Roma e la scienza

Il rapporto tra uomo e tecnologia attraverso la sua evoluzione nella capitale del mondo.

L’uomo moderno è intrinsecamente legato alla tecnologia. Viviamo oramai in simbiosi con i dispositivi tecnologici da noi costruiti e una loro eventuale scomparsa getterebbe l’umanità moderna nel baratro, cosa che non sarebbe accaduta nell’anno mille. Al fine di avvicinarci alla comprensione di questo meccanismo ripercorreremo l’evoluzione tecnologica avvenuta a Roma dall’epoca antica a quella contemporanea, sottolineando le principali differenze nella vita quotidiana (dai mestieri agli usi e costumi).

Le prime forme di tecnologia umana vengono attribuite all’homo abilis (da cui il nome) nonostante la modifica di oggetti (pietre, rami e via discorrendo) fosse una pratica diffusa sin dai tempi dell’australopiteco. Le prime evidenti tracce di insediamenti umani nell’area dove oggi sorge la città di Roma risalgono però all’uomo di Neanderthal e anche le prime vere tecnologie vengono introdotte a seguito della rivoluzione agricola del neolitico. Per vere tecnologie voglio racchiudere tutte quelle non solo frutto del esperienza o imitazione della natura, bensì quelle che racchiudano un pensiero teorico dietro. Esempio di questo è l’invenzione della falce per mietere i raccolti, spesso formate da un manico di legno su cui era un’affilata lama di selce, sempre relativa all’agricoltura venne introdotta la zappa, le macine a pietra per creare la farina e contenitori di vario genere (cesti intrecciati, poi vasi). Inoltre, con la diffusione e l’aumento di varietà di cibi ingeribili (l’invenzione della farina appena citata ne è un esempio) prese diffusione “l’arte culinaria”, ovverosia la miscelazione di ingredienti per ottenere nuovi tipi di pietanze (pane) o semplicemente per conservare i cibi (la salatura).

Più specificatamente nella zona di Roma, i ritrovamenti più importanti consistono nel sito della Valchetta, con resti risalenti a 65.000 anni fa, e lo scavo a Casal de’ Pazzi, contenente resti di animali domestici risalenti a circa 20.000 anni orsono. Fu proprio in questo periodo, compreso tra 70000 e 30000 anni fa, che vennero introdotte le tecnologie più innovative come le prime imbarcazioni per solcare i mari, le lampade a olio, gli archi e delle frecce e degli aghi da cucito. Inoltre, come sempre nella storia dell’uomo, questa grande creatività si può ritrovare anche nel campo artistico, difatti si possono scorgere i primi oggetti d’arte e di gioielleria ma anche figure o statuette religione. Molte di queste tecnologie posso difatti essere ritrovate negli svariati siti archeologici della zona Romana.

L’enorme impatto che queste tecnologie ebbero sulla popolazione è molto chiaro. Le prime rudimentali imbarcazioni consentivano di solcare mari e fiumi connettendo luoghi prima inaccessibili, o consentendo piccoli scambi tra villaggi limitrofi. Anche un’invenzione apparentemente più piccola, come le lampade ad olio, può risultare come una vera e propria rivoluzione “sociale”. Consentì infatti agli uomini di non essere schiavi totalmente dei cicli naturali di giorno-notte bensì di scegliere come e quando svolgere certe mansioni. Questa è una tendenza che andrà gradualmente aumentando all’interno della società umana (il distacco dai cicli naturali) e avremo modo di analizzarlo più accuratamente nel seguito.

Da qui in avanti l’uomo continuò ad evolversi assieme alle proprie tecnologie. Nacquero così popolazioni dalla grande capacità tecnica e teorica quali i Sumeri o gli Egizi, arrivando poi alle grandi civiltà Indiane e Elleniche. Come però anticipato nell’introduzione, il nostro desiderio è quello di osservare l’evoluzione tecnologica umana dagli occhi di Roma. Le successive popolazioni che si ipotizza abbiano messo radici sul territorio romano risalgono all’età del ferro e vengono ricollegate dalle teorie migratorie più affermate alla stirpe degli indoeuropei (Latini). In quest’epoca è possibile distinguere i Falisci, che occupavano la Valtiberina, dalla popolazione dei Latini, i quali si erano stanziati nel Latium vetus (“Lazio antico”).

I loro territori confinavano con quello di tante piccole popolazioni con una dislocazione territoriale di tanti piccoli villaggi. Tra questi vi era però un popolo che aveva una società decisamente più sviluppata, gli Etruschi. Citando lo storico tedesco Werner Keller, “Furono gli etruschi coloro che, molto prima di Roma, nel momento del trapasso tra preistoria e storia, edificarono nel cuore d’Italia un’alta civiltà, ponendo le fondamenta della futura ascesa dell’Europa”. Risulta dunque naturale iniziare questa breve tesi approfondendo maggiormente gli aspetti di questa sbalorditiva civiltà seppur non sia completamente incentrata su suolo romano.

La civiltà Etrusca

Gli Etruschi, a differenza di altre grandi civiltà, hanno mantenuto un grande alone di mistero attorno alle loro origini nonostante gli svariati tentativi che si sono protratti nell’arco della storia di tracciarne le radici. Il problema alla base della nascita della civiltà Etrusca scaturì dal dal desiderio, già presente nell’antichità con storici grechi e romani, di trovare una giustificazione alla presenza di questo potente e raffinato popolo nel panorama delle genti dell’Italia preromana che, come abbiamo anticipato, era principalmente popolata da piccoli villaggi e insediamenti. Una delle principali difficolta incontrate dagli studiosi fu, soprattutto, nel comprendere gli scritti etruschi poiché non vi sono comparazioni tra questa lingua ed altre conosciute. Su questo punto di vista, però, alcune innovazioni tecnologiche (soprattutto nel campo del machine learning) stanno portando alla luce nuove tecniche per comprenderne i testi.

Quello che però è certo è che fu tra VII e VI secolo a.C. che gli Etruschi riuscirono a stabilire la loro egemonia sul Mar Tirreno, estendendosi in seguito in gran parte della penisola italiana con confini che spaziavano dal Veneto alla Campania. Diverse importanti città esistenti ancor oggi posseggono una fondazione etrusca, esempio di questo è la città di Perugia. Nel 540 a.C. l’espansione etrusca si spanse fino a raggiungere il Mediterraneo occidentale. Difatti, dopo un’alleanza stipulata con i Cartaginesi, gli Etruschi sconfissero in Corsica una flotta greca frenando la conquista greca verso il Mar Tirreno.

Il retaggio della civiltà etrusca è caratterizzato da un altissimo livello artistico, visibile in opere come il sarcofago degli sposi e la celeberrima lupa di bronzo (divenuta il simbolo di Roma). L’arte etrusca unì le influenze greche a quelle locali e fu principalmente caratterizzata dall’uso della terracotta e di metalli. L’importanza e la peculiarità di questa grande civiltà però risiede soprattutto nella grande equità sociale tra generi che seppe instaurare. A tal proposito la civiltà etrusca fu uno dei primi esempi di grandi civiltà antiche che diedero alla donna un ruolo importante all’interno della società in completa controtendenza alle altre popolazioni del mediterraneo. Difatti, al contrario di quanto avveniva in Grecia, nella civiltà etrusca le donne partecipavano attivamente alla vita sociale, ricevevano educazione come gli uomini e tutte sapevano leggere e scrivere. Inoltre, e questo è assai più fondamentale per comprendere la grande importanza attribuita alle donne, potevano essere titolari di attività economiche influendo dunque attivamente sui mercati. Non dovrebbe dunque stupire che, nel mondo etrusco, le donne mantenessero il loro patronimico anche da sposate, andando quindi a salvaguardare la loro individualità ed indipendenza al contrario di quanto accadrà in seguito in Europa nel corso del Medioevo (e come talvolta avviene ancora oggi). In modo indubbio, dal mio punto di vista, la cultura può essere vista a tutti gli effetti come una forma di tecnologia umana e, forse ancora di più, la società organizzata: ovverosia formata da leggi. Di fatto, le leggi che compongono le società civili non sono altro che una invenzione umana creata per modellare il caos della società naturale, ove vigeva la legge violenta del più forte. Da questo punto di vista gli Etruschi raggiunsero picchi di civiltà che possono essere ritrovati in Europa solo a partire da questo secolo (giacche di piena equità di sessi nel secolo scorso non si poteva ancora parlare).

La civiltà etrusca entrò principalmente in crisi a seguito della mancanza di unità che caratterizzò le città-stato etrusche, similmente a quanto avvenne alla Grecia. Sebbene dodici di esse fossero unite in una lega, nessuna città si mosse in difesa dell’altra nel momento in cui iniziarono gli attacchi dei popoli posti ai confini dei territori etruschi cosi che nel 510 a.C. Roma, che fino ad allora era stata retta da re etruschi, i Tarquini, iniziò una politica di espansione in Etruria.   A partire dalla battaglia di Ariccia, gli Etruschi persero Capua e Pompei ad opera degli Osci mentre una flotta greca li sconfisse a Cuma indebolendo in modo drammatico i loro traffici marittimi. Questo fece si che le vecchie città e popolazione dell’Etruria vennero gradualmente inglobate dall’espansione Romana andandone ad inspirare usi e costumi. Difatti la cultura etrusca, seppur non integralmente, verrà ripresa dai Romani, i quali, ad esempio, avranno una considerazione molto maggiore per la figura femminile di quanto non ne avesse una società sviluppata come quella greca (ed anche questo dovrebbe farci interrogare profondamente sulle fondamenta ove sorge la nostra sapienza e la nostra cultura). Questo processo di fusione potrà dirsi concluso nell’anno 396 a.C. a seguito della conquista di Veio, che segnerà la scomparsa del regno etrusco.

Roma e l’Impero

Abbiamo appena visto, dal punto di vista degli etruschi, i primi anni dell’espansione romana e le radici della loro cultura. La nascita di Roma viene solitamente indicata con il 753 a.C. ma abbiamo visto che per i primi anni questa fosse governata da re etruschi. Senza entrare nei dettagli storici della evoluzione dell’egemonia romana sul bacino del mediterraneo, vorrei concentrarmi maggiormente sulle tecniche e conoscenze utilizzate dalla repubblica e, successivamente, dall’impero per mantenere questo primato sugli altri popoli. In modo alquanto singolare, infatti, le conoscenze tecniche e scientifiche dei Romani sono state a lungo valutate in modo superficiale tanto che, ad oggi, è in atto una vera e propria revisione storiografica da questo punto di vista. Questo va attribuito principalmente alla tendenza della letteratura dell’epoca a non sottolineare le conoscenze tecniche nei testi, facendo sì che la pratica della scienza a Roma debba essere indagata non solo attraverso le fonti letterarie ma anche in modo indiretto attraverso reperti archeologici, epigrafi e monumenti.

Dal punto di vista sociale è essenziale notare che la tecnologia e la conoscenza tecnica occupavano una posizione marginale nel concetto di intellettualità romana tanto da far nascere un vero e proprio disprezzo nei confronti delle classi sociali dedite al lavoro manuale (seguendo, questa volta, il retaggio greco). Come esempio vorrei portare figuri illustri quali Platone, che non avrebbe mai dato sua figlia in sposa a un meccanico; o Aristotele, secondo cui la schiavitù era necessaria dal momento che ancora non erano presenti macchine autosufficienti; per Cicerone invece, l’essere artigiano non poteva conciliarsi con l’essere romano, poiché questa era una occupazione bassa e vile; e anche una mentalità più moderna come quella di  Seneca dichiarava che il lavoro dell’artigiano non ha niente a che fare con le qualità dell’uomo per bene. Questo dovrebbe aiutare a capire le motivazioni che portarono gli intellettuali a non canonizzare la scienza di allora, creando un solco profondo tra scienza teoretica e pratica che vigerà in occidente per millenni (tralasciando forse qualche figura isolata come l’immenso genio di Leonardo da Vinci). Fu per questo che, in una società propensa a ricordare il committente e non l’esecutore, dal II secolo in poi sono molti gli architetti iniziarono ad incidere il proprio nome sugli edifici che costruirono, identificandosi con orgoglio con le loro realizzazioni, destinate a sopravvivere alla durata della loro vita terrena.

Dopo quanto detto risulta del tutto naturale che gli studi riguardanti quest’area non erano così rinomati, infatti, seppur esistesse un’importante tradizione di studi riguardanti la filosofia, la geometria e le scienze umane, risultano estremamente più rari quelli relativi alla ricerca scientifica applicata. Per esempio, quella che allora veniva chiamata “la meccanica” era considerata una disciplina secondaria (questo era certamente un retaggio della cultura greca). Data l’importanza dell’argomento da un punto di vista pratico è estremamente probabile che al tempo vennero scritti dei trattati sulle modalità di organizzazione dei cantieri o sulle macchine che venivano utilizzate ma, nonostante questa supposizione, oggi le principali fonti letterarie utilizzate dagli storici si compongono nel “De architectura” di Vitruvio e “La Meccanica” di Erone di Alessandria. In entrambe le testimonianze però i macchinari descritti ed utilizzati furono già frutto di numerose evoluzioni e riprogettazioni il che lascia presagire una grande ricerca e sperimentazione in quest’ambito. Infatti, vengono attribuiti a loro diversi perfezionamenti di macchine per razionalizzare il lavoro e diverse invenzioni (molte delle quali utilizzate ancora oggi) di cui riporto le più celebri: le forbici con perno (le moderne forbici), la sega con telaio (la sega moderna), il girabacchino, la pialla, la lima, la noria, il filo a piombo, la squadra, archipendolo.

Questa ricerca a migliorarsi, a potenziarsi, fu certamente un archetipo della società romana, ritrovabile nelle invenzioni come nelle politiche di espanzione. Inoltre, tutte queste migliorie e piccole invenzioni fecerò per la prima volta nascere il concetto di miglioramento, dove diverse menti, anche in epoche diverse, riaffrontavano uno stesso problema per migliorare o potenziare degli aspetti di una particolare tecnologia, tenendo in considerazione il risparmio economico e temporale di questi avanzamenti come testimonia il caso di Q. Haterius, appaltatore dell’anfiteatro Flavio e di altri edifici importanti di Roma, il quale investì in tecnologia, ovvero in macchine per risparmiare manodopera e accelerare i tempi della costruzione. Seppur questo possa sembrare un ragionamento scontato, i Romani furono i primi a coniare il concetto tutto contemporaneo del “Il tempo è denaro” sottolineando la vicinanza tra questa grande civiltà ed i tempi moderni. Per sottolineare ancora l’estrema capacità organizzativa dei Romani, si pensi che per la sola costruzione del Colosseo vennero creati quattro cantieri, operanti ognuno in area differente dell’arena, per l’esecuzione simultanea e indipendente dell’opera in piani sovrapposti, con una ricettività totale di 75.000-80.000 operai senza nulla invidiare alle grandi opere moderne.

In uno scenario così ampio, è possibile individuare anche altri modelli di comportamento che hanno molto a che fare con la tecnologia. Basti pensare al modello urbano, cioè alla fisionomia della città romana esportata ovunque con i suoi colonnati, il foro, le terme, l’anfiteatro, l’acquedotto a arcate. L’importanza della pulizia e dell’igiene per i romani era altissima, così come l’aspetto sociale delle terme può essere visto come un corrispettivo dei nostri “aperitivi”. Un altro modello di comportamento, decisamente dinamico, è legato alla tecnologia agricola. Nei torchi e nelle presse per il vino e l’olio la ricerca verso il perfezionamento dei macchinari e la resa produttiva migliore è costante: agli studi sulle macchine si collegano anche le indagini relative ai contenitori, che mutano forma e capacità al fine di perseguire il migliore rapporto peso/dimensioni. Anfore etrusche e greco -italiche e le numerose varianti di Dressel indicano un’attenzione costante verso la fisionomia ottimale dei contenitori e, di riflesso, anche nei confronti dell’architettura delle imbarcazioni che quei recipienti avrebbero trasportato in lungo e in largo nel Mediterraneo. A fare da cornice a questo quadro la produzione di una serie di opere, scritte da Catone, Varrone, Columella e Palladio, nelle quali è possibile rinvenire il quadro di riferimento intellettuale entro il quale l’agronomia romana si muove.

Un terzo modello tecnologico è quello “idraulico”. Gli scavi archeologici mostrano, dal vallo di Adriano al deserto della Libia, un articolato sistema di drenaggio, raccolta e distribuzione delle acque per l’agricoltura, per usi domestici e per meccanizzare attività lavorative. Un’iscrizione dalla Tunisia risalente al I secolo ricorda un personaggio che si vanta di essere stato il primo a importare la viticoltura in quella regione, sostenendo per questo gli alti costi per l’approvvigionamento di acqua. La fertilità proverbiale dell’Egitto non deriva solo dalle note piene del Nilo, ma da uno straordinario sistema di irrigazione e canali dotato di dispositivi meccanici notevoli: dal semplice shaduf alla vite di Archimede, dalla noria alla ruota a secchi. Nel III secolo a.C. un cleruco di Apollinopolis di nome Philotas dichiara di disporre di una macchina (mechané) capace di restituire fertilità alla Tebaide devastata da anni di piena insufficiente del Nilo. Vi sono poi prove eclatanti, documentate a livello archeologico e letterario, di tecnologia avanzata e concretamente applicata a impianti produttivi su vasta scala.

Quel che emerge da tutti i precedenti esempi è che la tecnologia che più di tutte segnerà il progresso umano e la concezione stessa del lavoro è l’utilizzo intensivo delle “macchine”, ovverosia oggetti tecnologici in grado di sostituire il lavoro umano in modo automatico. Non a caso, in molti autori latini tra la fine della repubblica e l’età imperiale proprio il saper costruire macchine divenne un segno distintivo dell’uomo romano (ovverosia evoluto), segnando una distinzione tra coloro che posseggono un alto livello di civiltà e quelli che ne sono esclusi. Ad esempio, quando Cesare decise di attraversare il Reno per affrontare i Germani, egli è al corrente del fatto che esista una ricca tradizione di ponti di barche ottimi per passaggi momentanei, ma non la ritenne una soluzione confacente alla dignitas del popolo romano (De bello gallico): “Per queste ragioni che ho ricordato Cesare decise di attraversare il Reno ma riteneva che attraversarlo con imbarcazioni non fosse sicuro e conforme al prestigio suo e del popolo romano”. La costruzione di ponti viene quindi vista in questo momento non solo con uno scopo pratico ma anche per simboleggiare anche uno standard tecnologico e culturale sconosciuto ai barbari e rimarcare la differenza netta tra i due popoli. Nonostante le difficoltà dovute alla larghezza del fiume, alla velocità delle acque e alla profondità delle stesse il ponte venne completato con l’apporto di machinationes in soli dieci giorni. I romani restarono nel territorio dei Germani per 18 giorni e, ritenendo di avere dato la dimostrazione necessaria, lo distrussero dopo il rientro in Gallia. Aprendo una via dove esisteva un ostacolo posto dalla natura, il ponte crea un nuovo ordine, presupposto per la romanizzazione di quegli spazi. In questo breve episodio vengono riassunte tutte le più importanti implicazioni della tecnologia, dal desiderio di prevaricare sulle altre popolazioni al rifiuto dei vincoli imposti dalla natura. Questa non accettazione dei limiti naturali è la più peculiare caratteristica dell’essere umano rispetto agli altri animali. L’essere umano si pone in modo critico nei confronti della natura, confrontando le leggi naturali con le proprie leggi morali e andando ad intervenire su ciò che non ritiene giusto. Difatti, senza divagare oltre, le argomentazioni di “naturalità” portate da molti individui contro matrimoni omosessuali o vegetarianesimo o qualsiasi cosa sia distante dallo status quo è quanto più lontano possa esistere dalla realtà umana.

Riferendo le vicende delle guerre germaniche del I secolo, Tacito descrive i goffi tentativi dei Batavi di costruire una torre da assedio: “I Batavi, costruita una torre a due piani, l’avevano trascinata presso la porta pretoria dove il terreno non era piano. Investita da un robusto scuotere di pali e travi, cadde a pezzi con la rovina di quanti vi stavano sopra”. In un passo in cui cita invece i Parti Tacito dichiara che nihil tam ignarum barbaris quam machinamenta. Questi due episodi chiariscono il pensiero dello storico in merito a questo tema: proprio l’abilità nel costruire macchine è la differenza tra i Romani e i barbari. In età tardo antica, l’Anonimo propone una serie di macchine di concezione a torto ritenuta innovativa, vicina invece alla tradizione classica: componibili e smontabili pezzo per pezzo. Nello stesso periodo l’imperatore Giuliano l’Apostata affronta il medesimo problema facendo costruire una quantità tale di macchine da guerra da impressionare Ammiano Marcellino che ce ne lascerà una descrizione. Egli mise insieme una notevole biblioteca privata, scrisse un perduto trattato di meccanica e vide nelle macchine la risposta della romanità alle minacce portate dai barbari.

La macchina è dunque uno dei mezzi per realizzare l’ordine stabilito da Roma nel mondo. Lo stesso Cicerone di cui abbiamo ricordato il forte disprezzo per i lavori artigianali, esprime una lode notevole dell’abilità pratica dell’uomo romano, capace di instaurare un rapporto proficuo con la natura (De natura deorum): “Godiamo dei vantaggi delle pianure e dei monti, nostri sono i fiumi e i laghi […] diamo fecondità alla terra irrigandola, tratteniamo i fiumi nel loro letto, ne indirizziamo e deviamo il corso, con le nostre mani cerchiamo di creare quasi una seconda natura nella natura”. Cicerone ben fotografa la natura dinamica di un sapere in continua evoluzione.

Il Medioevo

Seppur storicamente al medioevo venne associata la concezione di “secoli bui”, similmente alla revisione storiografica dell’epoca Romana, anche questa idea necessita una rivisitazione. Difatti nell’epoca Medioevale vi furono grandi avanzamenti tecnologici, fra cui l’adozione della polvere da sparo, l’invenzione di mulini a vento verticali, spettacoli, orologi meccanici, e mulini ad acqua molto migliorati, tecniche costruttive (architettura gotica, castelli medievali) e l’agricoltura in generale (rotazione triennale delle colture). Questo rivisitazione però non nega tutti i lati negativi che afflissero la nostra penisola nell’Alto Medioevo dove le tracce di decadenza erano visibili ovunque: il calo demografico, la scomparsa di fiorenti porti non più drenati, l’affievolirsi di saperi tecnici legati alla metallurgia, all’idraulica, all’architettura o all’agricoltura, e soprattutto il venir meno del tessuto culturale e intellettuale delle grandi città dell’impero, di Roma in primo luogo, contribuiscono a una perdita di centralità dell’Italia romana. Non più collegata ai centri di produzione dei saperi scientifici e tecnici del bacino del Mediterraneo, dell’Egitto e del Medio Oriente in particolare, la penisola italiana è ridotta a una provincia culturalmente irrilevante del mondo altomedievale.

Non mancano tuttavia le eccezioni, e sul lungo termine le nuove forme di organizzazione e trasmissione dei saperi cui danno vita si rivelano di cruciale importanza. I secoli che segnano l’irrilevanza culturale e politica della penisola italiana vedono infatti crescere l’influenza amministrativa, sociale e culturale della Chiesa. Le sedi vescovili si dotano di scuole, formalmente istituite col concilio di Toledo del 527, dove i compendi enciclopedici della cultura classica tengono viva la memoria e il mito di un passato di splendori filosofici, scientifici e tecnici. Le esigenze del calendario religioso richiedono poi il mantenimento di competenze astronomiche piuttosto complesse. A partire dal VI secolo il fenomeno del monachesimo e lo stabilimento di una rete di abbazie, spesso ricche e relativamente popolose, contribuiscono al costituirsi di comunità che ricreano in parte la divisione dei lavori intellettuali e tecnici di una piccola città autosufficiente. In particolare, la regola benedettina dell’ora et labora ha conseguenze non trascurabili nella costituzione di ricche biblioteche come nel miglioramento delle tecnologie metallurgiche. Un ruolo importante svolgono anche le abbazie colombaniane sparse in Italia e in Europa. Inoltre, la breve stagione dell’impero carolingio nel IX secolo ricostruisce un tessuto di rapporti culturali tra la corte dei Franchi e diversi centri cultura europea.

Questa dedizione estrema al lavoro cambiò ancora il tessuto sociale dell’epoca. Nel medioevo, difatti, veniva completamente distrutta la concezione di lavoro e tempo libero tanto che i lavoratori vivevano nelle stesse “botteghe” dove lavoravano. Inoltre, si perse completamente quello spirito pragmatico dei romani, tanto che dai grandi imperi si passo ai regni feudali ed alle piccole città circondate da mura. La sicurezza delle mura di casa, l’accontentarsi, il lavoro per la sola fatica (tanto che non si ricercava più il modo più rapido o meno faticoso) erano concetti totalmente sconosciuti all’uomo romano che invece presero molto piede nel mondo medioevale.

L’illuminismo

Il primo dato utile per la collocazione cronologica dell’Illuminismo in Italia è la fondazione, a Roma, dell’Accademia dell’Arcadia (1690) che prese le distanze dall’ideologia Barocca dominante in nome di nuovi canoni estetici e poetici: la semplicità, la chiarezza, la razionalità delle forme e la misura tipica della cultura classica. L’Arcadia non ha molto a che vedere con il movimento illuminista, presenta, infatti, una produzione soprattutto lirica, caratterizzata spesso da canzonieri-raccolta di più autori; si tratta di un ambiente mondano, dove viene prodotta una poesia d’élite. La raccolta in 9 volumi delle Rime degli Arcadi è, di fatto, una produzione molto diversa da quella dagli ambienti illuministi che si svilupparono successivamente in Italia, pur essendo un movimento contemporaneo. Roma in questo periodo non ebbe grande risalto, difatti considerando che i maggiori centri dell’Illuminismo furono le due metropoli della penisola italiana con un ambiente culturale più ricco e variegato: Milano e Napoli.

La nascita della Roma modera

Al momento della presa di Roma lo Stato sabaudo si trovò a dover trasformare la capitale di uno Stato teocratico assolutista, la cui economia locale era basata sulla rendita fondiaria e sul paternalismo assistenziale, nella capitale di un moderno Stato liberale. Dal punto di vista urbanistico, la Roma del 1870 era ancora quella ridisegnata da Sisto V, mentre la burocrazia e le istituzioni del nuovo regno d’Italia chiedevano spazi per ospitare le sedi del governo. All’arrivo dei piemontesi, Roma era piena di conventi e di edifici destinati ad usi collettivi, se non pubblici, che furono utilizzati nella fase di primo insediamento dello Stato sabaudo che nei primi anni del proprio regno ne esproprio più di cinquanta. I costi altissimi dei lavori pubblici necessari alla modernizzazione e all’espansione di Roma furono coperti in parte dalle alienazioni dei beni ecclesiastici, e furono anche ridotti dal sistema delle convenzioni con i privati che avrebbero costruito sui terreni concordati attraverso una prima bozza di Piano regolatore, che fu discusso e approvato alla fine del 1873 dal Consiglio comunale. Haussmann, famoso urbanista in tutta Europa, fu interpellato da Crispi per la ripianificazione della nuova capitale. La soluzione demolitoria che il francese propose venne tuttavia applicata assai marginalmente, almeno fino al fascismo, sicché Roma poté conservare ad esempio, a differenza di Parigi e di Milano, la sua cinta muraria. Per quanto riguardava l’edilizia privata, poi, i protagonisti furono i finanzieri – italiani ma anche stranieri – che vedero nella nuova capitale da costruire una grande occasione di investimento e di speculazione.

In pratica, la città fu per una trentina d’anni un grande cantiere dall’arginatura del Tevere, che cambiò il rapporto della città col fiume, e la costruzione della rete fognante assieme l’ampliamento del sistema idrico. Questo migliorò di molto la gestione delle piene del Tevere, che allagavano periodicamente (all’incirca ogni 30 anni) l’intera zona del centro e di cui si conserva memoria storica del livello su indicatori apposti su diversi edifici, già a partire dal secolo XIII. La costruzione delle mura portò alla soppressione di numerosi porti sul Tevere, talvolta con opera di demolizione (come nel caso del Porto di Ripetta).

La Roma Fascista

Ai tempi dell’Unità d’Italia, la comunità scientifica italiana era frammentata e scarsamente influente e la situazione romana non era differente. A questa situazione di frammentazione e basso finanziamento, il fascismo oppose una forte azione centralizzatrice che vide soprattutto in Roma, in quanto capitale, l’apice. Nella seconda metà degli anni 20, infatti, vennero instaurate la fondazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), l’Istituto Superiore di Sanità e l’ISTAT, strutture che risultano in funzione ancora oggi. Ognuna di queste strutture, oltre la formulazione della loro funzione “teorica”, celava anche all’interno una necessità propagandistica del regime, anche se questo non toglieva spazio ad azioni disinteressate come avremo modo di vedere. Al contempo, il Duce, Giovanni Gentile e svariati ministri dell’Educazione Nazionale esaltavano pubblicamente la figura dello come utile alla nazione ed al suo progresso. Questo fece sì che, almeno nei primi anni, il fascismo godette di un notevole appoggio dalla comunità scientifica.

Indubbiamente, il fascismo non pose un veto alla cultura ma, spinti da una linea di pensiero futurista, cercarono di corrompere la comunità scientifica affinché appoggiasse il regime. Nonostante questa premessa però, non furono molti gli scienziati italiani celebri che abbiano dato esplicitamente la propria adesione al fascismo (se si escludono le dichiarazioni di circostanza in occasioni ufficiali) ma è tuttavia innegabile che alcuni vi aderirono effettivamente: il caso di Guglielmo Marconi è forse fra i più noti, il quale si schierò pubblicamente ed in più occasioni la sua fede fascista; altro nome illustre è l’endocrinologo Nicola Pende del quale l’adesione al regime fascista fu ipotizzata in varie occasioni (ad esempio nella stesura del “Manifesto”, nonostante quest’ultimo uscì anonimo). Tra i promotori del “Manifesto” vi furono però sicuramente svariati docenti universitari, direttori di ospedali e medici, come ve ne erano tra il 320 intellettuali che successivamente aderirono a quel manifesto.

Tralasciando queste derive propagandistiche però, non mancarono certo iniziative di grande spessore e serietà nel periodo fascista. Gentile, fu indubbiamente uno dei principali tra i grandi luminari del tempo. Assunse la presidenza della Commissione nazionale vinciana commissionando l’edizione anastatica e la trascrizione di alcuni importanti manoscritti di Leonardo. L’impostazione gentiliana però, tendeva ad identificare la cultura come puramente umanistica rilegando spesso alla scienza il solo scopo utilitaristico, di fatto penalizzando gli studi scientifici di base considerati troppo astratti (nonostante l’immensa qualità dei nostri scienziati e ricercatori all’epoca, si videro grandi scoperte in Fisica ma poco supporto nella ricerca matematica – ad esempio sulla Logica –). Dati alla mano, gli studenti iscritti nelle facoltà scientifiche calarono del 26% tra gli anni accademici del ventennio fascista. Inoltre, i fondi del CNR furono distribuiti spesso in modo clientelare e ricerche, anche di eccezionale importanza, non furono finanziate: ne è un esempio il caso del gruppo di Fermi, al quale furono tagliati i finanziamenti dopo la morte del loro principale sostenitore, il fisico e politico Orso Maria Corbino, come avremo modo di vedere nel prossimo capitolo.

Nonostante questa tendenza Gentiliana contraria allo sviluppo delle scienze, in quegli anni vide la luce il genio di Enrico Fermi il quale fu, indubbiamente, una delle figure più eminenti del panorama internazionale del XX secolo contribuendo in modo significativo a tutte le principali scoperte relative alla fisica nucleare. Fermi nacque a Roma nel 1901 e fu uno studente esemplare. Alla fine dei suoi studi Fermi dimostrava anche una conoscenza linguistica nient’affatto comune: oltre al latino ed il greco, parlava in modo disinvolto l’inglese, il francese ed il tedesco. Questa capacità linguistica gli permise, dopo poco, di partire alla volta di Gottinga, presso la scuola di Max Born, per approfondire le conoscenze nel ramo della fisica quantistica. Fu Orso Mario Corbino, direttore dell’Istituto di fisica dell’università di Roma, a riportare Fermi in patria. Corbino incontrò Fermi durante un viaggio di quest’ultimo a Roma ed il professore intuì immediatamente il grande talento del Fisico e cerco di aiutarlo con ogni mezzo, arrivando ad instituire per lui, per la prima volta nella storia romana, una cattedra di Fisica Teorica. Fermi tornerà dunque a Roma nel 1926 per sfruttare questa possibilità e creare attorno a sé un gruppo di ricerca fatto da collaboratori capaci ma tutti molto giovani. È questo, dunque, il momento della nascita di quel gruppo di grandi scienziati Italiani che prenderà il nome di “I ragazzi di via Panisperna”: da Edoardo Amaldi a Emilio Segré, da Bruno Pontecorvo a Giancarlo Wick e Ettore Majorana. Tra il 1935 e il 1937 il gruppo si scinse per assegnazioni di cattedre e progetti di ricerca lasciando a Roma “solo” Fermi e Amaldi. L’anno seguente Enrico Fermi vedrà conferitogli il premio Nobel anche se, sfortunatamente, questa sarà l’unica nota positiva per quell’anno nefasto. Difatti, Majorana scomparirà in circostanze più o meno misteriose e, in plus, a causa delle leggi razziali emanate dal regime fascista, il fisico romano si vede costretto ad emigrare, visto che sua moglie Laura era ebrea. Fermi, è stato uno degli ultimi “grandi fisici” a incarnare entrambe le figure di Fisico Teorico e Fisico Sperimentale e, per questo, rimarrà una pietra miliare nella storia della fisica universale difficile da dimenticare.

In conclusione, il periodo fascista fu costellato di figure positive e negative dal punto di vista scientifico ed è anche innegabile l’aumento di fondi che il regime elargì verso la comunità accademica, seppur per scopi personali e propagandistici. A conferma di questo, come dicevamo prima, molte istituzioni fasciste in questi ambiti vennero conservate seppur, ovviamente, con i necessari cambiamenti post-liberazione.

La Roma contemporanea

Negli ultimi anni del secolo scorso fino ai giorni nostri, è innegabile che della centralità che Roma poteva vantare ai tempi dell’impero non è rimasto che un ricordo. Difatti, le grandi capitali di innovazione del mondo vengono collegate a Londra o Berlino (nominata più volte tra le città più “smart” d’Europa). Roma è stata trasformata da civiltà attiva ed innovatrice ad un museo a cielo aperto, un’esposizione perenne di un passato glorioso che non potrà tornare.

La mancanza di investimento nell’innovazione, la diminuzione drastica delle nascite, l’aumento dell’età media della popolazione, sono tutti sentori di una civiltà che ha perso la voglia di innovare e scoprire e si accontenta di ciò che ha costruito. Questo paradigma sociale può ritrovarsi anche nelle modalità in cui vengono conservate le opere d’arte ed i reperti archeologici. Difatti, un’opera come il Colosseo sarebbe stata “ricostruita” della sua parte mancante da restauratori di origini Cinesi, mentre nella cultura artistica italiana ristrutturare significa mantenere, non ricostruire. Questa è una caratteristica del recupero di beni culturali moderni identificabile come una archeologia “necrofila”, che vuole i reperti spogli e messi a nudo per la salvaguardia delle “rovine”. Non vi è un giudizio in questo, semplicemente una constatazione di due mentalità agli antipodi.

Nonostante queste problematiche però, le università Romane riescono tutt’oggi a mantenere alti standard di qualità dal punto di vista dell’insegnamento. La Sapienza ad esempio è al livello accademico tra le migliori facoltà Scientifiche d’Italia e d’Europa, Roma Tre riserva cospicui investimenti nel campo della ricerca e Tor Vergata cerca di offrire diversi curricula post-laurea. Tutte queste attività, però, sembrano affievolirsi ogni anno, rimanendo presenti più per qualche sacrificio dei singoli che per una richiesta della comunità.

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