La maschera della depressione

Il romanticismo è un modo per coprire la tristezza e la paura di rimanere soli. Così, tiriamo addosso alle persone le nostre paure e finiamo per coprirle, senza neppure dare loro il tempo di rispondere.

Ero un convinto romantico, ed ero un convinto coglione.

Il romanticismo credo nasca dalla profonda disillusione nell’mondo che ci circonda, così le persone finiscono per inventare un modo che preferiscono. Mi ricordo ancora il momento in cui forse, ingenuamente, compresi cosa fosse il romanticismo.

Avevo 7 anni e frequentavo la seconda elementare, e c’era una bambina che mi piaceva, e tanto. Quella bambina però non mostrava interesse per me, o forse lo mostrava ma non nelle modalità che volevo io: una profonda e totale ammirazione. Dunque ero convinto di non piacerle. Mi ritrovavo la, sull’altalena del parco Pietro Rosa a guardare il cielo mentre dondolavo dolcemente. Su e giù. E mi domandavo se avesse senso cambiare per piacere a qualcuno. Il mio terrore era che nessuno potesse avvicinarsi alla mia anima, e che fossi condannato alla solitudine. Da qui il punto di cui prima, meglio cambiare e fingere per avvicinarsi a qualcuno ed evitare la solitudine, oppure vivere una vita in armonia con sé stessi ma in solitudine? In quel momento non ebbi dubbi, la mia anima ruggiva e disse: sempre me stesso, e se sarò solo così sarà.

Passarono gli anni, e con gli anni le vicissitudini amorose. Riguardandomi indietro, mi accorgo ora che tantissime delle infatuazioni che ho avuto nel corso della mia infanzia e adolescenza erano in qualche modo fasulle. Ossia a me piaceva ed è sempre piaciuta una ragazza, un’idea di ragazza che è forse dentro di me e che ricercavo nel mondo. Ogni qualvolta trovavo qualcuna che portasse una caratteristica di questa mia amata, la mia anima si incuriosiva e vi si avvicinava. Questa fase, è l’innamoramento. Dopo però la mia anima si stufava e voleva andare oltre, mentre la mia mente non poteva lasciar andare (a riguardo: L’amore dei codardi). La mia anima era stata felice, aveva provato sentimenti positivi, perché lasciare andare una cosa che ci fa star bene? Questo il mio cervello credeva, e da qui l’ossessione, il romanticismo, e la quasi divinizzazione della persona amata. Questa visione distorta fa si che, dalla paura di ritornare ad uno stato di tristezza che albergava nel mio cuore, il mio cervello cercasse di colmare quel dolore con un amore. Per far si che anche le mie emozioni obedisserò, cambiava la percezione delle persone per far si che mi piacessero.

Questo è pazzesco, lo so, ma più volte mi sono ritrovato a fissare una persona, i suoi lineamenti o realmente ascoltare quello che diceva e dire: mio Dio, ma io veramente conosco questa persona? No, ero io, io fin dall’inizio.

Per farvi capire meglio la parabola, una volta una persona che conosco andò al cinema a vedere “Biancaneve ed il Cacciatore”, film discutibilmente girato e dalla trama molto debole. Il dibattito era stato acceso proprio perché A. sosteneva che il film a lui fosse piaciuto. Gli chiesi di raccontarmi il perché, e lui tirò fuori una serie di conetti, di storie e di chissà quale altra visione aveva avuto durante la proiezione. Io gli risposi che si, in quel caso sarebbe stato bello, ma quello non era il film che aveva visto bensì il suo film. Così avviene per le persone, le trattavo non più di una tela che mi piaceva e su cui dipingevo il paesaggio che preferivo vedere. Il punto è che le persone sono più complesse e di un valore assai più alto di un film, e questo approccio non può proprio funzionare.

Poi incontrai M., e non nego che l’inizio della storia abbia ricalcato i binari che ci vi ho raccontato più volte. Romanticismo sfrenato, bombe di fumo per accecare me e lei, lei dal fatto che la mia anima non potesse piacerle e me dal fatto che lei non potesse piacermi.

Cosi la nascita di grandi gesta eroiche, grandi imprese, grandi parole e grandi emozioni. Tutto grande, così grande per compensare un’altrettanta grande mancanza. In modo quasi ossessivo, nei miei momenti di dubbio ed esitazione mi forzavo sempre più a compiere un gesto d’amore. Come se dovessi amarla, fosse oramai un qualcosa di necessario. Ingenuamente, credevo che Ovidio avesse ragione nel dire che chi finge l’amore rimane schiavo della sua stessa illusione. Credevo di poter decidere l’amore. Dopo quasi 8 mesi di queste gesta strazianti, ci mettemmo insieme. A lei avevo attribuito tutto, le mie gioie, i miei dolori, ed anche la mia grande depressione. Era come se cercassi un motivo, un capro espiatorio. In modo non tanto diverso da quanto la Germania nazista non fece con gli Ebrei e gli emarginati in generale od i populisti moderni con gli immigrati ed altre minoranze. Razionalizzare il dolore cercando una semplice e deterministica situazione.

Ma la vita non è così, è più complessa di così. Ottenni il mio bramato desiderio ma rimasi deluso nello scoprire che non ero felice. O meglio lo sono stato per un mese. Risentii il mostro chiamarmi, quel demone che avevo esorcizzato e collegato a M.

Così pensai di lasciarla, cercando di comprendere ciò che desideravo fare facendomi guidare dal dolore. Quel dolore, però, non era collegato a lei, ma dal fatto che la mia anima si stava distaccando dalla mia mente. Stavo creando un buco (lo avevo capito, intuitivamente già prima di iniziare la mia storia con M. L’uomo oscuro).

Quello che però non avevo neppure preso in considerazione, era che mi innamorai di M.

Mi ero innamorato di lei più di un anno prima, ma poi, spinto dal desiderio di ottenerla e guarirmi avevo smesso di ascoltarla, di guardarla, e mi ero scordato, in realtà, di chi fosse.

Lei mi aveva visto, in parte, e mi aveva accettato ed amato per quello che ero. Questo cambiò molte cose, di me come essere umano in generale e della nostra vita insieme. Molto fecero anche i miei amici, che in quello stesso periodo stavano nascendo e che avrebbero cambiato la mia vita profondamente.

Avevo capito, che qualcuno poteva veramente amare ME. Me! Il fancuillo disperato, l’animo tormentato, triste, in cerca di bellezza e condannato alla bruttezza, il brutto anatroccolo e la persona più disillusa del mondo. Ero stato accettato, in parte.

Questo mi fece aprire, a tratti, e uscire dalla mia tana. Per un po’ di tempo, anni, andò avanti così. Ed ero felice. Poi la mia anima cominciò a mutare, con i venti dell’est (Un innamorato ad una festa). Cominciai a capire che quello che avevo non era ciò che desideravo. Che M. mi aveva capito ed accettato, ma non nella mia interezza, che una parte di me ancora cercava e voleva volare altrove. Forse perché ho un anima volubile, ah dannata anima dannata! Qui ebbi paura di guardarmi dentro, di accettare questa mia sensazione. M., anche se in parte, mi aveva capito e accettato. Nessun altro lo avrebbe fatto. Ma che follia, insieme nella solitudine, di nuovo mi ero condannato da solo a questo.

Ma non era solo questo, come al solito la situazione era più complicata di così. Io volevo realmente rimanere con M., quella visione di me con lei, quell’uomo che potevo essere vicino a lei e con la sua influenza mi piaceva. Volevo essere quell’uomo, ho vissuto la vita di quell’uomo. Ma questo assorbire, questo prendere da lei, la stava indebolendo ed ammalando. Prendevo la sua fierezza e la sua luce per rischiarare la mia oscura anima. Che diveniva sempre più oscura quanto più la ignoravo e demonizzavo.

L’insieme di queste due forze fece si che la nostra storia continuò. Passammo davvero dei bei momenti, e alcuni attimi, sparsi qua e la, di pura gioia da parte mia. In cui mi sentivo totalmente a mio agio e compreso. Altre volte, però, quando la mia anima usciva, la sentivo schiacciata da lei e rientrava dolorante nel suo guscio. La mia anima cominciò ad avere paura ad uscire.

 

twofaces

Fu così che finii per svegliarmi un giorno, senza sapere bene ne chi fossi ne cosa fossi. Un giorno la mia anima uscì di nuovo, si affacciò fuori, ed io nel guardarmi allo specchio la vidi. Vidi me stesso, oppure l’orrore di me stesso. Quell’io non ero io, quella persona non ero io.

Preso dal terrore cominciai a ricercare, le porte delle mie emozioni si spalancarono ed uscirono tutte assieme. Confusione totale. Cosa amavo, chi amavo, chi ero? Non sapevo più nulla. Dal lavoro, all’amore, alle mie passioni. Avevo tutto in discussione ed il mio terreno si polverizzò sotto i miei piedi.

Cominciai così, un po’ a tentoni, a cercare di capire quello che realmente volevo dalla vita. Come quando si sta troppo tempo al buio e poi si vede la luce, si rimane solo abbagliati e non si può far altro che procedere a tentoni.

Ed eccomi qui, a scrivere su questo treno Zurigo-Milano. Non più alla ricerca di una soluzione, non più alla ricerca di una persona, ma accettando nuovamente il mio stato, me stesso. Avevo scordato chi fossi, quella fierezza che da sempre mi si accompagnava, che a 7 anni mi aveva fatto dire: no. Forse il mio problema è sempre stato la mia forza, mi abbaglia e mi fa credere io possa sopportare di tutto.

Ma non posso, non più. Non posso più mettere dentro di me qualcosa che non sia me. Amo troppo me stesso per perdermi. Io sono libero. La mia più grande paura ora come ora è cercare di preservare questo stato di consapevolezza e di spontaneità. Cosa così difficile.

Se un giorno dovessi avere un’altra relazione, riuscirò a rimanere me stesso, a volere la mia felicità?

Questo è il mio dubbio ora, riuscirò ad avere la forza di lottare per me stesso?

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