La bugia dell’amore…

…e di altre categorizzazioni

L’amore non esiste, almeno non nel senso che comunemente gli attribuiamo. Noto che sempre di più abbiamo bisogno di categorizzare i nostri sentimenti o le nostre quotidianità: sono innamorato, sono fidanzato, sono triste, sono allegro e via discorrendo.

Più di questo, tendiamo ad attribuire questi sentimenti principalmente al di fuori di noi, come qualcosa che dipenda in modo profondo dall’esterno, e questo è falso.

Ancora più di questo, vi è chi tende ad attribuire questi sentimenti principalmente all’interno di noi, come qualcosa che dipenda in modo profondo dalla nostra essenza ed essere, e questo è falso.

I sentimenti, e la nostra esistenza in generale, derivano dal contatto o, per meglio dire, interazione con altre entità o essenze. Un sentimento nasce ed è bivalente e, badate bene, lo è sempre. Un sentimento non può essere non ricambiato, non può essere frainteso: il sentimento è semplicemente quello che è. Si può solamente uccidere o coltivare un sentimento, ma non mutarlo.

Questo si scontra in modo radicale con la macchina analitica che è il cervello umano, che cerca di estrarre una macrocategoria per questi sentimenti. Ovviamente riesce a coglierne una somiglianza, un modello, dal momento che parte di questa equazione rimane, ma neppure troppo, stabile nei diversi momenti della nostra vita. Ma il nostro sentimento, la nostra inclinazione, muta a seconda del soggetto per cui la si prova. Un amore per vostra madre, un amore per una ragazza, un amore per un figlio. Cosa significa, che amiamo tutti allo stesso modo? Vi è una connessione tra la limitazione linguistica e quella mentale?

Noi non amiamo mai allo stesso modo, mai. L’amore muta al ritmo della nostra coscienza e di quella degli altri, quindi tendiamo a non provare mai lo stesso amore per due persone diverse o, addirittura, in momenti diversi della nostra vita. Da qui il motivo per cui alcuni amori finiscono, altri nascono, altri mutano. Si cambia, in una costante danza che ricorda cosmici movimenti ancestrali.

Il problema della categorizzazione dei sentimenti è che, per sua naturale predisposizione, il cervello tende a voler accomunare e semplificare. Dal momento che abbiamo creato una categoria chiamata amore nella nostra mente, ogni sentimento che richiama, rimanda o ci ricorda quello verrà sbattuto là ed ogni elemento che non si allinea con il modello verrà rimosso, omesso o considerato errore di misurazione. Con questo atto folle noi, a tutti gli effetti, eliminiamo le più delicate e dolci sfumature dell’amore e perdiamo conoscenza delle nostre emozioni. Vogliamo rimandare ogni volta le nostre sensazioni a qualcosa di già visto o conosciuto.

Non si scorda mai il primo amore, è davvero questo oppure noi non ci permettiamo di scordarlo? Finendo sempre, volenti o nolenti, a ponderare cosa sia meglio o peggio, a capire se il mio amore ora è meglio del mio amore ieri.

Questo è il nostro secondo grande limite, se e quando riusciamo ad accorgerci delle differenze, a quel punto la nostra mente crea un secondo insieme, macrocategoria, e in modo naturale andiamo a decidere cosa sia meglio e cosa sia peggio. Stesso motivo per cui abbiamo deciso di smettere di indagare le differenze tra le varie popolazioni umane sul nostro pianeta: dà in modo naturale una base al razzismo. Siamo semplicemente incapaci di accettare le differenze, abbiamo sempre bisogno di valutarle riportandole a quanto abbiamo di conosciuto, ossia il nostro “primo” noi.

Quale è il punto di questa inutile disquisizione? Rinnegare la nostra parte analitica? Assolutamente, come potrei. Il punto è lasciare ad ogni parte di sé stessi il giusto valore, usare le categorie come mezzo necessario a comprendere e frammentare il mondo, ma lasciare alla nostra anima i tempi e gli spazi di esprimersi in modo libero senza temere il martello frammentatore del nostro intelletto.

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