L’ultima Scuola – Capitolo 9

La città

L’uomo è vittima di un ambiente che non tiene conto della sua anima. (Charles Bukowski)

Passò anche il secondo giorno, e la desolazione era ovunque molto segnata. La terra sembrava aver perso l’antico candore ed il materno calore che tanto a loro la rendevano cara. Camminare in luoghi solitari, solamente circondati da quella solitudine che chiamiamo natura, che realmente come un tempio sacro riesce ad esternare da noi quella che è la nostra intimità e mostrarcela, sotto forma di abete o del pino, di ruscello o lago, di impetuose nuvole o dolci cirri. La natura diviene così la tela sulla quale la nostra anima è naturale colore, si impregna e si fa pervadere della nostra stessa segreta essenza. Il contatto con questa spiritualità, con questo segreto – il nostro – dona all’anima ingenuità e spensieratezza. Regala anche al più anziano un poco di quella fanciullezza che il tempo sembrava avergli portato via. Questo credeva Jonathan, tale era la sua pulsione romantica per la natura. Ma dovete perdonarlo, infondo quale ragazzo dall’animo nobile ed artistico non attraversa, almeno nei tormentosi anni della sua giovinezza, il malinconico periodo del romanticismo? Difatti, anche questa sua impressione smaliziata, puerile, che tende a trasferire l’anima nostra nel passivo silenzio della natura stava declinando. La visione di una natura così devastata, mutata, stuprata, prendeva ora in lui il sopravvento. La visione di un albero consumato in mezzo a terra che pareva esser stata malmenata, tanto il suo colore somigliava al sangue livido, privato e morto al di fuori di quella energia che tanto ammiriamo nel creato, creava nella compagnia dei ragazzi un senso di spossatezza, tipico di quando si è testimoni di un’indicibile violenza. Un silenzio si andava annidando nel loro cuore, un dolore persistente, sordo. Arrivava nascosto, in sordina. Giungeva loro celato dalle ingannevoli immagini: un albero, un velo di terra, un lago prosciugato, si trasformavano in un testamento di morte. Il senso del terrore andava insinuandosi nelle loro anime, l’idea della depravazione e della perdizione. L’adulto che si trova nella selva oscura si spaventa, e cerca la luce, ma per il ragazzo che vi si imbatte l’oscurità dell’odio è sempre qualcosa di più mistico, di più romantico, e quindi di maggiormente pericoloso. Chi non sa discernere sé stesso dal mondo, finisce per confondere il mondo con sé stesso.

Passarono diverse ore ed i nostri protagonisti camminavano ininterrottamente: i ragazzi sempre più stanchi ed il loro maestro sempre più cupo. Avevano anche ragione i giovani a sentirsi persi, camminavano senza conoscere la loro meta, e noi tutti sappiamo quanto camminare al buio sia doppiamente faticoso. Socrate non parlava non certo per malignità, si era semplicemente perso in quella disperata sensazione che si prova quando si compara ciò che di bello si è vissuto con l’orribile presente. Socrate però rinvenne, comprendendo che per lui il tempo delle domande e della desolazione era finito e doveva curarsi dei suoi ragazzi. “Fermi ora!”, disse; e loro si fermarono, ovviamente. Pluto era in una posa salda, virile, con le braccia che puntellavano il busto sui fianchi. Joker, anche se non lo sapeva e non lo avrebbe mai confessato, lo guardava quasi estasiata. Era profondamente colpita da quella forza, da quella volontà dominatrice che non di rado viene scambiata per superficialità od insensibilità. Era fiera di lui come lo si può essere di sé stessi, perchè quando si un grande affetto si giudicano le qualità degl’altri come fossero nostre, e così i difetti. Jonathan guardava il maestro anche se non poteva far a meno di pensare quanto fosse ridicolo il suo compagno. In una situazione difficile come quella, in un contesto così ostile, tutta quella spavalderia gli sembrava solo grande irresponsabilità o grande stupidità. Quella ingenuità di Pluto di esser convinto di poter contrastare quel tutto, anzi, tutto. Ma non aveva la maturità per valutarne l’importanza, di accorgersi che quella forza valeva per due e che riusciva a rincuorare la povera Joker. “Da qui in avanti incomincia il dominio della città. Cercate di non parlare, statemi dietro, guardatevi intorno il meno possibile. E, per Dio, siate vacui! Permeate in quella fiumana di gente come coltelli ma senza ferir nessuno. Non guardate, non rivolgete attenzione. Pensate a voi stessi, solo a voi stessi e neanche tra di voi. Cercate di ripetervi una frase fissa in mente, ognuno scelga la sua e la ripeta in continuazione. Solo così ne usciremo.” La vacuità richiede un gran sacrificio.

Socrate si era già voltato per incamminarsi ma Jonathan, per i primi istanti titubante, si accostò velocemente al maestro e, facendo in modo che i due amici non lo sentissero, disse: “Grazie per la tua forza di spirito.” Queste parole attirarono gli occhi del maestro su Jonathan, che lo guardava intensamente con i suoi fari corvini. Jonathan si stupiva ancora di come un uomo della sua età avesse tanta energia di spirito. Lo sentiva dagl’occhi, quel flusso immane di pensieri era per lui energia ben tangibile. Si meravigliava di come spesso non si noti il duplice lavoro di tutti i sensi umani: il percepire e l’esprimere. Gli sarebbe piaciuto avere degl’occhi così, un giorno.

Arrivarono che il sole già scompariva ed i suoi ultimi gelidi raggi abbandonavano questa faccia del pianeta. Tutto era silenzio, e solamente i respiri ansimanti dei ragazzi infrangevano la sacralità di quelle tenebre. La grande fatica del giorno, sembrava esser stato il preludio agitato per qualcosa che dovesse ancora compiersi.  La città si trovava in quella che sembrava essere la culla di un lago prosciugato. Dei monti si vedevano in lontananza, molto in lontananza a nord. Alle loro spalle un deserto, almeno così possiamo chiamarlo, ma un deserto né caldo né freddo. La visione della città in controluce né esaltava il contorno, facendola un’unica massa, un enorme castello nero. L’aumentare della pendenza faceva loro accelerare lentamente il passo, come un sottofondo incalzante che li spingeva ad andare incontro a quell’enorme mostruosità. Il sole infine scomparve del tutto.

Nei momenti più intensi della nostra vita si riesce a scorgere la presenza di noi stessi. All’entrata di quella strana città tutti e tre i discepoli avevano il cuore in gola. Non riuscivano bene a comprendere la portata di quegli avvenimenti. Tutto, nella loro mente, si presentava come un sogno distante, un qualcosa di annebbiato, confuso. Qualcosa di puramente mentale e che trascendeva completamente dalla realtà. Socrate stesso era molto agitato, di quelle agitazioni che si provano nel mettere alla prova il lavoro di una vita. Di quel terrore che si prova nel dover riporre totale fiducia nelle esteriorità, di delegare la felicità e l’infelicità all’esterno. L’affetto e la fiducia insieme son proprio questo, uno sperare che niente di male accada a colui che si ama, così da non soffrire. Doveva lasciare andare i suoi discepoli, i suoi ragazzi, e riporre in loro fiducia, sperare che il suo lungo insegnamento fosse servito, che il loro cuore fosse pronto ad accogliere il mondo senza lasciare che il mondo diventi il nuovo centro. Nel guardarlo Jonathan credeva di cogliere questi suoi sentimenti, li comprendeva, a suo modo. Per amare serve un grande coraggio perché l’amore stesso è l’abbandono di se stessi. Nessun animo pavido può amare. Joker era semplicemente stupita di quel nuovo sentimento che provava. Una paura o meglio un senso di timore nei confronti del futuro, quel senso di spaesamento quando ci si ritrova a combattere con il nostro destino.

Purtroppo o per fortuna, rimasero tutti molto delusi. La città non offriva alcuna strana visione, nessun mistico pericolo. L’unica novità per loro fu quella di vedere una miriade di persone affaccendate che si dirigevano in ogni direzione. Una fiumara di persone, avanti ed indietro, in uno strano ordine logico ed equilibrato, matematico se vogliamo. Si vedeva che era un ordine umano, non vi era nulla di infinito in quel moto, in quella entità. I ragazzi cominciarono a provare un lieve torpore. Si prova una strana sensazione di delusione quando ci si prepara ad una grande catastrofe ma se ne riceve una piccola. Difatti, mentre Pluto e Joker si rallegravano delle nuove e stranissime cose che vedevano, Jonathan era infastidito, e si rimproverava i suoi attimi di terrore che lo avevano fatto titubare poco prima. I ragazzi spesso smaniano più di giudicare che di osservare. Camminavano tutti e quattro per le strade della metropoli. La città era davvero grande, sconfinata. Grandi palazzi cenerei, ogni insegna scritta in nero su piccolo cartellone bianco, ma non era questo quanto più di strano aveva questa città.  Nessuno intorno a loro sembrava averli notati. Solo un bambino, seduto in disparte su una gradinata, pareva fissarli. D’un tratto arrivarono dinnanzi ad un grande edificio nero, ma con una più accurata analisi il nero era solamente una patina sopra l’edificio, colpa dello smog probabilmente, il colore originario del palazzo era dunque da considerarsi indefinito. Jonathan provò a scrostare il nero dalle pareti ma senza successo. “Non toccare nulla” gli bisbigliò Socrate, “questa è la scuola.” Cominciarono ad avviarsi verso quella che doveva essere la periferia della città, dal momento che il numero di persone cominciava radicalmente a diminuire. Continuarono a camminare silenziosamente. Joker credette di intravedere un bambino ad un angolo di strada, ma risultò essere un’ombra.  Camminando la loro mente fini con l’assecondare la prima impressione del cuore. Ovverosia Jonathan convenne con Joker sull’effettiva morte di quel posto. Non si poteva certo definire vita, tanto era spenta ed assente la faccia degli abitanti di quel luogo. Neanche il primo istinto di paura ora sopravviveva in loro. Solamente spaesati e persi in quel grigiume infinito che voleva ad ogni costo imprimersi sulle loro fertili anime fanciullesche. Tanto le strade non differivano tra loro che erano totalmente persi e si stupivano di come il maestro sapesse orientarsi così abilmente per quel labirinto e li condusse d’innanzi a quello che un tempo doveva aver la destinazione d’uso di refettorio o qualcosa di simile.  La facciata esterna assomigliava ad un tempio, grandi colonne rettangolari sorreggevano i pilastri su cui era installato un tetto in lamiera, le luci al neon sulla strada lasciavano spazio al buio dell’interno, e tutto sembrava adibito per lasciare spazio a quelli che dovevano essere banchi, stand o qualcosa di simile. Era dormiente, si percepiva, aveva quel mistero e quel fascino del nascosto e del non pronto, quella particolarità e quel macabro piacere che si scorge in noi nel vedere le cose da un altro punto di vista. Non chiesero e lui non spiegò. Arrivò fino in fondo, guardandosi attorno il meno possibile e muovendosi con l’aria di chi non ha affatto voglia di vedere ciò che lo circonda, di chi si trova lì costretto e privo di alcun interesse, con la noia dell’abitudine. Si avvicinò al muro, tra diverse scatole che contenevano chissà cosa. I ragazzi rimanevano a distanza, con aria trova, avevano l’aspetto di tre gufetti che osservavano il maestro non capendo ancora cosa stesse effettivamente facendo. Si intravide una lieve fumata bianca, che diradandosi lasciò intravedere una piccola botola sul pavimento. Fece cenno di entrare, e qualche istante dopo la botola si chiuse sulle loro teste.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...