L’ultima Scuola – Capitolo 11

Un mondo non umano

Vi chiedo: Perché si anela all’azzurro del cielo e non alla profondità della terra?

Con non poca curiosità la mattina dopo i ragazzi ricevettero da Socrate uno strano marchingegno il cui scopo era loro oscuro. Vi era un grande cartello bianco, che doveva essere un qualche materiale plastificato molto rigido eppure leggerissimo, sul quale erano state affisse due staffe che culminavano in due specie di poggia spalle, una qualche sorta di zaino. A prima vista non sembrava davvero ideato per il comfort. Sul cartello erano impressi delle scritte nere, diverse da marchingegno a marchingegno: Filosofo, Attrice e Ingegnere Informatico. I tre gufetti fissavano il maestro, stralunati. “Questi vi serviranno, non preoccupatevi tutti li indossano. Senza troppi complimenti articolò: “Indossateli”. Li indossarono. Uscirono dalla botola che era ancora molto presto, la rugiada si era formata sulla strada. Camminavano con passo celere verso la stazione. Dovevano prendere un trenino che li conducesse alla scuola. Socrate aveva spiegato loro più o meno come sarebbe andata la giornata, il punto cruciale era uno: non parlare se non interpellati e, se interpellati, non dire nulla che non sarebbe potuto esser detto da chiunque. Mentre camminavano passarono per una strada dove c’erano un paio di persone. Una aveva uno strano zaino sulla schiena e sembrava stesse pulendo la strada. Per terra poco più avanti, vi era un po’ d’erba che eruttava da un piccolo buco sull’asfalto. Quell’aria da 7 del mattino, quel sole che sorgeva in lontananza e quella gelida rugiada che si era formata su quell’erba riportarono alla mente di Jonathan una frase che aveva sentito da Zarathustra qualche mese prima: Che cosa abbiam noi di comune col bottoncino della rosa, il quale trema per il peso di una goccia di rugiada? È vero: noi amiamo la vita, non già perché siamo assuefatti alla vita, bensì perché siamo avvezzi ad amare. Poi però, l’addetto alle pulizie sradico quella erbaccia e la getto in un cassonetto. Le poche altre persone che incontrarono andando verso la stazione erano vestite tutte uguali, non parlavano ed avevano lo sguardo fisso su un punto del terreno qualche metro innanzi a loro, giusto da insomma non inciampare. La distinzione fondamentale tra l’uomo e l’animale è essenzialmente la capacità di poter alzare lo sguardo al cielo. L’animale, guardando il cielo, prova solamente un senso di inferiorità, quasi di paura. L’uomo nel guardare il cielo, almeno l’uomo che considerò essere umano, nel guardare il cielo prova sempre l’estremo ardore di toccarlo, di elevarsi, con mente o copro questo non importa. Il raggiungere mete impossibili e vette irraggiungibili, questo è il desiderio umano. Guardare il cielo e provare reverenza, rispetto, ma avere una sfrontatezza ed una prontezza che del rispetto non hanno affezione. Dunque mi chiedo, son questi uomini? Andare col capo chinato potrei capirlo ed interpretarlo, ma andare col capo incurante, con lo sguardo nel niente come il pensiero, no: non sono esseri umani. Così pensava Jonathan. Poveri esseri irrisolti. Avverto tutta l’amarezza che questo grigiore può emanare. Eppure, non mi sembra di scorgere in quei volti, in quelle andature disinvolte, alcun sentimento di odio, o amore, o tristezza, o paura. Che parlino una lingua diversa o che non provino nulla? Si interrogava Joker. Socrate in modo molto velato diede un pizzicotto ad entrambi, giusto per ricordargli quello di cui avevano discusso appena 10 minuti prima. Eh, i ragazzi…

“Io da qui non posso continuare, sarebbe troppo strano se ci facessimo vedere insieme. Senza contare che io sono ancora un ricercato, seppur sono passati vent’anni. Ricordate la strada?” “La ricordo.” Disse Jonathan. “Allora a sta sera. Vi prego, siate prudenti e ricordate quello che vi ho detto.” Socrate si incamminò dalla direzione da cui erano provenuti qualche secondo prima. Era terrorizzato, come quando per la prima volta i propri figli vanno a scuola da soli. Ed era proprio così.

Stando alle indicazioni di Socrate, dovevano essere a pochi minuti dalla stazione. La comitiva era piuttosto silenziosa e ognuno per il suo motivo: Jonathan era pensieroso, Joker triste mentre Pluto teneva sotto controllo un giovane ragazzo che li seguiva da oramai un centinaio di metri, mantenendosi però ad una distanza sufficiente da non considerarlo una minaccia. Era un ragazzo esile, avrà avuto undici o dodici anni. Sembrava triste, quasi consumato. Li guardava e non guardava, ma si percepiva chiaramente che provava dell’interesse verso di loro. Nel guardare quel bambino provò un sentimento, anzi dei sentimenti, contrastanti e confusi, accavallati. Provo rabbia, dolore, frustrazione, senso di impotenza, e senti un incredibile voglia di agire, lì ed immediatamente, ma senza possibilità, senza opzioni. Si sentiva un corridore, ma non si vedeva le gambe. L’unica cosa che fece, invece, fu tirare la manica di Jonathan per lasciare che anche la sua mente lucida analizzasse la situazione. Pluto spesso litigava con Jonathan, ma lo rispettava profondamente. Joker si accorse che i suoi compagni si erano concentrati e necessariamente si girò anche lei che, invece, superò in fretta i due ragazzi e si diresse verso il bimbo. Jonathan era impietrito, non sapeva cosa fare. Pluto si precipito immediatamente da Joker, ma non riuscì a reprimere il suo impeto. Prese anche lei per la manica, ma lei prese la sua mano e lo condusse con sé dal pargolo, ormai quasi terrorizzato vedendosi scoperto. “Ciao!” Esordì Joker per nulla titubante. Il bambino la guardava, ma non rispose. Non aveva mai visto un bambino, non all’infuori di loro da bambini. Sempre tenendo la mano destra nella mano di Pluto, tese l’altra verso il bambino, che la fissò senza però mostrare di voler corrispondere alcuna azione. Negli occhi del bambino vi era qualcosa di strano, vi era un grigiore, ma diverso da quello dei palazzi e del cielo. In quel bambino vi era il grigiore del passato, del nascosto. Il grigiore della nebbia. Non mostrava fuoco, non mostrava nessuna di quelle forze vitali che i bambini tanto spesso esprimono. Jonathan guardava da lontano, ed una idea di tutta quella situazione se la fece. Quel bambino non parla, non esprime, quel bambino è stato tanto mutilato da non poter più parlare, ma non abbastanza da dover mentire. Ha ancora la sua coscienza di sé, che però non può esprimere: da qui il grigio. Non come colore, ma come sua assenza. Quando capì che la comitiva non sarebbe ripartita a breve, si decise a raggiungere gli altri. Joker non aveva avuto la stessa epifania, ma lo percepiva ad un livello più recondito, sottopelle, e ad ogni costo voleva far parlare quel bambino. Non sapeva perché ma ne sentiva l’esigenza, come se la vita di questo bambino dipendesse da questo. Il bambino però li guardava con occhi vitrei, nonostante le continue insistenze della ragazza. Comparve una lacrima. Il bambino scappò, senza parlare, solo correndo, per sempre via dalla verità. Pluto abbraccio Joker e la sorresse per continuare a camminare. I tre ragazzi realizzarono che erano soli, in quella sconfinata città. Le strade accavallate, una dopo l’altra, una strada e poi un’altra. Quella era una città fatta da un matematico, due fasci impropri di rette perpendicolari l’uno con l’altro. Una città fatta da una matematico non-umano, una città che confonde, una città che potremmo chiamare “residenziale”. Essenzialmente nella storia umana vi sono due tipi di città, le prime sono quelle a misura d’uomo, che nascono e crescono con lui, si evolvono con lui. Queste città sono essenzialmente non pratiche, perché risultano sempre un passo indietro, sempre a rincorrere la pazza corsa dell’innovazione. Senza piani regolatori, senza ordine: un fascio proprio di rette. In questo fascio proprio risulta molto semplice comprendere dov’è ubicato il centro, dov’è la direzione, il punto nevralgico. Ma se cominciamo a mettere rette parallele, uguali, una dopo l’altra… cosa abbiamo? E come se scrivendo si cominciasse a perdere l’utilizzo della punteggiatura e le parole perdessero di senso, le frasi diventano più banali e meno ricercate e approfondite: così si trasforma l’epoca moderna. Dunque provate ad immaginare, una New York, ma senza Central Park, senza i colori di Times Square, senza i negozi della Fifth Evenue. Reticoli di palazzi di 30 piani, grigi, con piccole finestre. Nel camminare per strada si ha la strana percezione che si vogliano toccare, inganni della prospettiva ma che aumentava quel senso di oppressione, convinti che quei palazzi potessero crollarci addosso in un qualunque momento. Arrivarono finalmente alla stazione, niente tornelli, niente di niente, tranne la fiumara di persone che attendevano il loro turno per prendere il treno.

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