L’ultima Scuola – Capitolo 8

Rivelazioni consuete

La curiosità nel bambino è massima, crescendo va via via diminuendo. E muore con noi.

Era stato a casa tutto il giorno e così decise di uscire, come sempre vestito a modo. Qui non si sta di certo raccontando di un superficiale e, in una giornata speciale, nulla poteva essere rimesso nelle mani del caso: che fosse la giacca o la filosofia. Prese un cappellino a scacchi rosso e nero ed una lunga giacca marrone che gli donavano una bellissima presenza. Era da tanto che non vedeva la luce del sole e ne era fascinosamente accecato. Oh, come amava quell’ardore che ora sentiva nel petto, quel senso di euforica e febbrile felicità che lo esaltava fanaticamente! Si sentiva appagato, riempito dentro d’una grande energia. Salì in auto e si accinse ad accendere lo stereo. Amava il suo secolo per questa miracolosa innovazione che permetteva a ciascuno di vivere la vita con alla propria personalissima colonna sonora, riempendo i tempi morti con continue musiche, odori e sapori.

Innescò la prima ed usci dal cancello della sua dimora, con un’andatura del veicolo che definirei un po’ allegra. Mentre viaggiava sulla strada e su quelle note, però, si riempì di malinconia. Non capiva bene come mai, forse il sole che cominciava a scendere sul mare, le nuvole che si tingevano di rosso, o quel suo prorompente senso di solitudine. Tutto questo riempire, tutto questo terribile e frenetico terrore del vuoto e del silenzio, il terrore dell’inesorabile suono delle nostre profonde caverne ci terrorizza. Viviamo in un mare di ovatta, e nel regno ovattato niente è più vero e tutto si distacca. La noia, quel sentimento che per millenni ci è stato compagno ed aiutante, ebbene dov’è? Chi ozia? Chi si annoia? Privandoci di queste sensazioni che classifichiamo ormai come mediocri ci siamo scordati il senso del ricordo, della malinconia. L’arte sta soprattutto nel ricordare, quanto mai vero, e se non si ricorda dov’è l’arte? Come posso comporre musica se nella vita non c’è silenzio? Se continuamente ascolto canzoni? Ebbene come posso pensare se continuamente mi piovono addosso giudizi e moralismi sciatti e abietti? Se mi riempio di empio in me cosa c’è? Questi pensieri lo tormentavano. Eppure questi non erano dubbi da uomo superiore, non erano da lui ma, con il concludersi della prima giovane età, la tracotanza della fanciullezza svaniva ed un pizzico di cinismo cominciava a prendere dimora in quella piccola periferia del suo cuore chiamata “fallimento”. Un poco come i nuovi centri commerciali fuori dalle porte di quella che fu Roma. La periferia del suo cuore diveniva un grande centro commerciale di scempiaggini e sciocchezze d’ogni tipo.

Ridicoli pensieri m’affollano la mente,

mi sento tristo e spento

ma mi denotan divertente.

 

 Questi abbozzi di persone ruotano ora attorno,

schiavi e stanchi del loro stesso giorno.

 

Il colore predominante era il marrone: in cielo come in terra. Solo nel più alto del cielo la foschia diveniva come verdastra, un verde ambrato che sembrava pulviscolo lunare. La landa desolata che avevano difronte, marrone, costellata qua e là da enormi pustole da dove zampillavano colonne di magma. “È orribile…” sospirò Joker. “Lo è.” Rispose Jonathan. Pluto guardava fisso davanti a sé, il suo sguardo non era perso ma sembrava, invece, scorgere qualcosa. Cosa lo può attrarre in questo mondo davvero inattraente? Questa sua fermezza, questa suo accettare l’inaccettabile, sentimenti che Jonathan non riusciva a tollerare. Socrate non parlava. Lui sembrava non guardarlo neanche, quel mondo. È cosa assai orribile quando un grande amore diviene un grande odio, come un lago di pece.

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