L’ultima Scuola – Capitolo 12

Astinenza da Caffè

La perfezione delle piccole cose insegna la speranza. F. Nietzsche

Link all’articolo originale: Astinenza da Caffè

L’uomo che non parla ha sempre paura di sé stesso. E qui non parla nessuno, alle 9 e 07 alla fermata del trenino nessuno parla. Tutti muti nelle loro quotidianità. Chissà come si sentono, chissà cosa pensano. Saranno tristi? Preoccupati per il loro avvenire? Annoiati? Depressi?

Tento invano di immedesimarmi nelle loro routine ma i loro volti celano solamente espressioni scolpite negli anni. Diverse ma uguali, le loro facce; non saprei ben spiegarlo, come parafrasare la stessa frase in mille modi diversi ma con lo stesso succo. Questo penso di loro, contenitori di varie forme dei medesimi fallimenti. Sono recipienti per frammenti di sogni, spezzati dal vento del tempo, e dalla loro nullità. Dio cosa darei per non finire come loro, a quest’età mi pare cosi lampante, così ovvio, il loro problema: così facile da risolvere. Invecchierò anch’io, ed un giorno, guardandomi allo specchio riderò piangendo mentre dirò: un giorno sono stato giovane. Marea di tristezza fa naufragare il mio senno, il mio animo si immerge e scruta. Inquietante come l’oceano della nostra anima nasconda, per chi osa addentrarsi, milioni di meraviglie che dal battello della ragione si possono solo immaginare, solo supporre. Quanto tempo perdiamo a suppore e così poco a guardare. Imparare a nuotare e facile, doloroso ma facile. Ma la facilità non è forse dettata anch’essa dal dolore? E se il dolore è il guardare noi stessi significa “che conosci te stesso” è dolore? Noi siamo dolore, ce ne cibiamo. Mi sono sempre stupito sul perché nella storia i grandi artisti siano sempre stati tristi, dannatamente e maledettamente tristi. Voi ve lo siete mai chiesti? È un pensiero che mi ossessiona. Vale il peso della grandezza il prezzo della mia felicità? Mi sono risposto – si, se ve lo state chiedendo Leonardo si rispondeva spesso da solo – che la motivazione è facilissima: un artista ha bisogno di sfamare il suo animo con emozioni forti, che scuotano le corde dell’anima e suonino di note rigogliose e prospere. Provare una grande tristezza è immensamente meno faticoso, e più facile, che provare una grande felicità. La felicità dura un istante, e spesso non possiamo comandarla, ma la tristezza, la comandiamo noi, noi la chiamiamo, e quanto più la chiamiamo quanto più lei gode. È una droga la tristezza, che viaggia con l’autocommiserazione e la depressione; l’ozio dalla felicità. Così pensavo, così rimpiangevo gli ignari, gli stupidi e i bigotti, cosi difesi e protetti dietro i loro tralicci. Sulle loro palafitte vivono felici e non si curano di ciò che è in mare. Quanto più vuoi costruire in alto sopra di te, tanto più a fondo devi inabissare le tue radici. Grande Nietzsche, così geniale e così incompreso. Lo hanno definito nazista, gli idioti. Gli uomini, anche sta volta preferiscono distruggere o mortificare i simboli passati piuttosto che crearne di nuovi. Godono nel vedere i grandi uomini del passato umiliati sotto il bastone della loro follia. Bisognerebbe impedirglielo. Che i fascisti si creassero un nuovo loro simbolo e non che imitassero il passato prendendosi meriti che non gli spettano. Uomini più grandi di loro hanno tentato, venendo poi schiacciati dal simbolo e dal peso del suo valore. Ne abbiamo bisogno però. Tanto. Parlo di noi, di me e di questa generazione, generalizzando al massimo proprio come i dotti dicono di non fare, di preservare le differenze, io la mia differenza so preservarla anche nella massa, non ho bisogno di rifugiarmi dietro mani di carta. Parlavo di noi, dicevo, che non trovando simboli nell’epoca moderna ci appoggiamo al passato, parliamo con noi stessi allo specchio per convincerci che la via intrapresa è, se pur tortuosa, retta. Chi di voi non ha preso una frase di Wild a suo sostegno? Quanti hanno cercato nelle pagine di Leopardi una similitudine che giustificasse il loro comportamento? Non tutti possono eleggersi a giudici e carnefici della propria legge. Non tutti sanno scendere negli abissi e raccogliere la loro stele di rosetta. Sono timidi gli uomini, anche nel parlare da soli, si dan solo grandi pacche sulle spalle niente più. Avete mai visto un treno pieno di gente? È una strana sensazione, tutti sono lì, andando verso chissà dove, ma nessuno si chiede perché. O meglio sanno perché, ma non si chiedono IL perché. Questa corsa al denaro finirà, adesso nessuno si rende conto di questo, troppo indaffarati a correre di qua e di là. Quando si esce da quest’autostrada si capisce subito. Cambierà, come una cosa inesorabile che così è e non potrebbe non essere, come un eterno ritorno. Il denaro è un’invenzione moderna che come il baratto vedrà il suo tramonto. Un giorno ci guarderanno dal futuro e con meraviglia si ricorderanno che i loro avi non lavoravano per passione, ma per denaro. Ne rimarranno stupiti i futuri giovani e ne parleranno come noi si parla del medioevo e dei matrimoni combinati. Noi combiniamo matrimoni col nostro lavoro. È più facile scopare con il proprio lavoro che farci l’amore. Se cerchiamo i soldi possiamo giustificare la nostra infelicità, se scegliamo cosa essere la responsabilità è nostra e solamente nostra. Per questo tra ricco e povero il concetto di fortuna nell’appartenere in queste due classi è relativo. Può sembrare una speculazione assurda e puramente intellettuale ma non è così. Il povero, più fedele alla terra, anela a diventare ricco. Il ricco da parte sua, conscio dei dolori nascosti nel denaro, tenta disperatamente di ritornare alla terra. Si alternano i ruoli, i ricchi e i poveri. Ma non è neanche questo quello che volevo dire. Pluto diede un grande schiaffo a Jonathan, che lo guardò stralunato ma quasi a ringraziarlo. Questo era forse il compito di Pluto, richiamare alla vita ed alla realtà coloro che si perdono nei castelli della ragione. Ricordare all’intellettuale nella stanza la bellezza del giorno, ed il fresco gelido della luce delle notti stellate. “Non torturati così, non è a noi che spetta dare una risposta. Fratello, ammiri tanto il tuo Nietzsche però mi sembra che ancora non hai ben capito la grande cosa che ci ha detto. Certo io forse non ho letto quasi nulla, non so parlar bene e ne ho alcuna pretesa a riguardo, però mi sembra di averti sentito dire una volta che La perfezione delle piccole cose insegna la speranza. Ed è una frase molto bella; e molto vera. Guarda noi due, guarda quella ragazza, sola eppure così piena d’amore, un amore puro ed infinito. Son d’accordo con te che son piccolezze rispetto al mare di desolazione che ci circonda; eppure guarda noi, ci vogliamo bene e questo bene si difende nonostante il mondo gli muoia intorno, e la vera forza dell’amore è proprio questa, di poter crescere su qualsiasi terreno. Forse le mie parole non ti hanno trasmesso quello che volevo dirti, le idee che portavo dentro per te, ma se sei mio fratello so per certo che capirai.” Pluto incominciava a manifestare una saggezza che stupiva Jonathan, ed un poco perché riteneva che il fratello avesse ragione ma molto di più per il gesto d’amore che aveva fatto.

Poco dopo il treno arrivò, nel silenzio generale, e stridulante si fermò alla stazione. Era un normalissimo treno, tutto grigio, e per di più senza neppure un graffito. Saliti sul trenino tutti erano presi dai loro telefoni e solo pochi nostalgici tenevano invece in mano un giornale di carta. Quello che invece non c’era, questo no, era qualcuno che alzasse la testa per guardarsi attorno, per guardare negli occhi qualcuno. Ogni giorno Leonardo saliva sul treno e sperava di incontrare quel qualcuno, quel qualcuno che lo guardasse e, con gesto d’intesa, gli facesse intendere che anche lui sapeva. E che non c’era bisogno di parole. Mentre invece sfrecciano veloci fuori dal finestrino i totem di questa civiltà moderna. Discariche e alberi, baracche e baraccopoli. Questo è tutto quello che si può scorgere nella tratta Ostia-Roma. Tanti alberi fertilizzati da lavandini. La stanchezza in me è sovrana. Sono stanco di vivere questa monotonia, di recarmi quotidianamente a questa scuola futile. Sono stanco e questo già basta. Accanto a me tante persone. Loro si muovono dirette, precise. Senza chiedere; senza domandare. Agiscono e lavorano. Horat et laborat. Tutto qui, in questo grande disegno si completa lo vostra vita. Lavorate, tutto qui. V’è chi s’adira per questo. “Tutto qui?!?” Mi urlereste voi, “Noi portiamo avanti la società! Noi siamo l’asino che spinge in avanti l’intero carro dell’umanità.” Ebbene io vi rispondo che non voglio essere un asino e che l’uomo saggio sopra di se non deve portare nessun peso e nessuna vergogna. Che i nostri doveri ci camminino accanto su loro gambe! La gente, voi, siete stanchi.

Vi vedo.

Le vostre facce mortificate da tutta questa banalità. Sapete perché non riuscite più a pensare? Perché ormai rincorrete case in campagna? Perché non avete più i vostri sogni e il vostro cuore tace, dorme, o è morto? Ma per colpa della vostra anima. Le anime sono come i cellulari: emettono. In treno, al lavoro, ovunque: troppe anime, troppa interferenza. Vi confondete da soli e non vi capite più, i sogni vi entrano in testa non più dal cuore ma per vie traverse che non voglio ricordare.

Ancora alberi e ancora immondizia. Possibile che questa discarica enorme non abbia limite? Siete cosi gelosi della genuinità, dell’istintività della natura da volerla distruggere? Tipico dell’uomo, veramente non innovativo. Da immemore tempo martoriamo ed uccidiamo per invidia. L’invidia muove l’uomo moderno, l’uomo dell’apparire, l’uomo degli status symbol.

Mi dispiaccio per voi, ma sarà la mia anima a corrompere la vostra.

Leonardo, arrabbiato, si appoggia sgraziato sul sedile della metro. Chiude il computer e lo ripone in borsa. Prende un grande respiro e guarda di nuovo fuori; è meno arrabbiato ora.

“Come è bello il mondo” disse Joker. Jonathan la guardò sbigottito e le bisbigliò all’orecchio: “Joji, ma sei seria? Ti rendi conto di quanta desolazione? Di quante persone morte ma che respirano?” Joker lo guardò e sorrise, quasi stupita che il suo intelligente compagno non l’avesse capito: “Ma non lo vedi, davvero? La loro anima è la, Jonathan. Io la sento. Queste persone sono solo spaventate e sofferenti ma non sono morte.” Jonathan la guardò, ma rimaneva intimante convinto che quello fosse più un suo desiderio che la realtà. Pluto a quel punto ricordò ad entrambi che era arrivato il momento di scendere dato che erano arrivati alla giusta stazione ed oggi non era proprio il caso di fare altre invenzioni.

Scesero dal treno e continuarono diritti dalla stazione in direzione nord-est. La strada era lunga, le persone camminavano e faceva freddo. Erano tutte vestite con un cappotto grigio e delle scarpe marroni scure. Quello che anche sorprendeva è che fossero tutte più o meno della stessa età; non vi erano anziani. Ad un certo punto Pluto si fermò davanti ad un palazzo, grande, che era posto esattamente al centro di una sorta di piazza ma senza giardini: era monumentale. “Istituto” lesse Pluto, “è questo il posto”. Enorme e senza finestre, sarà stato alto 50 metri, e di perimetro inquietante. Ecco, immaginate che al posto di Central Park vi sia un grattacelo di 50 metri che sorga li, mostruoso e gigante. Era l’unica scuola dell’impero. Pluto si stava preparando ad entrare ma Jonathan afferrò il suo braccio e quello di Joker e disse: “Quella che abbiamo avuto sino ad oggi è stata la nostra ultima scuola. Da adesso starà a noi non divenire dei professionisti, a fare in modo che questi cartelli che portiamo sulle nostre spalle non dettino il nostro destino”. I tre si guardarono negli occhi, con gesto di intesa. Nessuno doveva dire nulla. Poi Jonathan lasciò i loro avambracci ed i tre entrarono, e si separarono.

Socrate quella mattina aveva una sua faccenda da sbrigare, doveva rincontrarsi con un suo vecchio conoscente che non vedeva da, oramai, quasi vent’anni. Ma in quel mondo non vi erano automobili, solo tram o treni, tantissimi tram che trasportavano le persone da un luogo ad un altro. Socrate aveva spiegato ad i suoi ragazzi che i tram avevano disposizioni precise e le persone non potevano comperare un biglietto. Questo gli veniva dato dalla direzione centrale a seconda del luogo di lavoro e della dimora, anch’essa assegnata dalla direzione centrale. Era anche comprensibile, non vi era alcuna possibile attrazione in quella città ed alcuno scopo per bighellonare, tralasciando il fatto che nel camminare per strada si poteva essere interrogati sulla destinazione in qualsiasi momento e, se non se ne aveva, si procedeva al fermo ed al conseguente arresto. Ma anche le guardie non erano troppo creative, ed i pattern di ricognizione erano quasi sempre gli stessi con le stesse modalità, così quella mattina, Socrate, riuscì ad evitare ben due fermi che certamente lo avrebbero messo in una sgradevole situazione.

Era quasi l’una, Jonathan lo comprendeva scrutando la palla al neon gigante nel cielo sopra il tetto grigiastro delle nuvole, tanto che in effetti sembrava di stare sempre al chiuso. Questa distruzione dell’entità naturale rende completamente priva di senso la distinzione tra En Plain Air ed in Atelier. D’improvviso sentirono tante campanelle suonare, ed intuì che doveva essere il richiamo per il pranzo. Anche perché cominciava ad avere una gran fame. Socrate aveva sbrigativamente consegnato loro delle tessere quella mattina, erano carte studentesche che garantivano accesso a diversi servizi, tra i quali la mensa. Quasi felici, per quanto potessero esserlo, si diressero alla sala comune, ognuno per conto proprio dal momento che, frequentando classi diverse, si trovavano in luoghi sparsi del mostruoso edificio. Si videro da lontano all’entrata e, cercando di non dare nell’occhio, si avvicinarono tra loro. Presentarono al negoziante o all’addetto, non era chiaro, la tessera dopo aver fatto la loro fila indiana. Nessuno parlava, durante la fila, anche se Joker avrebbe tanto voluto raccontar loro la mattinata. Venne data loro una capsulina a testa ed un bicchiere con una specie di succo, di consistenza però abbastanza densa come a metà tra acqua e gelatina. Tornarono a casa dopo il pranzo, ripercorrendo la strada del ritorno fino alla loro tana, sta volta senza proferire parola per tutto il tragitto. Joker all’inizio se ne dispiacque ma, dopo poco, smise di insistere e si adattò alla situazione. Jonathan, raggiunto il vecchio costrutto di laminato che conduceva al ritrovo segreto, era agitato. Cosa sarebbe successo se gli avessero scoperti? Se Socrate fosse stato catturato? Così si fermò un istante. Pluto lo guardò. Non serviva dire nulla, aveva capito. Prese dallo zaino due penne e le mise dentro i palmi, facendo modo di incastrarla tra il medio e l’anulare. Jonathan aprì la botola e Pluto scese, pronto a qualsiasi cosa. L’unica cosa che trovarono, invece, era Socrate che era già tornato e si stava preparando per farsi una doccia. Salutarono il maestro e, più rilassati, andarono nella sala del caminetto dove finalmente si poteva parlare in pace. “Non credete vi sia qualcosa di strano? Nel senso non capisco come si possa arrivare a non spiccicare parola con nessuno! Cavolo quanto avrei voluto gridare! Dire SVEGLIATEVI! MI VEDETE? CI SIETE? Che rabbia! Gli avrei presi tutti a schiaffi!” “Ma come, non eri quella speranzosa questa mattina?” le disse ridendo malignamente Jonathan. “Piantala” lo fulminò Pluto. “Ma siamo pur sempre tutti esseri umani no?”, “la paura può portare l’uomo ad esiti imprevedibili, altissima è la nostra capacità di adattarci.” “Ma poi avete notato la totale assenza di individualità in qualunque cosa? Dalle strade della città al cibo ai palazzi al vestiario ai capelli, riuscireste a distinguere una cosa qualsiasi dalle altre” “Le persone sono ormai così assoggettate che neanche si sono rese conto per esempio dei nostri tagli di capelli, non conformi alla regola. Qui è nata una società auto-regolante ed auto-flagellante. Qui sta succedendo un crimine contro l’umanità e contro l’intera esistenza.” “Non solo qui, mio caro Jonathan.” Entrò in quel momento il maestro, in accappatoio, dalla stanza adiacente: “Se vi ho protetti, ed ora vi ho accompagnati con me in questo mondo, è proprio perché voi riusciate a capire dove quest’umanità ha sbagliato, dove questa realtà ci ha portato. Vi ho voluto offrire un ultimo appiglio, vi ho difesi per difendere in voi il diritto al sogno ed al desiderio, al diritto di recriminare la parola Io e di rubare il proprio nome dalla mano di Dio.” I ragazzi lo guardavano. “Vi ho privato di questi cartelli, vi ho privato di questo grigio, e vi ho donato il vostro nome che ho rubato per voi. Prendetelo, usatelo, salvate queste persone dall’oblio in cui sono cadute. Non giudicatele, perversi cammini non affatto facili li hanno, ci hanno, condotto qui. Dovete rinnegare ciò che noi non siamo riusciti ad annientare, siete venuti qui per conoscere i cammini che avreste potuto intraprendere e che vi avrebbero fatto vacillare. Voi siete si speciali, ma questa specialità viene sia da voi, sia dal mondo che avete intorno.” Io lo so bene, maestro, lo so.

Da quel giorno in poi, in ragazzi tutte le mattine seguirono le lezioni dell’istituto dell’impero, cercando senza mai perdersi il modo di salvare il loro simili.

Allo stesso modo, Leonardo seguì le sue lezioni di Ingegneria Informatica, senza mai perdere il modo di salvare sé stesso e, forse, anche gli altri.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...