La cultura dell’abbandono

Emigriamo, viaggiamo, allontanandoci dalle nostre case e dai nostri affetti.

La società moderna è focalizzata sul ricercare uno stile di vita più agiato in modo rapido. Ed il modo più rapido è andare dove ciò che cerchiamo esiste già. Una azienda vuole maggiore produzione? Si sposta in nazioni con manodopera a basso costo, si cerca una migliore istruzione? Ci si sposta nelle università che primeggiano nelle graduatorie internazionali, e via discorrendo. Ragazzi che scelgono di andare a Oxford, quando vivono ad Ostia. Nella ricerca di quel minimo miglioramento, di quella speranza di un qualcosa di più, di meglio. La ricerca vana e disperata di una terra promessa, ma signori miei, la terrà promessa non esiste ed è ora di svegliarsi alla realtà.

Dovremmo cercare di migliorare l’università di Ostia, invece di ricercare altrove il riempimento di quel vuoto nelle nostre vite. Quanto quel dieci percento – se va bene – di migliore istruzione può effettivamente importare? Persone che non sono poi cosi tanto meglio, signori miei, non ne avete neppure, di capacità, per trarre realmente vantaggio da questa disparità. Lo si fa spesso per nomea, emulando un flusso migratorio che è più che altro un flusso di denaro. Seguite una grande marea che non riuscite neppure a comprendere.

Il benessere lo si pretende ma non lo si costruisce, così il maggiore stile di vita si va a cercare altrove piuttosto che migliorare il proprio luogo di nascita. Si è alla ricerca del migliore invece di migliorare.

Il punto vero, essenziale, è che finche quel 2/3 percento di miglioramento si convertirà nell’ottanta o novanta percento di incremento salariale questa tendenza sarà inarrestabile. Importiamo oggetti prodotti in Cina, pagando più la spedizione che il prodotto stesso, inquinando il mondo. E questo nei casi migliori, spesso oggetti prodotti in Cina vengono mandati in America, ri-brandizzati, rispediti in Europa e poi distribuiti. Tutta questa sovrastruttura, questa cultura del superfluo per inventare lavoro, per creare manodopera, per bilanciare una economia corrotta che non rispecchia più le necessità della società moderna. Quali necessità? Ma mi sembra semplice, la necessità della sopravvivenza. Così ci stiamo condannando all’estinzione.

Grazie a questa esperienza con il COVID-19, i ragazzi hanno ricominciato ad frequentare le università vicino casa (come riporta uno studio del Sole24ore). Questo farà riscoprire la simiglianza, il fatto che la stragrande maggioranza di ciò che viviamo è una bugia, una pubblicità.

Nel mondo, sempre di più, si è andato creando un classismo geografico. I migliori vanno a concentrarsi in luoghi specifici, abbandonando i luoghi precedenti. Cosi i luoghi precedenti degradano senza le persone migliori. Da sedentari, persone che si mettono in un logo per migliorarlo e crescere con lui, siamo tornati nomadi. Incredibili come ci si sia involuti.

Per questo è necessario un riassestamento societario, è necessario capire che la vittoria semplice non esiste, che non si può fuggire. I paesi in via di sviluppo non possono emigrare abbandonando la loro cultura, bisogna far si, e loro devono far si, che la loro nazione si evolva. Se volete lapidare le donne in piazza così sia, ma in questo mondo non vi è spazio per tutti. Questo classismo geografico deve finire.

Sia chiaro che io parlo, per primo, da emigrato economico, da studente che da più di due anni vive e lavora a Zurigo, abbandonando la sua città in virtù di una migliore condizione di vita. Ma che vita? Comprare una televisione 4K o andare in vacanza da qualche parte?

Signori miei, è tempo di tornare fedeli alla terra. Ora più che mai, la nostra società ha bisogno di ricentrarsi sui bisogni umani. Se ci pensate, vedrete che tutto ciò che facciamo cominciamo a farlo per/o in virtù di un qualcosa che non ha a che fare con l’uomo. Dalle macchine alla burocrazia abbiamo creato talmente tanta astrazione che questo idealismo ha creato una visione traviata dell’uomo. Questa società non ci rappresenta e dobbiamo portarla da un sarto per farla aggiustare.

Che le nostre menti siano le mani e la cultura e l’esperienza appresa siano ago e filo: disfiamo ciò che abbiamo cucito, come Penelope al tempo, per tessere un abito che sia a misura d’uomo.

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