Silvio D’Amico

Premessa: Ho deciso di pubblicare parti della mia vita che altrimenti sarebbero rimaste sepolte. Questa è la lettera di introduzione che avevo inviato all’accademia Silvio D’Amico per la mia accettazione.

È difficile spiegare perché uno studente di astrofisica chieda di entrare ad un corso di recitazione. Se mi si chiedesse cosa io associ all’arte del cinema ritengo che la sua più grande qualità sia di trascendere e permeare. La capacità di inglobare in un qualsivoglia contesto una verità imprescindibile e personalmente universale. Recitare è indagare in sé stessi e nell’uomo ed utilizzare questa conoscenza per trasmettere al nostro prossimo. Recitare è saper apprezzare la vita, in ogni sua sfumatura, ogni istante, ogni piccola apparentemente innocua sfaccettatura che al cineasta non deve sfuggire; per non farla sfuggire al mondo. Forse risulta esagerato paragonare un attore ad un qualcosa di così aulico- e forse lo è- ma ritengo esser questa la tendenza; il necessario viaggio di ogni “buon” attore, bravo o no. L’attore, in quel breve lasso di tempo in cui gli è concesso essere un altro, può essere anche genio e avvertire quella poesia. Attore è essere pietre miliari della propria vita, e capire che si è tutti simili alla fine e cantare agli altri ciò che in cuor nostro sappiam esser vero. A capire l’universo non basta la sola fisica, l’universo sa recitare.

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