L’ultima Scuola – Capitolo 10

Il ritrovo segreto

Il più grande nemico dell’amore è la paura.

Entrò dalla porta principale e salutò tutta l’allegra combriccola. Amerigo stava come al solito ai fornelli e l’odore marcato di pescato e prezzemolo lasciavano presagire la bontà della sua creazione. Mio dio, Amerigo è davvero un santo. Daniele invece era seduto al pianoforte mentre Alessandro vicino a lui suonava la chitarra. Insieme cantavano una versione tutta particolare di “Wonderwall”. Mirko, poco dietro, era sdraiato su una poltrona pieghevole e Damiano, sul divano, non distoglieva lo sguardo dal cellulare; cosa per altro molto strana.

Con un velo di ironia ed un altro di fame esordì: “ragazzi vi muovete ad apparecchiare che la pasta con le vongole si rovina?”. È esattamente come pensate, era un terribile rompipalle. “Ciao eh!” rispose in coro la combriccola visibilmente infastidita, passarono qualche secondo a guardarsi tutti quanti in una scena che ricordava un western di Sergio Leone, poi però gli diedero retta.

Si sedettero finalmente ed Amerigo portò la pasta a tavola.

“Insomma domani si comincia, eh?” “Eh sì Ale, guarda proprio non mi va. Si stava così bene in vacanza. Cazzo mi sembra davvero volata questa estate, però ci siamo divertiti!” “Si, si, ce la siamo tajata.” “Insomma che farai quest’anno?” “La verità? Non so ancora se voglio fare l’attore, il fisico, il filosofo o il cantante. Così mi sono iscritto ad ingegneria informatica.” “Sei il solito coglione…” “No davvero, mi sono iscritto tre giorni fa con Daniele.” “Confermo! Io stavo andando in segreteria a registrarmi e mi ha detto: vengo con te! E si è inscritto.” “Ma che cazzo, sei scemo?!” “Alla fine mi sono sempre piaciuti i computer. Senti, seriamente, la mia professoressa mi ha strarotto le palle per fare Matematica o Fisica, dicendo che sarei stato un talento sprecato a non farlo. Ci ho provato, davvero, ma non mi va. Così ho pensato, se non devo fare quello in cui sono bravo almeno farò quello che mi piace. Filosofia mi sta sul cazzo, non si fa filosofia ma Storia della filosofia. Non si insegna a pensare ma, anzi, ti fanno imparare la vita di sti cazzo di filosofi, peraltro con libri scritti da professori da quattro soldi che campano solamente per le vendite obbligate a dei poveri studenti. No, grazie. Almeno ad ingegneria informatica mi diverto!” “Ma scusa, che fai butti un anno di università?” Come se mi importasse, come se potesse fermarmi… “No non butto nulla, qualche esame spero di potermelo portare e dovrei entrare direttamente al secondo anno.” “Ok oh, basta che ti decidi però eh!” Si, come no.

La serata passò cordialmente e, per le undici e mezza, la combriccola si sciolse per tornare alle proprie dimore.

Contrariamente alle loro aspettative, tutto ciò che trovarono arrivati in fondo fu una stanza vuota. “Era il mio ritrovo, al tempo della resistenza.” Quel non chiesto ebbe così finalmente una risposta ed i ragazzi si rilassarono un po’, ma molto poco. Si sedettero su un divanetto rosso che si trovava in fondo alla stanza accanto ad un camino digitale. “Maestro, dalle vostre storie, mi immaginavo un forte controllo, forze di polizia, telecamere, invece, qui, c’è nulla. Niente.” ” Si Maestro, e poi le persone? Vanno in giro tranquillamente, non mi sembra che qualcuno le controlli o le costringa.” “Maestro perché tutto questo grigio? Neanche un colore naturale! Ho sempre creduto che il colorare fosse un istinto primitivo nell’uomo, e penso ai bambini negli asili grigi che abbiamo visto, e mi rattristo.” “E poi nessuno parlava! Perché non parlavano? Dio mio la volontà di gridare era fortissima, prenderli tra le mie braccia e dire: cazzo parla! Di qualcosa! Vivi!!” Tempestarono per diversi minuti il tristo maestro con domande di questa china. Dal momento che avevano taciuto per ore adesso bramavano più di parlare che di avere risposte. È infatti innaturale ormai il silenzio per l’uomo, e nel non parlare. Nel non sentire rumori per lungo tempo ci si sente persi e ci si dimentica chi siamo. La parola ci dona il nostro Es, difatti il matto parla a sé stesso, prima che agl’altri, per ricordarsi la sua diversità, per proteggerla. Oppure ancora, quante volte ripetete a voce alta qualcosa, fingendo di dirla a qualcun altro quando invece non fato altro che ripeterla a voi stessi? La morte nel silenzio è la morte nella rassegnazione. I ragazzi passarono così una serata ad estorcere risposte al loro mentore, aspettando l’arrivo della notte inoltrata. Ad un certo punto, quando i loro animi si furono un poco placati, Socrate spiego loro tutti i segreti del rifugio, dalle armi nascoste alle vie di fuga. Jonathan intanto rifletteva su quanto il maestro aveva appena detto mentre fingeva di ascoltare. Non che non capiva l’importanza di quelle spiegazioni pratiche, ma era la medesima pulsione che ci spinge a fare altro mentre un operatore su un volo spiega le procedure di sicurezza. È utile saperlo, ma aveva anche la consapevolezza che in caso qualcosa di quel genere fosse avvenuto lui sarebbe morto di certo, e se non lo fosse probabilmente non sarebbe stato grazie a lui; magari a Pluto.

Come si trasforma un uomo in una macchina? Come si rende una creatura nata per creare, in un automa privo di indipendenza e personalità? Vi è inoltre una tale sicurezza in questo metodo, che neanche ci si cura di monitorare, di controllare. Un mondo di robot in cui non vi è polizia poiché non vi sono crimini, ove non serve una forza che equilibri le diversità dato che tutto è uguaglianza. Uguaglianza, calma, ordine, che brutte parole. Sembra un luogo così utopico, così lontano dalla realtà umana. E lo dice uno che ha vissuto 18 anni chiuso sottoterra! Mi rammenta così tanto la canzone di Bennato sull’isola che non c’è… eccola! È qui! Ma un uomo che non commette peccati, non commette nulla. Il peccato infondo è sempre stato il giudizio del vecchio sul nuovo e del nuovo su sé stesso. Senza peccato non vi è progresso, non vi è magia né sentimento. Ci è stato tolto il peccato originale e con questo la possibilità di vivere, e di creare. Mi ha anche stupito quello che ci raccontava Socrate prima, del cambio di paradigma sul controllo degli esseri umani, soprattutto quando aveva detto:

“Vedete, il motivo per cui non c’è una forza di controllo è che non ce ne è bisogno, perché la forza di controllo è in ognuno di loro.” “Ma Socrate come è” “Jonathan, aspetta e fammi finire. Se poi ancora non sarai sazio della mia risposta mi farai la tua domanda. Il governo aveva bisogno di un modo per controllare le persone. Per millenni ci eravamo basati sulla forza, il controllo coatto. Dittatori su persone che usavano altre persone per sottometterli e forzarli. Ma erano altri Io piegati al volere di un altro Io dalla forza, schiacciati. Poi però la tecnologia è avanzata, si moriva di meno e viveva di più. Il mondo rapidamente è passato da 3 a 10 miliardi di persone, la forza di polizia che sarebbe servita per costringere quella mole ingente di Io era troppa, inoltre la tecnologia lasciava poco spazio alle misure violente, i mezzi tecnici erano troppo all’avanguardia e rischiavano di porre fine all’umanità stessa. Qualcuno capì, ad un certo punto, che la più grande forza non è quella che regola e controlla, ma quella dentro ognuno di noi. E quale è la forza più grande che ognuno porta dentro di noi?” La lezione era ricominciata, certe cose non cambiano mai. “La paura?” disse Pluto, “Si, ma paura di cosa?” “La solitudine…” “Esatto Jonathan, la paura di restare soli. In quel mondo pieno di persone, di scelte, di possibilità, l’io umano si sentiva perso. Le costrizioni e le limitazioni ci aiutano, l’infinito ci schiaccia e ci spaventa perché non ci permette di usare l’intuito. Provate a pensare, un conto è avere due strade difronte e sceglierne una, un altro è avere 100 strade e sceglierne una. La paura, l’ansia della scelta sbagliata che ne deriva e del “non sapere” è troppo grande. Le persone si sentivano sole, abbandonate, e continuamente fallite. Perché per qualsiasi strada che prendessero almeno altrettante migliori ne scorgevano. Così si ebbe l’idea di utilizzare questa forza di solitudine, di incanalarla. Si crearono piattaforme online di condivisione, dove si potevano pubblicare foto, pensieri, scritti ove tutti potessero leggerli, con numeri esorbitanti. Centinaia, ogni tanto migliaia di persone potevano leggere e vedere quello che producevate. Questo, in un primo momento, creò un senso di appagamento, ci liberò un poco da quel senso di solitudine. Ma era un fuoco di paglia. Sempre di più, sempre più connessioni. Come una droga, non bastava più. Non vi era empatia, dietro quegli empi schermi non si riusciva a creare una vera connessione poiché ognuno, dopo, era ancora solo. Così le persone cominciarono a condividere sempre più contenuti, sempre più privati, con la speranza che qualcuno li capisse, li comprendesse. Contenuti studiati, tanto che moltissime persone fecero della loro vita un palcoscenico, condividendo momenti intimi, di sesso, di matrimonio, cene con gli amici e così discorrendo. Tutto con il recondito ideale di farsi vedere ed apprezzare. Dal lato del potere questo facilitò la comprensione degli individui. E la usarono questa conoscenza, o si se la usarono. Campagne mirate, focalizzate in modo specifico per il singolo, per mutare i suoi interessi e modificare il suo Io. Usarono la forza della solitudine dell’individuo per convincerlo a modificare il suo stesso essere. Geniale. Se ognuno di noi ha un poliziotto dentro di sé non vi è bisogno di alcuna polizia, no? Soli e sconsolati, gli uomini sacrificavano se stessi per la promessa della fratellanza, di non sentirsi più soli. Un populismo globale alimentato dalla paura della morte, del fallimento e della solitudine.” “Però esiste anche l’amore…” disse Joker, con una voce vicina al pianto che ricordava più una supplica che un’affermazione. Pluto le mise una mano sulla spalla e non disse nulla. Jonathan, silenzioso, ascoltava. “È così, ed è per questo che siamo qui. Vedete, le anime sono un po’ come i diapason e l’unico modo per spiegare l’amore, è provare l’amore. Voi sapete provare l’amore, e spero che questo possa salvarli, possa salvarci. Ma ricordati sempre, Joker, che il più grande nemico dell’amore non è l’odio, ma la paura.” Era stata una lezione affascinante; dura ma affascinante.

Sono rimasto così colpito, come possiamo essere così pavidi come uomini? Abbiamo abbandonato noi stessi, la nostra libertà, per paura? Vergognatevi! Non so come Joker la stia prendendo, sono molto preoccupato per lei e non so se riuscirà a reggere tutto questo. Ma noi, noi siamo, e nel nostro vivere è assimilato il peccato originale stesso, noi siamo proprio la sua incarnazione: l’ardire. L’imprimere. L’uomo semplicemente non cammina ma lascia orme, tracce. Noi creiamo, vogliamo, imponiamo. Noi siamo. Ebbene se non siamo più perdiamo la nostra coscienza, e perdendo la coscienza di noi si perde la consapevolezza, e con la consapevolezza si perde l’identità, e con l’identità l’azione. Senza azione, non vi è vita. Non vi è volontà, solo meccanismi, meccanismi su meccanismi in una grande macchina inarrestabile che perde ogni obiettivo, ogni vita, ogni parvenza di senso. Da epoche ancestrali ci si chiede cosa avviene all’anima dopo la morte, come può la nostra volontà continuare a vivere e trascendere dalla nostra esistenza mortale, ma abbiamo sottovalutato il suo contrappasso. Cosa avviene all’uomo se la nostra mortalità sopravvive alla nostra essenza divina? Cosa avviene all’uomo se il suo corpo sopravvive all’anima? “Cosa è un uomo che sopravvive alla sua anima?” Adesso Jonathan gridava, in preda ad uno spasmo, prima di svenire stravolto dalle convulsioni. Era chiaro a tutti ora che non stesse affatto ascoltando.

Si spandeva ora per la sala una luce tiepida, ambrata, che farciva quelle antiche librerie di mogano come il miele delle bruscate fette di pane. Era di certo merito indubbio dei candelabri, o del balbettante fuoco lì al centro, unico compagno di conversazione dei due cuccioli accoccolati sulle poltrone di pelle rossa, fisse a fissare il camino. Jonathan dormiva da ormai quasi due ore mentre il maestro, da abbastanza tempo, si era appisolato su una brandina in soggiorno. Pluto e Joker si fissavano intensamente negl’occhi, un fazzoletto sarebbe avvampato tra i loro sguardi non meno che nel devastante abbraccio del fuoco, almeno fosse stato un vero fuoco. Erano in questa posa da diverso tempo e più vi rimanevano più quell’intensità aumentava, ed ancora di più loro erano inchiodati in quella tremenda posa che il silenzio rivestiva di una trascendentale sacralità. La stanchezza era tanta, la paura lo era stata, ed il ritrovato seppur non ameno riparo offriva loro la gioia che prova la tartaruga che, sicura, si chiude nel proprio guscio lenta ed eterna; come solo un’anima sa essere. Fu così che quella sera le loro anime si ritrovarono a far l’amore e fondersi insieme, in quel desiderio di vita e gioia che spesso le comodità della vita finiscono per farci dimenticare. Fu Pluto a rompere quella sacralità, a trasformare un sentimento in un’espressione: sfiorò la mano di lei. I due ragazzi si strinsero assai forte, con Joker che ormai singhiozzava copiosamente. Anche Pluto piangeva, ma le sue lagrime si confondevano silenziose nella cascata emotiva di lei. “Va tutto bene Joji, è ok. Siamo riusciti ad arrivare fin qui e tu sei stata bravissima. Sei stata coraggiosa e grande, più di tutti. E non lo dico per dire, il tuo amore è forse il più grande e sei quella che ha più paura. Sono fiero di te. Ora riprenditi piccola mia, riposati e rinsavisci. Per molto ancora noi abbiamo bisogno di te, per molto ancora noi vogliamo aver bisogno di te.” Disse guardandola con affetto e paternità. “Io, io vorrei poter fremere della stessa fede che sorregge i pilastri della tua coscienza, ma l’entità e la forza del dubbio flettono le mie ginocchia e mi ritrovo come un equilibrista in affanno tra due tronchi concorrenti, ed ho il timore di affogare. Vorrei aiutarli, aiutarli tutti Pluto, ma un giorno qui e mi sento già così esausta, prosciugata. Come fanno a sopravvivere? Poverini.” “Dubitare e giusto e sacrosanto, e questo tu l’hai preso da Jonathan di certo. E fai bene. Ascolta però quello che anche io ho da insegnarti: il dubbio va saputo relegare nel luogo che lui spetta, perché se si dubita ogni istante ci si perde nella via e si finisce per non capir più ciò che si vuole o ciò che si è. Per capir quel che ti dico prova questo gioco. Ogni passo, da qui alla cucina, domandati tu chi sei, ogni passo, da qui alla cucina, domandati cosa vuoi. Avrai perso la certezza delle tue azioni, e nel mondo della possibilità tutti gli orizzonti parranno equiparabili. Non avrai più fame. Decidi cosa vuoi, dubita su questa sedia, ma quando avrai deciso alzati e va in cucina a prenderlo. Non ricercare domani ciò che hai già trovato oggi.” Joker lo baciò, e si addormentarono.

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