della maschera protettiva. “Cazzo dobbiamo sbrigarci! Di questo passo non ce la faremo mai!” “Se acceleriamo di più verremo rilevati, mantieni la velocità!” Rispose il compagno. “Cazzo Leonardo, speriamo di fare in tempo.” “Zitto e preparati!”.  La squadra formata da questi due elementi si trovava dunque pronta ad affrontare l’entrata. L’obbiettivo si trovava all’interno del grigio palazzo, dell’enorme grigio palazzo che sorgeva al centro di Boston esattamente nel punto dove un tempo era situato l’acquario della città. “Formazione 2” “Roger”. I due membri della squadra si divisero andando a posizionarsi uno a destra ed uno a sinistra della grande porta di vetro. “2 dietro la colonna 35 gradi a sinistra, 1 dietro un bancone 70 gradi a destra. Prendi i tuoi.” Prese respiro, poi disse: “Pronto?” attimo di esitazione, sguardo complice tra i colleghi: “Pronto” Disse infine l’altro. “Casa madre qui Socrate, procediamo con il prelievo.” Palermo, che era sulla sinistra, entrò camminando abbassato fino a posizionarsi dietro la colonna. Fatto questo Leonardo entrò anche lui, prese la mira e fece fuori il tizio dietro il bancone, sentito il rumore i due dietro la colonna si apprestarono a muoversi verso di lui venendo così eliminati alle spalle da Palermo. Un misto di rabbia adrenalinica e apprensione si manifestarono sul volto di entrambi. Erano soli. “Zona Pulita.” Disse infine Leonardo. I due adesso avanzavano con passo fermo verso la porta che collegava l’atrio con il lungo corridoio, alla fine del quale si doveva teoricamente incontrare la grande sala ovale, ed era proprio in questa teorica sala che si trovava il loro obbiettivo. In realtà Leonardo pur essendo a capo della missione non aveva molte informazioni riguardo lo scopo del loro intervento: salvare un bambino d’età sconosciuta, così come pure il sesso e gl’altri dati anagrafici. Questo era ciò che sapevano, questo era ciò che avrebbero fatto, certo rimaneva pur sempre il fatto che la sua agenzia aveva il compito di salvaguardare la già semidistrutta razza umana ma Leonardo aveva imparato da tempo come il farsi domande possa risultare spesso inutile; o controproducente. “Corridoio pulito, ispezioniamo tutte le camere o procediamo?” chiese il povero Palermo sempre più stressato, anche perché per il poveruomo questa era la prima missione e non desiderava altro che finisse il prima possibile. “Aspetta un attimo che controllo.” Nel rispondere Leonardo aveva già cominciato ad attivare i sensori della sua tuta che poi il casco avrebbe rielaborato aggiungendo i dati della planimetria e delle rilevazioni satellitari. “Non sembrano esserci minacce imminenti” Disse con tono secco e distaccato nonostante la notizia avesse dato enorme sollievo anche a lui, ma si sa come i veterani vogliano sempre apparire superuomini agl’occhi delle matricole. “Probabilmente non siamo stati ancora scoperti, ora possiamo anche affrettare il passo così magari riusciamo ad andarcene prima che se ne accorgano.” Nel mentre del parlare la squadra stava già percorrendo di corsa il lungo corridoio. Arrivati alla fine il caposquadra si accosto alla porta, utilizzando i sensori ad ultrasuoni constatarono la presenza di persone all’interno. “Vai.” Palermo diede un forte calcio alla porta buttandola giù in un colpo solo e nel mentre tirò una granata termina che creava un’aurea di calore simile a quella umana, attirando cosi eventuali macchine a termoguidate. Il silenzio venne spezzato solamente dal rumore di un piangere polifonico. “Deve essere il bambino!”. Esordi Palermo. “O mio Dio!” La stanza era illuminata da fortissime luci al neon, doveva per forza essere un qualche laboratorio di ricerca dato che era interamente arredata con enormi macchinari, ma il puzzo, quello nauseava, un terribile fetore aleggiava nella stanza. Tre bambini giacevano abbandonati lì, al centro su un grande bancone metallico che ricordava molto quello di una macelleria, erano legati mani e piedi ed avevano appiccicati su tutto il corpo strani ricevitori che assomigliavano molto a quelli utilizzati per i test cardiaci. “Cazzo Socrate io vado a prendere quei ragazzi”. Quel fetore era veramente nauseante.

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