La corsa del fare

Credo che, indipendentemente da ciò che realmente si faccia nella vita, alcune persone siano colpite da un terribile senso di frustrazione e di insoddisfazione; e questo numero non fa che aumentare. La consapevolezza è principalmente dolore. Il desiderio di mantenerla, di rimanere in un consapevole stato di presenza è tanto assurdo quanto il voler vivere consciamente un’ipnosi.

Come si può mantenere un equilibrio in questa società tossica? Questa è una società per professionisti, dove i dilettanti vengono emarginati e scansati.

Eppure è proprio il dilettante che coltiva in cuor suo la purezza, l’infantilità e l’ingenuità della creazione. Come facciamo a non capirlo? Questa società evoluta ci trasforma tutti in ingranaggi e perdiamo di individualità. Abbiamo rinunciato alla nostra totalità individuale, all’universale, per andare a costruire qualcosa che credevamo essere un di più.

Una evoluzione esattamente opposta da quella che si sarebbe auspicata per l’essere umano, però. Siamo sempre più intrinsecamente legati all’umanità, intesa come società. Si potrebbe dire che l’uomo moderno sia un tutt’uno con il tessuto sociale in cui è immerso. La grande ridicola verità è questa: siamo divenuti schiavi delle nostre stesse creazioni. Non ci hanno reso più liberi, non ci hanno elevato ma, anzi, ci hanno strappato da quel senso d’integrità e d’interezza che erano il fondamento dell’anima.

Ora io mi chiedo, quale è il fine? Ho incominciato con l’indagare me stesso, i miei scopi ed i miei obiettivi, raggiungendo la consapevolezza che questo non sia un problema circoscritto solo a me.

Come società, come gruppo di esseri umani, abbiamo cominciato ad investire nell’aiutarci l’un l’altro per migliorare le nostre esistenze. Le nostre vite hanno cominciato così ad intrecciarsi, dove ognuno si specializzava in qualcosa e le mansioni cominciavano a dividersi tra i partecipanti di questo gruppo. Il numero dei partecipanti è poi cominciato ad aumentare, frammentando ancora di più i compiti e lasciando che ognuno di noi si preoccupasse del suo piccolo segmento, schiacciando gli individui che si ritrovavano al di fuori di questa setta. La società è così cominciata ad evolversi ed espandersi, trasformandosi in qualcosa di più di un semplice gruppo di uomini. Venivano prese decisioni, frutto di dibattiti e riduzione di forze contrastanti, che finivano per non accontentare nessuno dei membri se non la società stessa. Così si può dire che la società sia cominciata ad essere l’unica entità a beneficiare da quella unione di uomini. Ad un altro certo punto siamo divenuti cosi specializzati e focalizzati da perdere quasi totalmente la concezione di visione d’insieme. Si lavora, ogni giorno, ripetitivamente, senza alcuno scopo se non il lavoro stesso. Non si sa nemmeno bene più perché si compiano determinate azioni o si prendano certe decisioni. Vi è solamente una partecipazione generale dove ognuno mette il suo, con una certa consapevolezza che qualcuno sappia pur quello che stiamo facendo, perché sto portando un mattoncino da un punto A ad un punto B. Eppure, tristemente, troppo poco spesso realizziamo che quest’uno non c’è. Nessuno beneficia da questa macchina che noi stessi abbiamo creato. Ci troviamo cosi alienati, depressi, privati di uno scopo di cui è rimasto solo un lontano ricordo: lo stare bene. Smettiamo di voler avere figli, smettiamo di coltivare le nostre passioni, e di tutto questo non capiamo bene il perché ma siamo semplicemente spinti da una dilagante frenesia del fare.

Cosi folle e disperata è divenuta la corsa del fare che, ad esempio, la sola idea che un ragazzo possa spendere 6 mesi, un anno, o qualsivoglia tempo per indagare sé stesso e le sue caratteristiche viene vista come una perdita di tempo. Lo studiare al liceo il latino viene vista come una perdita di tempo, tutto ciò che non ha un risvolto pratico immediato e misurabile viene visto come una perdita di tempo. Vi siete mai soffermati nel pesare quanto spesso vi siate sentiti dire, oppure abbiate detto in prima persona, questo epiteto figlio di una perpetua rincorsa?

L’assurdità è che abbiamo cominciato a confondere mezzi e ragioni, strumenti e motivazioni. Per molti la tecnologia diviene un fine e non un mezzo, pensate a quante persone comprino un telefono effettivamente per telefonare. Può sembrare un ragionamento banale, ma riflettendoci accuratamente ci accorgeremo di quanti innumerevoli esempi vi siano nelle nostre vite quotidiane di strumenti, mezzi, che in realtà divengono il fine stesso. Eppure è illogico e assurdo. Eppure è quello che facciamo.

Tutto questo, si ripercuote anche nei nostri meccanismi mentali. Le persone, ad esempio, si sono convinte che la logica basti loro a giustificare la vita, ad attribuirgli un senso. E non vi è nulla di più pericoloso di questo senso di “supremazia” della scienza, poiché la logica e le scienze in generale non sono altro che mezzi che ci conducono da un punto A ad un punto B nel modo più efficiente possibile, ma non apportano alcun aiuto nella scelta di A o di B, non ci aiutano a capire chi siamo né dove andiamo. Su questa banalissima verità ancor oggi troppe persone si perdono, convinte che la ragione possa colmare in qualche modo il cratere che avvertono nell’anima. Ci siamo convinti che la filosofia sia un qualcosa di superato, inutile, quando invece questo secolo soffre solamente per la nostra estrema mancanza di etica. Questo mondo senz’etica sta perdendo la sua anima, diretti con una corsa rapidissima verso un baratro che non riusciamo ad arginare.

Se solo potessimo fermarci, e ricordarci che infondo siamo tutti umani, forse potremmo ancora salvarci. Se potessimo cominciare a chiederci non come, ma dove, forse sapremmo dirci il perché.

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