L’ultima Scuola – Capitolo 7

L’alba del futuro

Quando l’apatia è il minore dei mali. 

Ed eccoli là, quei puer cresciuti in un’ampolla di vetro. Delicati, innocenti, spaventati. Uno zaino sulle spalle era la loro vita, quei pochi stracci e quei pochi libri che facevano di loro quello che erano. Tutti e tre per mano, tutti e tre vicini. Sale veloce l’ascensore. Corre verso l’alto di quel cielo azzurro, finto. Le lacrime segnano il viso della dolce Joker. Anche Pluto è commosso. Jonathan è triste, molto triste, ma piangerà poi. Socrate è dietro di loro e guarda con meraviglia la sua creazione, la sua fatica. È stato un contadino meticoloso, adesso vuole apprezzare il frutto coltivato con le sue lacrime ed il suo sudore. Lo stridio del metallo inutilizzato riflette la sensazione di dolore che echeggia nell’aria. Non si muove una foglia, non c’è una parola. Tutti sanno ma nessuno parla, infondo cosa c’è da dirsi? Sobbalza quel maledetto ascensore, e sobbalzano i loro cuori. Joker piange ancora di più, ormai i suoi singhiozzi sono lancinanti e segnano i secondi. Si può dire che Jonathan quasi odiasse quel rumore, quel pianto. Tanto faceva per non pensarvi, tanto ci pensavano gli altri. Ultimo cigolio metallico. È finita la corsa dell’ascensore che si inchioda in maniera poco elegante. Si aprono quelle due porte di lamiera. Un lungo corridoio, bianco, da ospedale. Anche l’odore è da ospedale, di disinfettante. Le grandi luci al neon pigre cominciano ad illuminare tutto il percorso. Il gruppo comincia a camminare. Pluto ha il braccio intorno alle spalle di Joker, che ormai più che disperata sembra ipnotizzata. Arrivano in fondo al corridoio. Socrate infila la mano in una scatola di gel blu attaccata sulla destra della gigante porta d’acciaio; la lampadina verde sopra la porta si illumina: la porta si apre. Scale che si slanciano verso l’alto. Pluto prende la mano di Joker, lancia un’occhiata a Jonathan. Jonathan prende la mano di Joker, lascia il suo sguardo su Socrate. “Andiamo?” Gli preme Jonathan, non resisteva più la sua quiete. “Andiamo.” Si avventurano sui gradini. Ogni scalino è un ricordo lasciato al passato, un’emozione che non tornerà più.

Lo spettacolo era allucinante. Se vi è mai capitato di vedere delle capre su un albero, riconoscerete quella strana sensazione che vi lascia impietriti quando si vede con gli occhi ciò che non si può credere reale, e neppure immaginario. Così i ragazzi rimasero impietriti, stupefatti. Certo si aspettavano qualcosa, pensieri ed elucubrazioni ne avevano fatti ma, questo, non si faceva immaginare.

Provate voi, immaginate.

Immaginate: Il caos del mondo in una notte, concentrato. L’ira di Dio che furiosa si abbatte su tutto il visibile. Uomini non uomini, usurati. Odore di fuoco, fumo nero, ovunque.

Con l’incedere lento si avventurano verso quell’oscurità incombente. Soli; incombente.

Immaginate: Fiumi neri come sangue raggrumato scorrono per quei cumuli terrosi che vien pianto a chiamarli colli. Animali, animali non ce n’è. Soli, lei incombente. Oscura solitudine.

Continuano a camminare. Non si proferisce parola, non si può. Quale artista, che poeta, chi mai potrebbe cogliere parole per esprimere il torpore gelido che l’amarezza di questa visione può suscitare? Di Leopardi non ne nascono più, e questo è quanto.

Continuano a camminare, dicevo. Seguono fiduciosi l’unica luce che vedevano innanzi a loro: Socrate (Chi altri semmai?). Ora il maestro si ricordava il motivo per il quale erano 20 anni che non saliva in superficie, anche a quell’animo vecchio, e temprato, questa non nuova visione l’aveva annichilito.

Il quartetto armonioso era divenuto ora un gruppo di musicanti con violini dalle corde spezzate.

Continuano la marcia, timorosi. Marciano, marciano, e marciano. Marciamo.

Fu solo dopo qualche ora di cammino che, dietro l’ultimo di questi cupi montarozzi, intravidero delle immense, come si dice: quelle cose alte che tagliano il cielo, che vomitano dalla vetta un qualcosa che fa perdere al cielo la sua bellezza diafana. Grattacieli forse? “Ciminiere…” Ecco! Ciminiere, si certo.

Dovevano raggiungere la base di quelle ciminiere ma ci sarebbero voluti almeno due giorni ed ora mai era tardi, quando la notte diveniva più notte, quando le nostre più remote celle aprono i battenti.

Decisero di fermarsi per la notte, per qualche ora, per riprendersi.

Lontana si eregeva la città, circondata da alte mura, altissime cementifere mura, con al centro quelle alte vette, altissime da far impressione. Perché quelle mura? Noi non abbiamo incontrato nessuno e non mi sembra ci siano molti predatori in zona. Poi mi chiedevo, se proprio si dovevan fare, perché non farle colorate, felici. Mah, vai a capire. Certo che da fuori a tutti tutto sembra facile, magari avranno avuto le loro buone ragioni. Magari no.

Socrate li fece sedere, più che sedere li prese di forza e li lancio dietro ad una piccola duna. Disse loro di tacere, che qui si era nel mondo vero. Che nel mondo vero una parola è una pietra, una parola segna la vita o la morte di una persona. Lo sappiamo. Dice loro, che quel legame, di chi è nudo senza paure, resterà. Ma di non mostrarlo, poiché anche il racconto più bello sotto la pioggia si scioglie. Si capirono al volo.

Un violento urlo metallico squarciò il silenzio dell’aria, assordante. Una sirena: “è il coprifuoco”.

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