L’ultima Scuola – Capitolo 4

Una scelta di vita

Sono pochi quelli che vedono coi propri occhi e provano sentimenti con i propri cuori. (A.Einstein)

Pluto fu il primo a raggiungere il dormitorio seguito a ruota da Joker mentre Jonathan si muoveva invece con il suo solito passo da lumaca. Stanchi e distrutti. La rabbia accendeva le loro anime e le rendeva tizzoni ardenti pronti a divampare.  

“Ora che si fa?” “Ora, Pluto, pensiamo. Poi decidiamo.” “Da come lo dici sembra facile! Qui non si tratta di una piccola scelta, qui non è un problema di cosa mangiare a colazione, qui stiamo per scegliere cosa diventeremo!”  

“Sapete la cosa che mi fa incazzare veramente? Che la scelta è assurda! Ovvia quanto assurda!” “Perché Pluto?” “Ma insomma, lui ci fa crescere, ci insegna praticamente chi siamo o cosa dovremmo essere, ed ora di punto in bianco ci mette di fronte ad una scelta insensata, insomma cosa dovremmo fare?”  

Rispose Joker imitando il maestro: “Ragazzi, cosa volete fare oggi? Siccome mi annoio ho deciso di mettervi davanti a scelte insensate tanto per distruggervi quel poco di sanità mentale che vi resta e per martoriare un pochino le vostre piccole e fragili anime. Allora vediamo, volete vivere il resto della vita chiusi in questa merda di buco come codardi, piccoli conigli chiusi in gabbia, o magari preferite uscire fuori dove c’è un bellissimo mondo che non vede l’ora di uccidervi e distruggere tutto ciò che avete imparato? Cosa dovremmo rispondere!? Che bello, grazie! Grazie davvero maestro, come sei buono e caro! MA IO TI FRACASSO LA TESTA!” terminò sbraitando. I visi degli altri due assunsero una strana posizione.  Sopracciglio inarcato e ghigno storto: creavano proprio la classica faccia del perplesso, ma davvero molto perplesso. “Ehm, si certo più o meno è come dici tu.”  

Jonathan si porto la mano alla fronte e con tono molto irritato aggiunse:” Voi due siete proprio fuori di testa. Il maestro oggi mi è sembrato strano comunque, soffriva.” “Si è vero, l’avevo notato anch’io, però sai com’è poi sono scoppiata a piangere senza motivo e chissà per quale motivo me lo ero scordato! CHE SCIOCCA!” “Ma la pianti? È una notizia scioccante per tutti ma non c’è bisogno di fare gli psicotici.” Joker lo fissò, e poi riprese a piangere a dirotto. Cosa ci volete fare era una ragazza emotiva.” Dai Joji scusa, mi dispiace tanto non volevo essere aggressivo, questa è una giornata strana, tante cose abbiamo capito, su di noi, sul mondo e su Socrate. Comunque domani dovremmo rispondergli, dovremmo pur dirgli qualcosa.” “Come ho già detto, credo che la scelta sia stata già fatta da tutti noi, sbaglio?”  

I Joker e Jonathan guardarono Pluto, e poi tra di loro. Infine Joker ruppe gli indugi: “Non sbagli. Per me l’unica scelta è la battaglia, non sono certo una ragazza disposta a rimanere chiusa per sempre in questa bolla di vetro.” “Però stiamo per rinunciare al nostro angolo di paradiso per avventurarci nell’inferno del mondo, questa cosa non ha molto senso.” Come al solito Pluto pensava al senso. “La curiosità è il motore che spinge l’uomo da sempre, il senso è che siamo esseri umani e che siamo buoni.” Dopo questa affermazione di Jonathan, Joker non potette resistere dall’accodarsi: “Se veramente il mondo è in crisi e noi siamo veramente la chiave, Dio ma cosa sto dicendo, vabbè, se noi veramente abbiamo anche solo una piccola possibilità di cambiare le cose dobbiamo sfruttarla al massimo. Lo dobbiamo al mondo, lo dobbiamo al genere umano.” “Ma che dici? E perché mai? Loro in fondo per noi cos’hanno fatto? Ci hanno segregato. Io al mondo non devo proprio un cazzo.” “Invece glielo dobbiamo poiché i sapienti sono tenuti ad istruire gli ignoranti.” “Parli come se fossi un chissà che tipo di saggio.” “D’accordo, il mio motivo è che dal mio punto di vista è giusto per l’umanità.” Jonathan espresse vari mugugni a lasciar intendere che il suo motore cerebrale stava riflettendo. Joker, invece, era meno paziente: “Dal mio punto di vista è giusto, non potrei continuare a vivere facendo altra scelta. Qui non è tanto una scelta di principio, ora che so non potrei fare altrimenti.” Ora toccava a Jonathan dare la sua risposta, era la prassi, era la norma, e la gente odia se non si rispetta la norma.  

I due lo fissavano ma Jonathan non parlava. “Perché non dici niente?” Chiese poi spazientita Joker. “Perché non lo so.” Qui intervenne Pluto:” Cosa significa che non lo sai!?” “Significa che non lo so! Tu Pluto con i tuoi principi etici e morali, tu Joker con il tuo senso di giustizia e bontà per l’umanità: tutte cose che ci ha insegnato Socrate. Questa è la sua scelta, non è la nostra, ecco secondo me per fare una scelta che veramente sia nostra dovremmo riuscire a capire dov’è il confine tra lui e noi, il confine tra l’insegnamento e l’animo, tra chi siamo e ciò che ci si chiede di essere. Ma ecco non trovo risposta a questo.”  

Silenzio. I tre erano seduti ognuno al bordo del proprio letto, che poi in realtà non era un vero e proprio letto ma più che altro una brandina militare con sopra un materasso di 10 centimetri, coperte di lana grigia, un lenzuolo ed un cuscino. I tre provarono a dormire, fecero del loro meglio. Difatti si é sempre detto che la notte porti consiglio, e Jonathan lo credeva davvero. Durante la notte il nostro cervello spesso passa in setaccio ciò che è avvenuto durante il giorno e lo riordina. Mette apposto. Doveva essere questo il motivo per cui se non si dorme per tanto tempo si perde il lume della ragione, più della stanchezza: l’assenza di sonno confonde la realtà. Perciò ci provarono a dormire, davvero. Jonathan giaceva a pancia in sotto, fingendo di dormire. Pluto guardava il soffitto, immobile. Joker continuava a rigirarsi nel letto.  

Fu Pluto a mettere fine a quella farsa: “Deve essere una scelta di cuore, io sento che dentro di me questa è la scelta giusta, l’unica che io possa prendere. E poi c’è anche un’altra cosa. È vero che Socrate ci ha trasferito i suoi ideali ed i suoi sogni, ma questi si sono insidiati così tanto in noi ed hanno fatto presa cosi a fondo nei nostri animi che, come dici bene tu, non riusciamo più a distinguere il confine: perché li abbiamo fatti nostri. Il masso di quel peso lui lo ha passato a noi e ormai è nostro, ormai siamo noi, ormai questa morale l’abbiamo accettata e l’abbiamo amata. Ormai abbiamo già scelto di vivere così, per questo dicevo che la scelta in realtà l’abbiamo già fatta, noi questa scelta l’abbiamo già fatta quando abbiamo accettato i suoi insegnamenti. Poi mettila come ti pare, ma per quanto potesse imporceli, se fossero stati incompatibili con noi gli avremmo rigettati, proprio come un trapianto finito male. Ma non è avvenuto, ergo, dobbiamo uscire.” “Hai ragione, dobbiamo farlo. La scelta è già stata fatta, in maniera un po’ sleale forse ma è stata fatta.” “Ok.”  

“Buonanotte, vi voglio bene.” “Anch’io a voi, notte.” “Si, notte.”  

“Chissà se è veramente notte ora, la fuori.” “Ebbasta!” Buio, stanchezza.  

Joker:” Qualunque cosa succeda non ci lasceremo mai vero?” “No” disse Pluto, come se si aspettasse quella domanda, o come se la stesse ponendo anche lui mentre Jonathan aggiunse, con un tono dolcissimo e rassicurante, un “già”. Un sorriso d’amore si dipinse sul viso di tutti, anche su quello di Socrate che li spiava da dietro la porta.  

Forse a voi questo risulta strano, ma i genitori finiscono sempre con l’impicciarsi nei fatti dei figli. Non perché non si fidino, ma perché sono cosi tormentati dal fatto che debbano compiere le scelte giuste da non lasciarli soli neanche un attimo. I nostri genitori sono sempre , anche quando non lo sappiamo, e vegliano su di noi. Questo è il loro amore, questo è il loro sacrificio, questa è la loro soddisfazione. Inoltre Socrate era troppo impaziente per poter attendere la risposta il giorno seguente. Mentre tornava nel suo alloggio, che si trovava al piano di sopra in una specie di torre o, forse, più adatto al suo aspetto da frate potremmo chiamarlo campanile. Attraversò la stanza velocemente e si andò a spaparanzare sulla grande sedia di mogano.  

Era felice, un padre lo è sempre nel vedere crescere i suoi figli e soprattutto nel constatare la validità di tutti i suoi sacrifici e insegnamenti. “Sono adulti, sono maturi. Quasi più di me. Hanno ormai la mia morale ma loro però possono vantare ancora uno spirito pulito ed una voglia di combattere che io, ormai vecchio, non ho.” Fissava dalla sua finestra il giardino. “Com’è finto, quanta illusione. Poveri ragazzi. Mi dispiace.” La stanza era illuminata dal tramonto, si certo era anch’esso finto, eppure le emozioni che richiamava in lui erano le stesse di quelli autentici che aveva provato quand’era ragazzo, si domandava se anche i ragazzi provassero le sue stesse emozioni pur non avendo mai visto il reale. Aprì il secondo cassetto sulla destra della scrivania, tirò fuori un taccuino, una specie di diario semidistrutto, e lo aprì. Dal portapenne, sempre situato a destra della scrivania, tirò fuori una stupenda penna stilografica vecchio stile fatta di giada blu.  

Prepara l’inchiostro, prepara le idee. Fissa fuori, getta uno sguardo veloce alla camera nella ormai semioscurità. Guarda il taccuino, lo fissa qualche secondo, poi posa la penna e poi spegne la luce. Troppo stanco per scrivere ma troppo felice per non farlo. Sul taccuino non v’erano segni d’inchiostro, il liquido che macchiava la giallognola pagina era di un’altra consistenza.  

I tre ragazzi si alzarono come al solito al solito suono della campanella. Quella mattina l’aria era fresca, la luce del sole mattutino rischiarava le chiome degli alberi la riflettevano attraverso la rugiada. Tutto finto ovviamente, ma comunque molto bello. Mentre i tre fanciulli erano presi dal loro pasto, Socrate era rinvenuto dal suo stato comatoso e aveva preso ad osservare il taccuino ma non era più tempo per scrivere, ormai era tempo d’agire! Si tirò su a fatica dalla sedia facendo presa sui grandi braccioli in legno. “1,2 e 3!” Grande sforzo. “stupido vecchio” pensò “un tempo era più facile affrontare il quotidiano.” Tiratosi su prese la cintura di scacciapensieri che aveva appoggiato sul letto e si diresse verso la porta. Prima di scendere verso il grande giorno si prese ancora qualche istante per ammirare la calma e la tranquillità di quella che ormai era la sua vita. Guardò la stanza, ammiro le luci che giocose si intrecciavano e rimbalzavano sulla mobilia, poi prese a ricordare quanto tempo aveva ormai trascorso in quella stanza, quanti ricordi e quante sensazioni aveva annebbiato e represso in questo luogo. Soprattutto, ricordò il dolore nel vedere trasformare l’amore in dolore ed infine in rimpianto. “Buongiorno maestro!” Dissero i ragazzi in un terzetto di voci angeliche. “Salve ragazzi…” rispose pacato e tenero quel falso messia.  

Socrate si sedette al tavolo con i ragazzi che, da principiò, lo guardarono storto; poi accettarono la decisione del maestro e cercarono di mostrare la maggior naturalezza possibile. “Com’è andata la notte?” chiese l’adulto per rompere il ghiaccio ed intromettersi nel discorso. “Bene, nel senso che è trascorsa.” Cavolo, non sarò mica troppo loquace? Ma perché non riesco proprio a parlare? Eppure vorrei tanto, tanto è il desiderio di aprirmi e di sfogarmi ma non ci riesco. Dov’è il vincolo? Cosa mi blocca? Disse e pensò Jonathan. Joker, la quale non vedeva che il povero dannato già di per se si crucciava, lanciò un’occhiata severa a Jonathan. Pluto si sentì finalmente in diritto di parola e gonfiò il muscoloso petto: “Abbiamo discusso molto questa notte, ma tutti abbiamo convenuto che non ci interessa quello che troveremo, che la paura per ciò che è sconosciuto non basta a uccidere la curiosità che ci muove, la curiosità che tu ci hai insegnato. Abbiamo paura, siamo smarriti e confusi, stiamo per prendere una decisione di cui ci pentiremo e ci rinfacceremo a vicenda, forse per sempre, ma stiamo prendendo l’unica decisione.” I tre si guardano. “Mi sembra dunque” intervenne il maestro “che voi vi stiate facendo muovere dall’impeto, voi vi state facendo trasportare dalla passione dell’età per il nuovo.” Nel terminare la frase rallentò così tanto che sembrava non sapesse neanche lui dove voleva andare a parare. Era partito con la sua mente verso un passato lontano. Si ricordava di quando anche lui provava quella forte passione, quel senso di giustizia che portava avanti i suoi ideali, quell’energia che spinge l’umanità avanti, che spinge le generazioni nuove su quelle vecchie. Il vecchio sul nuovo. Si ricordava di quando anche lui credeva in qualcosa, di quando aveva fatto una scelta, di quando aveva vissuto. “Maestro, noi non sappiamo niente. Siamo 3 ragazzi che hanno vissuto la loro vita in un isolamento forzato. Abbiamo passato le giornate a studiare ed imparare nozioni che per noi esistevano solamente perché esistevano per te. Abbiamo imparato a ritenere i nostri sogni veri quanto la realtà stessa tanto da perderne spesso i limiti.” Era Jonathan a parlare ma i sentimenti che proclamava erano palesemente condivisi anche dai suoi colleghi. Erano stanchi, tristi e soprattutto soli. Qualunque essere umano posto in questa condizione cerca la rivalsa, a qualunque costo. Per la speranza si dà la vita. Concluse così: “Siamo stanchi d’una vita senza scopo. Ora tu ci poni un’alternativa. Una ridicola scelta che ci pone di fronte ad una vita senza senso e ad un senso prestabilito. A noi non è dato se credere o no nel destino. Tu sei per noi il destino e allora non fingere democrazia dove vige la tirannide della verità e della sofferenza. Siamo tuoi, siamo i tuoi figli. Usaci, fa vivere i tuoi sogni in noi, ma tieni sempre presente che a noi non è dato di scegliere. Odio gli inganni e lo sai, e questo è il peggiore.” Conclusione a muso serrato del pensiero del giovane, ecco il suo blocco, la sua affermazione. I giovani spesso si limitano davanti ai loro genitori perché inconsciamente sanno che loro non sono pronti ad accettare tutti i cambiamenti che avvengono in loro. In un adolescente il primo passo di ribellione è la separazione e l’affermazione di sé stesso, che importa il motivo? Jonathan aveva il forzato bisogno di dire il suo pensiero, giusto o sbagliato che fosse, pur di dimostrare di possederne uno. Adesso era decisamente più rilassato, aveva detto quel che pensava e questo bastava, non gli importava più d’avere torno o ragione. “Hai ragione Jonathan,” Rispose Socrate, che nel mentre si era quasi commosso. Mentre il giovane parlava con impeto e senza quasi badare alle parole, il vecchio ascoltava tremante come oro colato ogni sillaba uscente da quella scimmia ammaestrata. Padre, una appellativo che commuove chiunque lo riceva. “Voi uscirete da qui, perché per questo siete nati, per questo vi ho educati, e per questo” e tira su forte col naso “vi ho amati.” 

“uscirete da qui ma ancora è presto, ancora vi devo finire di istruire su cosa vi aspetta la fuori. Per affrontare l’abisso bisogna almeno saper di cosa si tratta. Vi spiegherò, stavolta tutto senza inganni, senza maschere e trabocchetti, tutto vero, tutto sincero. Magari dal caos in voi nascerà la consapevolezza d’un qualcosa, ma questo si vedrà!” Fini borbottando il vecchio pazzo. I ragazzi capivano lo stato d’animo dell’anziano signore. “Maestro, io capisco, capisco tante cose… capisco il dolore di aver passato una vita rinchiuso qui, capisco la sofferenza di aver visto il tuo mondo e le tue speranze crollare, capisco tante cose, capisco. – sospirò – Quello che però mi turba è che tu troppo spesso pretendi la nostra pazienza. Troppo spesso ci lasci qui in balia della sorte con nient’altro che una tua parola rivelatrice su cui ragionare, un’illusione campata in aria. Pensiamo su ciò che non esiste, pensiamo sui tuoi sogni. Siamo cresciuti, vogliamo vivere i nostri.” Questa è proprio una dote dei giovani, la libera empatia non ancora inquinata dalle barriere mentali. I giovani capiscono pur non comprendendo, grandi animi, i giovani. Socrate si passò la manica di tessuto pesante sul viso, forse composta da una ruvida lana grezza o chissà cos’altro, era così malconcio quel vestito che distinguerlo risultava pressoché impossibile, ma al lettore di certo non interessa quale sia il materiale che graffiava la faccia del maestro mentre troverà sicuramente più interessanti le grandi lacrime che lo segnarono, forse, per sempre. Si dice che quando si vedano le debolezze nei propri genitori lì, e solo , si diventi veramente adulti.  

Adulti, una parola complessa. 

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