L’ultima Scuola – Capitolo 6

Parte 2

La quiete prima della tempesta 

Siamo solo concezioni diverse dello stesso giudizio.

I giorni seguenti volarono tra le lezioni del maestro e le vicissitudini interiori dei ragazzi. Socrate preparò i salvatori ad ogni evenienza, li temprò per ogni piccola eventualità fin nei minimi dettagli; quei minuziosi dettagli che tanto amava e per i quali non perdeva mai occasione di lodare sé stesso. Giorno dopo giorno, di questo passo si arrivò presto ad un mese. I tre fanciulli oramai avevano assunto un’aria più cupa, più seria. Quei delicati volti che un tempo sprizzavano gaiezza e spensieratezza riflettevano ora tutt’altre emozioni. Il timore e la pressione del fallimento erano impressi nelle loro menti e li andavano ad inseguire fino nei loro migliori sogni, di quei bei sogni che oramai non si potevan più fare. Quei sogni che, di norma, vengono concessi solo ai bambini.  

Jonathan cresceva e maturava a vista d’occhio, ed era si ancora un fanciullo ma non abbastanza per non iniziare a scorgere le incoerenze che quell’età porta con sé. Più che analizzare sé stesso si divertiva e godeva nello scorgere questi stessi difetti nei suoi due compagni. Probabilmente, anche se manifestatamente siamo diversi, gli esseri umani si somigliano un po’ tutti. Chissà se è vero, chissà se coltiviamo non tanto gli stessi pensieri, ma le stesse paure. La cosa che maggiormente lo divertiva era come tutte quelle paure, tutti quei desideri non restassero altro che inconsce paure che, se passate in rassegna con la ragione, rivelavano la loro l’assurda, come pensieri eretti su fondamenta d’argilla. Quanti di questi pensieri sorgessero in lui però questo di certo non lo sapeva, anzi, la cosa lo terrorizzava al punto da correre ad analizzare immediatamente ogni suo pensiero per trovare degli appigli razionali alle sue logiche, analisi che spesso proferiva a gran voce. Tutto questo altro non faceva che accrescere la stranezza del ragazzo, ma data la stranezza della situazione generale non v’è da meravigliarsi se nessuno se ne meravigliò.  

Pluto invece ingurgitava tutte le nozioni che il maestro offriva generosamente loro. Coerente con la sua indole, non c’è che dire. Queste cazzo di masturbazioni mentali di Jonathan non le sopporto, sono inutili e senz’ombra di dubbio limitative. Pensasse a fare qualcosa invece di lamentarsi tutto il giorno, Joker è già abbastanza depressa così. Questo pensava. Avevano un compito che Socrate aveva scelto per loro, perché credeva in loro. Andava portato a termine, poche ciance o chiacchiere inutili. 

Farei grave danno al gentil sesso ora se non mi soffermassi un poco anche sulla situazione della giovane e dolce, ma forse ancora per poco, piccola Joker. La fanciulla era ora d’una incredibile bellezza, tanto che entrambi i ragazzi spesso si trovavano a fissarla con sguardi attoniti. Tutte quelle emozioni forti e quelle verità crude da ingoiare erano andate a posare sulla forma da ragazza l’aspetto della donna. Una donna affascinante, la piccola Joker. Ma una donna triste. Ella aveva infatti inteso bene le sofferenze del mondo, le sofferenze che erano state impresse al mondo.  

Fu un giorno di un Ottobre avanzato, o almeno quello che sarebbe dovuto sembrare Ottobre, che il maestro mestamente durante una cena proclamò: “Beh ragazzi, adesso sapete non tutto, ma abbastanza” visibilmente stremato anche lui da quel mese di torture. “Spero d’avervi insegnato bene, preparate i bagagli, per poco che avete, e preparatevi i cuori. Portatevi i ricordi, le immagini, tutti i colori che avete visto, le musiche e quelle belle arti perdute, si ragazzi, perché la non troverete niente di tutto questo, la troverete il niente. Il niente starà a voi riempirlo con le vostre speranze, e…” Finì sospirando il mentore “i vostri sogni.” Quelli che io non ho più. I sogni no, non li aveva più. Li aveva donati come grande pegno d’amore per quelli che erano, in fin dei conti, i suoi figli.  

Nella stanza era sceso il buio da tempo, una buona mezz’ora al meno, e tutta la scenetta si era svolta nella sala da pranzo – cena e colazione sempre incluse  illuminata da fioche candele a led. Pluto era sempre più convinto però che tutta quella situazione fosse quanto mai strana e controversa. Un uomo, dal passato pressoché sconosciuto, si erige a padre e mentore di tre giovani fanciulli, nati chissà dove. Certamente il maestro aveva raccontato loro qualche storia decisamente fantasiosa a riguardo ma possibile che non avessero mai indagato? Mai che fosse venuto loro qualche dubbio? Un tacito accordo tra loro e quel padre che mai prima d’ora gli era parso così estraneo? Strano come io non conosca neppure le persone che mi stanno vicino. Come si fa la nel mondo? Se ora non conosco loro, vivendoci quotidianamente assieme, cos’è che ti fa veramente conoscer una persona? Che ti fa dire: “Si, so chi sei caro amico. Lo so.” Cazzo sembro Jonathan, mi do fastidio da solo. V’è d’ammettere che Pluto si meravigliava di come ultimamente questo genere di pensieri, a lui totalmente estranei, cominciassero a prendere piede in lui. Odiava tutte quelle domande senza risposta e quel senso di ignoranza che gli attanagliava l’anima. Non è che prediligesse quello stato di beata ignoranza in cui molte persone sono abituate a sopravvivere, ma non credeva che indagare e rimuginare mentalmente fosse di molto aiuto. Pluto credeva nelle azioni più che nelle canzoni d’amore. D’altro canto, chi può biasimarlo?  

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