L’ultima Scuola – Capitolo 5

Destino

Quando nasciamo noi abbiamo un destino, questo ci viene automaticamente attribuito e non ci si può sottrarre da questa verità. Il Destino e l’idea di sè

Dopo una sana discussione vi era solamente una cosa riusciva a rimettere tutti di comune accordo rendendo gli uomini un tutto privo di singolarità: il piacere. E tra i piaceri, quello che ha la maggiore capacità di mettere in risalto l’affetto, la compagnia, la felicità e la gioia di vivere è l’adempimento dei bisogni primordiali. E delle nostre necessità, il mangiare è quella che decisamente ci rende più giocondi e di buon umore. La cena fu magnifica, dalla cantina segreta del mentore venne estratto un barolo del 2012 che rallegrò i palati.

Pluto, nonostante Jonathan provasse molto rammarico per questo scempio, amava gustarlo come al solito con dentro un cucchiaino di millefiori.

Joker era felice. Vedere tutta la famiglia riunita a tavola, sorridente, spensierata nonostante il grande stress di quelle giornate. Le uscirono delle lacrime silenziose.

Jonathan si stupì e lì vicino Pluto, anche lui silenzioso mise il collo di lei tra le sue braccia e la strinse forte. “Brutta scema piagnucolona!” Disse ridendo, e tutti risero. Subito dopo la cena si sedettero davanti al camino – sì, era finto pure questo, lo dico per i feticisti del realismo che si chiederanno come potesse esserci un camino a 100 metri sotto il livello di quello che fu il mare – e, come di consueto, Socrate reintrodusse delicatamente i discorsi del pomeriggio che però, vestiti dal manto della notte e lo stomaco pieno, apparivano totalmente differenti agli occhi dei ragazzi. Spesso i giovani, se potessero incontrare i loro stessi di qualche ora prima, litigherebbero da soli confutandosi a vicenda: troppo lunatica la gioventù, troppo propensa ad esagerare! Dopo le discussioni serali i ragazzi, più tranquilli, si ritirarono nella loro stanza. Tranne Jonathan, lui era in bagno. Amava infatti farsi il bagno, era una di quelle cose che lo riconciliavano con il mondo. Si era creato un piccolo vassoio che si appoggiava ai bordi della vasca e fungeva per svariate funzioni. Leggio, scrittoio, poggia mani, ed ogni cosa che potesse servire nella vasca. Quella sera divenne uno scrittoio.

Si toglie gli occhiali e comincia a scrivere. Dio solo sa su cosa. Batte i tasti con quella strana incertezza di chi per la prima volta fa l’amore con una donna. Una grazia antica. Jonathan sapeva bene che in fin dei conti quella finestra sulla fantasia era un modo fantastico per fuggire da quel mondo che tanto lo alienava ma era allo stesso tempo terrorizzato dalla dipendenza che si stava impossessando di lui. Ormai viveva pensando a Joker e Pluto, respirava sentendoli accanto, non poteva fare affermazioni senza che in qualche modo li consultasse per chiedere conferma o supporto. Jonathan viveva con loro. La verità è che il ragazzo in questione è molto solo, è uno di quei ragazzi che per vivere un attimo di felicità altro non può fare che inventarselo e, se per caso non si ha molta fantasia, si vive tristi. Questo pensava di sé Jonathan. Di essere un ragazzo con una strana fantasia, non particolarmente spiccata ma straordinariamente pungente. Una di quelle fantasie che non si vanno a porre in contrasto con la vita reale ma ci si mescolano in una danza così sensuale, con un equilibrio così pacato e perfetto, da rendere poi impossibile la scissione delle stesse. Jonathan era pazzo. La pazzia forse lo rendeva felice, però anche qui andava poi tormentandosi, perché Jonathan sapeva (di essere pazzo intendo), chiedendosi se una felicità ottenuta barando in un mondo fatato valesse quanto una felicità ottenuta in uno reale. Dovrà pur esserci una differenza! Vivere rinnegato in quella cella di sicuro aveva giovato a quella su fantasia ma che danni aveva arrecato alla verità? Il tempo ci svelerà quanto la morte della verità abbia poi lui fatto male. A questo punto però il suo pensiero era andato troppo oltre la sua penna e fini così per stancarsi presto di quel mezzo lento e scomodo di memorandum. Troppo giovane, troppo veloce per fermarsi a riflettere. Arrivato nel giardino era ormai notte inoltrata. Era stanco, triste, arrabbiato fino all’isteria. Tutto quel bello, tutto quel paesaggio fiabesco, quel fresco vento che gli liberava i capelli dal viso ed il viso alla vita, ma che vita, era tutto finto e Jonathan ormai lo sapeva. Troppo bene lo capiva. Tornò di corsa in camera carico d’ardore giovanile e entrò a passo feroce nella stanza. Spalancò la porta. Pluto era seduto per terra all’incrocio dei muri dall’altra parte della stanza, sbracato e visibilmente segnato. Singhiozzava ingenuamente convinto della sua intimità. “Pluto! Fratello mio che succede?” Pluto alle parole del compagno alzò lo sguardo e fissò l’amico con un’espressione che era a cavallo tra la rabbia e la vergogna, ma Jonathan era anche assolutamente convinto che in quello sguardo si celasse un briciolo di felicità: l’indomabile voglia di volersi confessare. “Ti prego parla, cosa t’affligge? Cioè, so forse cos’è, ma ti prego parlamene!” Pluto china ora lo sguardo per la vergogna e ripreso un po’ di vigore: “Sono triste Jonathan. Non mi sento più libero. Mi sento chiuso in questo mondo e me ne sento schiavo. Non credo noi si possa uscire, giunti a questo punto, so che ho sempre detto il contrario ma, ma come possiamo riuscire a vivere soli? Gli animali in cattività muoiono in cattività. È la nostra vita, il nostro destino.” “Pluto! Ma che dici? Sei forse impazzito? Non siamo animali in cattività! Pluto ti prego riprenditi, non posso vederti così. Capisco quello che provi, anche io sono stanco di tutta questa finzione però è pur vero che non si può certo continuare a vivere così!” Pluto si alza di scatto, balza in piedi mostrando possente tutta la prorompenza della sua meravigliosa massa muscolare: “Cristo Jonathan, ma ti senti come parli? Perfino le tue parole sono false! Sei finto! Sei un uomo di cartone! Sei come noi tutti inventato! Usi parole auliche per darti un tono! Una giustificazione alla tua esistenza! Un peso alla persona che però da solo non ti puoi dare! Solo il mondo ti può dare! SENZA IL MONDO SIAMO NIENTE! …e niente è ciò che siamo.” Jonathan, che come al solito aveva cercato veramente di usare le sue strane parole per far cadere il discorso, per evitare come al solito di mettersi in gioco, visto il fratello uscire così tanto fuori di se fu portato dalla sua grande empatia ed amore a fare altrettanto: “Sei il solito idiota. Come al solito non ti soffermi a riflettere oltre il tuo naso. Certo siamo capaci tutti di vedere che siamo confinati in un mondo di cristallo, di certo per questo non vincerai un Nobel (le nozioni di storia erano all’ordine del giorno con Socrate e non deve perciò stupire che i ragazzi abbiano completa conoscenza su gli usi della civiltà passata cui loro, in parte, appartenevano). Non siamo animali in cattività, te lo ripeto. Pensaci bene Pluto, ci è stato fatto un dono, un regalo da Dio e il nostro Dio adesso è Socrate. Pensaci bene, siamo noi chiusi dentro o loro chiusi fuori?” Pluto, che sul momento stava per arrivare alle mani e distruggere quell’esile figura che cominciava seriamente ad irritarlo con le sue parole pompose, ebbe però l’accortezza di soffermarsi un istante di più sulle parole che erano morte nell’anima ma riecheggiavano ancora nella sua mente. “Ha-hai ragione…” Balbettò sempre a capo chino il pover’uomo. “È un dono quello che ci è stato fatto, dovremmo esser grati.” Jonathan, con quella sua solita faccia mezza soddisfatta, sentenziò: “Dovresti smetterla di piangerti addosso: cerca di essere più uomo se non vuoi che la verità ti schiacci.”

Jonathan era un vero stronzo, epperò non cambia il fatto che avesse ragione.

Fine Parte 1

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